“Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” di Alejandro González Iñárritu

Martina Cancellieri

Titoli di testa, le lettere appaiono un po’ per volta e costruiscono in modo frammentato le parole sullo schermo. Appare per una frazione di secondo quello che in seguito si scoprirà essere uno scuro paesaggio marino desolato con molte grandi meduse morte sulla spiaggia. Poi veniamo catapultati in un interno logoro, un uomo di spalle, in mutande, che sta levitando in quella che appare essere una sorta di meditazione. L’inquadratura si stringe sull’uomo sempre di spalle finché una videochiamata non lo riporta letteralmente coi piedi per terra. L’uomo si avvicina al suo MacBook e uno specchio ci mostra la sua duplice identità, ovvero l’immagine riflessa del suo volto insieme a quella della locandina di “Birdman 3” (supereroe che l’ha reso popolare). Non è certamente un caso che i suoi volti (con e senza maschera) ci vengano mostrati per la prima volta da uno specchio, simbolo delle apparenze e metafora di un Io scisso, non solo in senso psicoanalitico ma anche nel senso di diviso tra un passato sicuro (la locandina appesa che simboleggia la popolarità del personaggio di Birdman) e un presente incerto (l’uomo in “carne ed ossa”, che è pur sempre un (doppio) fantasma cinematografico, e il declino da cui cerca di rialzarsi). Che ne sarà del futuro?

L’uomo di cui stiamo parlando è Riggan Thomson (Michael Keaton) e si trova nel suo camerino (altro elemento che appartiene al mondo delle “apparenze”, nel camerino ci si traveste da “altro”) ed è alle prese con la sua prima rappresentazione teatrale di un’opera di Raymond Carver.

Birdman è cinema che si fa meta­teatro, una commedia nero­grottesca che riflette sulla vita, sull’arte e dunque sul labile confine che c’è tra realtà e finzione, ma anche tra amore e morte, e il film è tutto qui. È un continuo giocare con il meccanismo della finzione a cominciare dalla straordinaria mise en abyme iniziale, quando per la prima volta Riggan sale sul palco da dietro le quinte ed entra quasi automaticamente in scena, accompagnato da una traballante camera a mano che per quasi due ore di film segue morbosamente e instancabilmente i personaggi e gli gira intorno in modo fluido costruendo degli eleganti piani sequenza (il film è costruito come se fosse un unico, finto, piano­sequenza). Il teatro è dunque nella storia ma non nel mezzo cinematografico, che viene esibito sapientemente in modo estremo e con grande stile.

Oltre che a giocare con la realtà e la finzione il film è anche teatro di fantasie e allucinazioni, o più semplicemente di conflitti interiori tra le due identità, quella di Riggan Thomas/­Birdman e quella di Riggan Thomas/­regista e attore teatrale. Da qui prende sempre più piede nel corso del film la critica ai blockbuster (eccezionale la scena in cui Birdman si rivolge direttamente a noi spettatori accusandoci di non richiedere film impegnati, difficili e angosciosi ma solo leggeri prodotti di massa ben confezionati), non manca poi l’attacco alla critica, capace solo di mettere etichette.

Quello di Iñárritu è un film colto e intelligente, si citano scrittori come Flaubert, filosofi come Barthes, ma le citazioni più curiose sono quelle cinematografiche, dall’insistente inquadratura del corridoio alla Shining (Kubrick) all’altrettanto insistente batteria che compone la colonna sonora dando quel tocco di grottesco che rimanda ad alcune scene di Mulholland drive (Lynch) per arrivare al più recente Venere in pelliccia (Polanski) per quel che riguarda il fondersi della finzione con la realtà.

Di sicuro una delle pellicole più entusiasmanti dell’ultimo Festival di Venezia, e aggiudicatosi ben quattro tra le principali statuette agli Oscar (miglior film; miglior regia; miglior sceneggiatura originale; miglior fotografia).

Imperdibile.

VOTO: 9