Nel campo aperto del Rom(a) Village

Maria Carla Sicilia

Rom(a) Village non è solo un progetto di inclusione sociale. Gli obiettivi messi in campo sono ambiziosi e le idee innovative, come solo le idee più semplici sanno essere. La politica di segregazione razziale che sta alla base del concetto di campo rom, fallimentare modello abitativo replicato in diverse città italiane per ospitare le comunità di rom, sinti e caminanti, è stato ribaltato dall’associazione Arci Solidarietà, dal Millepiani e dalle donne del campo della Magliana. Ribaltato perché da posto chiuso e ghettizzato queste realtà stanno lavorando per rendere il campo uno spazio aperto, attrattivo e capace di produrre reddito.

Il primo passo è partito da tavola. Il cibo, si sa, può essere un elemento di aggregazione e di conoscenza tra persone e culture diverse. Così nel campo della Magliana il 25 giugno scorso le donne rom hanno preparato un pranzo per le persone esterne, arrivate per assaggiare le specialità balcaniche. Avete mai assaggiato i mici, per esempio? “Sono come dei felafel ma ancora più buoni, fatti di carne. Ne puoi mangiare anche dieci e non ti senti male!” ci racconta Felipe, del Millepiani. Il meccanismo che si vuole replicare è simile a quello di Gnammo, piattaforma che permette a chiunque voglia preparare da mangiare di mettere in rete il proprio menù e renderlo acquistabile a chiunque voglia assaggiare un determinato cibo e mangiare in compagnia. Una sorta di “social eating” dove al centro non ci sono per forza piatti gourmet ma le storie e le persone che condividono quel pasto.

Il secondo passo è passato attraverso la musica. Nel campo è stata organizzata un concerto di musica balcanica, dove i musicisti del campo hanno suonato accompagnando una cantante italiana. Note che si incontrano insieme alle culture. Organizzare un concerto, ci racconta Felipe, è stato utile anche per vedere come reagivano gli altri abitanti del campo alla presenza di gente estranea, e in questa occasione il lavoro delle donne rom è stato fondamentale perché hanno mediato con gli altri abitanti e organizzato molte cose, tra cui un servizio d’ordine per garantire la sicurezza dei visitatori.

Ma questo è solo l’inizio. Dai pranzi e dalle serate il progetto vuole crescere per diventare una sorta di mercatino sempre aperto. Fin dal nome, infatti, l’idea è quella di riproporre una sorta di Gay Village, se loro possono creare reddito possiamo farlo anche noi nel Rom(a) Village. “Nel campo si vive in un disagio enorme, c’è un altissimo tasso di delinquenza e la nostra idea è portare il lavoro dentro per evitare che i rom cerchino fuori soluzioni illegali alle proprie difficoltà”. Sviluppare un’economia interna, che passa attraverso l’offerta di cibo e musica per portare benessere nel campo, questa la grande ambizione. L’obiettivo economico è guadagnare cento mila euro nel mese di settembre. I soldi saranno redistribuiti tra le donne che lavorano, i musicisti e gli abitanti per migliorare le condizioni del campo.Il campo verte in condizioni difficili, c’è uno scarico che lo circonda tutto intorno e il sistema fognario non è sufficiente, le strade sono messe male e sono molti gli interventi che potrebbero essere fatti. A viverci sono circa mille persone, per una media di dieci persone per ogni container”. La rete del coworking Millepiani è già all’opera con le proprie professionalità, “c’è un gruppo di ingegneri che lavora per riconvertire la spazzatura in energia mentre un’architetta sta studiando come sopraelevare i container”. Gli obiettivi del progetto Rom(a) Village si intrecciano con una catena di effetti collaterali tutti positivi: la rete di buone idee che entra in circolo, crea reddito e indipendenza, mentre lavora sull’inclusione sociale puntando sulle tipicità di una cultura tutta da scoprire.