Questa storia non e’ finita

Questa è una storia che affonda le sue radici negli anni quaranta, germoglia negli anni sessanta, e prepara di fatto il sessantotto italiano che troverà un simbolo nel movimento per la chiusura dei manicomi. Franco Basaglia, psichiatra e  neurologo veneziano, si approprierà di questo simbolo trasformandolo, nell’immaginario  collettivo, in una “sua” battaglia, una battaglia degli anni settanta. Franco Basaglia aprì le porte del manicomio di Gorizia ma il valore aggiunto che origina dalle differenze, dalle  dissipazioni, dagli sconfinamenti “impertinenti“ che divengono forza creativa e feconda,  raramente determina entusiasmi e approvazioni, e chi emerge per contrasto e non per  similitudine e allineamento rischia il confinamento. Eppure, solo dopo l’azione (“Se volete  vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia”, disse Jean-Paul Sartre),  quando i muri sono stati buttati giù, la contenzione abolita, i matti slegati e il manicomio, nei  fatti, superato, è stato possibile cominciare a raccontare. E la parola, di questa rivoluzione, è  certamente l’arma più forte.

Basaglia diceva: “Noi facciamo della pratica, prima della pratica e poi della teoria. Non facciamo prima della teoria e poi della pratica perché questo sarebbe un cammino molto più reazionario di quanto voi non possiate pensare; la teoria è l’a priori scientico: del vecchio pensiero scientico. Questo ci è stato molto rimproverato. Non mi sono difeso, ho accettato il rischio dell’empirìa. Non avessi accettato questo rischio avrei riciclato inevitabilmente la teoria antica, quella dei testi e dei manuali da cui sono venuto. Avrei soddisfatto una forma di narcisismo intellettuale, avrei tradotto le nuove esperienze dentro un codice e un linguaggio che sarebbe rimasto lo stesso”. Quando assume la direzione di Gorizia, nell’incontro con la realtà fattuale del manicomio, Basaglia accetta il rischio, si misura sull’incontro: non potrà più essere intellettuale separato. Nella scelta pratica tra l’arroccarsi attorno alla malattia mettendo in secondo piano la persona e riproducendo poteri e saperi astratti, separati e arroganti o intendere la malattia come vettore principale, senza accettare il rischio dell’incontro con il soggetto malato, Basaglia rovescia la scelta che era ed è della gran parte degli psichiatri. E allora, una volta capito che cos’era il manicomio e che cos’era la psichiatria, attraverso il processo di comprensione dei bisogni degli internati, Basaglia intraprese la marcia per modicare le istituzioni, per far comprendere la sofferenza dietro la malattia, per criticare la presunta neutralità della scienza. Divenne allora più chiara anche la necessità di essere dentro al processo complessivo di trasformazione della società italiana e nacque “Psichiatria democratica”, nacquero infinite iniziative per collegarsi organicamente alle lotte sociali in Italia e portare dentro il movimento operaio i contenuti di analisi critica e di pratica che i tecnici andavano via via accumulando. E nacque e si sviluppò con Trieste la lotta sulla materialità e l’economia politica dell’istituzione. Nacquero poi una legge nuova, la 180, principi legislativi radicalmente diversi con i manicomi che iniziavano a chiudere. Ma questa non può essere la fine della storia, ma il principio di un’altra fase.

E qui, entriamo in gioco noi, operatori della salute mentale, che sulle orme di Franco Basaglia, dobbiamo operare continuamente una critica pratica di questa rivoluzione culturale, lottando contro gli apparati pseudoscientici, istituzionali, economici che istituzionalizzano la sofferenza. Questa storia è costellata, lungo le sue pagine, di numerosi punti interrogativi. Perchè ad oggi, questione fondamentale diventa quella di chiedersi quanto sia importante ancora per noi, nel momento in cui ci interroghiamo sulla natura del legame sociale con la persona sofferente, riprendere quel compito che Basaglia si è posto all’indomani della legge 180, ossia «la necessità, più volte affermata, di superare la funzione normalizzatrice implicita di ogni operatore psichiatrico». Chi è più disposto a parlare di questa funzione? Chi è più disposto a essere colpito dalla forza della follia? Cioè dall’irruzione di qualcosa che non si vuole e non si può adattare perché resiste alle strategie di invalidazione e mette permanentemente in crisi la cittadinanza nei suoi meccanismi di inclusione sociale.

Parlare di restituzione del diritto alla salute non può ridursi a un tecnicismo di tipo giuridico-amministrativo, in altri termini alla difesa di un buon governo della rete territoriale di assistenza, o allo scontro fra differenti visioni organizzative, fra cosiddette cattive e buone pratiche, svincolato però da un’attenzione ai modelli di sapere e alle procedure di formazione degli operatori, soprattutto in riferimento a una cultura del terapeutico. Scrive Franca Ongaro Basaglia: «Se l’acquisizione del diritto di un nuovo rispetto della persona (…) non riesce a modicare i corpi professionali e le discipline che non lo hanno mai contemplato e che ora dovrebbero garantirlo, essa si riduce a pura enunciazione di principio, priva di possibilità di realizzazione completa». Modificare le professioni e le discipline, modificare il rapporto con il sapere della psichiatria: anche questo è l’obiettivo di una lotta per i diritti. Lotta oggi possibile solo facendo crescere un nuovo linguaggio che sappia tenere insieme clinica e politica. Che sappia donare parole anche a chi sfugge alle nostre reti, anche a chi urla di essere altro, anche a chi rifiuta l’inclusione, anche a chi chiede il diritto di non rinunciare alla forza della sua follia.

di Claudia Celentano

Foto di Ugo Panella via