La realtà e l’utopia della 180, ieri, oggi e domani. Intervista ad ASSUNTA SIGNORELLI

Enrico Cicchetti

 

Intervista ad Assunta Signorelli, psichiatra e femminista, nel 1971 segue Franco Basaglia da Parma a Trieste e vive in prima persona le vicende e i percorsi che portarono alla chiusura del manicomio e poi alla legge 180.

Ma qual era la realtà e quale l’utopia di allora?

“La realtà di allora era quella di un mondo che si interrogava sul senso del proprio esistere, e su una grande messa in discussione di tutte le istituzioni, dalla scuola, alla sanità, alle carceri, addirittura all’esercito, la magistratura. Nascevano allora dei movimenti che si ponevano l’obiettivo, non della distruzione ma del cambiamento delle istituzioni, per portarle ad essere istituzioni “di servizio” per le persone.

Quando sono arrivata a Trieste avevo una grande utopia nella testa ma anche il desiderio di poter tradurre in azione pratica quelli che erano i principi che, oggi come allora, ci sembravano fondamentali. Mi riferisco alla possibilità di trasformare le istituzioni in ciò che per loro stessa missione devono essere: un servizio ai cittadini e alle cittadine.

Le istituzioni in sé non sono né buone né cattive, sono un modo che la società, le persone si danno per poter vivere in maniera rispettosa l’uno dell’altro. Anche i manicomi, paradossalmente, nascono da buone intenzioni: con l’idea di curare qualcuno. Ciò che ha fortemente differenziato la messa in discussione del manicomio come istituzione totale, rispetto ad altri movimenti è stata l’intuizione di Franco Basaglia di collegare l’utopia della lotta alle istituzioni del potere con una pratica riformista “dentro alle cose”. Io credo che ci voglia una radicalità del pensiero e un riformismo della pratica”.

Come si realizzò questa riforma radicale?

Con un’altra grande intuizione di Franco, che fu inserire la vita, la sua normalità, nel manicomio: nella vita è normale incontrarsi tra uomini e donne (e quindi la fine della separazione sessuale), è normale entrare ed uscire (e allora l’apertura dei padiglioni), nella vita è normale anche arrabbiarsi, star male (e allora la cura). E soprattutto è stato fondamentale il riconoscimento dei diritti civili. Fu il primo passo. Ricostruire le storie di queste persone, non per scrivere libri come fanno spesso gli psichiatri, ma con l’obiettivo della riconquista dei diritti civili. Per avere una carta d’identità, perchè chi avesse diritto a una pensione la potesse ricevere. Le esperienze di comunità aperte che avevamo visto a Gorizia o in Inghileterra erano comunque un falso rispetto alla vita normale. Con questo passaggio invece, credo che cominciò tutto. E da lì nacque la necessità di portare i servizi sul territorio, laddove il disagio nasce. Così nacquero i primi Centri di salute mentale, con un grande lavoro politico e amministrativo.

Parallelamente a questo c’è una storia che è quella delle donne, che non riescono mai ad essere al potere, a incidere sulle cose se non in maniera nascosta. Un discorso, quello sulle donne, già nato in manicomio con la questione degli anticoncezionali che erano vietati. Ma era un discorso che interpolava tutti gli altri, come un fiume carsico: le donne erano quelle che vivevano una doppia oppressione all’interno del manicomio ma anche quelle senza le quali non si sarebbe potuto attuare quel percorso possibile solo mettendo all’opera quelle “5 A” di cui sono dotate soprattutto le donne: accoglienza, ascolto, accudimento, abitat e autonomia. L’autonomia in particolare, dev’essere il fine ultimo dei servizi di assistenza, che devono essere una stampella ma senza appropriarsi della vita di quelle persone.

Oggi cosa rimane di quell’utopia?

Credo ci siano molti elementi rivendicati allora che vanno bene anche oggi: il reddito garantito, il lavoro come diritto e non come oppressione, l’istruzione e la cultura non mercificate, il diritto alla sessualità. Credo siano tutti temi molto attuali e che dovremmo provare a ripercorrere quel percorso tenendolo come guida, comprendendo che il lavoro sociale è lavoro politico e come tale deve avere un suo riferimento nella politica, anche nei partiti più diversi, per poter avere riconoscimento sul terreno politico, legislativo e istituzionale.

E qual è invece la realtà?

Oggi come allora la questione è quella del potere. Basaglia nasce da Foucault e la critica al potere delle istituzioni viene da lì. Oggi vedo una totale dissociazione tra il pensiero e la pratica. Se accade che si rinchiudono le persone, se si moltiplicano le residenze invece dei servizi territoriali, se il potere è sempre nelle mani degli stessi c’è qualcosa che non va. Credo anche che l’esternalizzazione del pubblico sia stato un grosso errore perchè oggi ci troviamo in una situazione in cui le cooperative si trovano sotto ricatto. Bisognerebbe invece riuscire a stare nel conflitto, assumere il dato che tutte le realtà hanno un positivo e negativo, che anche le migliori devono sempre trasformarsi. Oggi vedo un chiudersi della psichiatria, specie quella di sinistra, in un auto-compiacimento di sé. Si è persa una dimensione collettiva e conflittuale. Ma se non c’è conflitto e contraddizione non si va avanti.

Vorrei che qualcuno mettesse in discussione anche le nostre stesse ideologie, che come diceva Sartre sono libertà quando si fanno, oppressione quando sono fatte. Che le mettesse in discussione dalla parte dei soggetti deboli, sconfiggendo questa paura del conflitto, poichè credo che il non essere d’accordo abbia permesso a Trieste di esistere: eravamo tutti profondamente diversi e proprio nella sintesi delle diverse possibilità e modalità di stare e praticare è stato possibile chiudere il manicomio.

Ma il manicomio è davvero chiuso?

Credo che abbiamo cancellato il passato e questo è stato un grosso errore: se non impariamo a ripercorrere il cammino passato, non per rifarlo ma per leggerne i nodi e capire, non possiamo procedere.

Oggi il nodo del manicomio si ripropone in un’altra veste: i CIE sono manicomi, ad esempio, in quanto istituzione totale. I manicomi continuano ad esistere nelle carceri, negli ospedali psichiatrici giudiziari, in tutte quelle istituzioni “chiuse”, non accessibili da fuori. Anche questa legge sugli OPG è un segnale, secondo me. Le REMS temo che in cinque anni diventeranno piccoli cronicari.

Abbiamo la possibilità e il dovere di guardare al passato per ripercorrere nodi fondamentali e cambiare il presente. Noi che siamo stati i protagonisti dei fatti non abbiamo forse la lucidità per leggerli, al massimo possiamo raccontare un punto di vista. Non sono una passatista ma credo che vada compreso quello che è successo e che vada bene anche avere un’interlocuzione con i testimoni, ma ricordando che siamo testimoni, non depositari di una Verità che non esiste. Insomma, senza prenderci per oro colato.

Foto tratta dal sito www.deistituzionalizzazione-trieste.it Zizola, Trieste 1997, Centro Donna Salute Mentale Via Gambini – riunione con le associazioni di donne della città – da destra Stefania parla con la psichiatra Assunta Signorelli e la psicologa Giovanna Butti.