Dalla parte di Karima: denunciano tentato stupro della figlia, lei finisce in TSO e lui al CIE

È un caldissimo 29 agosto a Torino e una famiglia egiziana si presenta alla caserma dei Carabinieri di San Salvario per sporgere una denuncia: la figlia di 16 anni ha appena subito un tentativo di violenza nei bagni pubblici. Da luglio hanno perso tutto e vivono accampati al parco del Valentino. I Carabinieri, per tutta risposta, chiedono i documenti al padre e iniziano gli accertamenti sulla regolarità della sua presenza sul territorio nazionale. Evidentemente qualcosa non va e l’uomo viene trattenuto e poi condotto nel Cie della città. Quando nel pomeriggio vede che il marito non esce dalla caserma, la moglie, Karima, si mette a bloccare Corso Massimo D’Azeglio, una delle vie centrali della città, portando con se i suoi quattro figli.

Karima è intenzionata a non andarsene finché lei e i figli non potranno rivedere l’uomo, o almeno parlargli, preoccupata per la sua incolumità. Karima resiste in mezzo a quella strada e i tentativi di mediazione dei Carabinieri e degli assistenti sociali non sbloccano la situazione. Ai vigili non resta altro da fare che transennare il corso, qualche passante si interessa della situazione e quando scende la sera spuntano coperte, cuscini e viveri portati da qualche solidale, e ci si prepara per la notte. C’è anche qualcuno che si ferma con l’ostinata famiglia per supportare il blocco, allertato da una radio autonoma locale, Radio Blackout.

Per la caparbia protesta di Karima si scomoda addirittura l’assessore Ilda Curti ma la sua presenza e quella degli assistenti sociali non è meglio gradita di quella della polizia. È Karima stessa a urlare loro quanto sia irritata nel vederli lì, invitandoli ripetutamente ad andarsene. Nonostante lo scontro verbale acceso, i tanti poliziotti in borghese presenti si limitano a un lavoro di persuasione retorica che non ottiene nessun riscontro, almeno per la durata della la notte. Del resto un’azione coatta in questo caso, vista l’incresciosa genesi della faccenda e vista anche l’attenzione che gli ultimi fatti di cronaca cittadina (la morte di un ragazzo a causa di un TSO) hanno creato, dev’essere sembrata ai dirigenti di polizia una soluzione da adottare solo in extremis.

Al mattino, quando già sono passate le nove, Karima e i suoi figli, dopo tante ore in strada, decidono di seguire gli agenti, avendo loro strappato prima le promesse di poter incontrare il marito al Cie e di una futura sistemazione per lei ed i figli.

In realtà, l’incontro col marito non avverrà, e, da parte sua, Karima rifiuta l’ospitalità umiliante del Comune nel dormitorio del Sermig. Così madre e figli tornano a bloccare corso Massimo D’Azeglio, ma questa volta la polizia interviene subito e, senza troppe storie, vengono portati con la forza su un’ambulanza e trasportati all’Ospedale Martini. Inoltre, dal lato delle strade che si inoltrano in San Salvario è stato impedito a chiunque di raggiungere Karima per il secondo giorno di fila; dall’altro, quello del Valentino, è stato fatto sì che un tram rimanesse fermo cosicché i passeggiatori del sabato non dovessero assistere alla scena.

Da parte di chi scrive, ricostruire i fatti non è stato facile: sulla stampa la vicenda si riduce all’ennesimo caso di un “clandestino” portato in un CIE perché trovato con documenti irregolari, con la moglie e i figli che protestano in un sit-in che per ore ha “bloccato il traffico”. Il resto è un mare infinito di dubbi e informazioni parziali ed imprecise: mi perdo nei meandri della pseudo informazione, il tentato stupro è omesso completamente dai titoli che ripetono più volte la parola “clandestino”. C’è un uomo del quale non si conoscono le condizioni ed una donna spaventata, con 4 figli, alla quale è stato praticato un TSO. Questa, ed altre recenti vicende, riportano drammaticamente alla ribalta l’attualità della messa in atto della violenza psichiatrica. La legge “Basaglia” (legge 180 del 1978) aveva sostituito l’istituto del ricovero coatto (legge del 1904 – basato sul concetto di “pericolosità per sé e per gli altri e/o pubblico scandalo”) col TSO, fondato su criteri di urgenza clinica con lo scopo dichiarato di tutelare la salute del paziente. Il TSO è figlio di un compromesso: Basaglia non lo voleva, ma infine ottenne solo che la legge includesse una serie di paletti per impedirne l’abuso. Questi paletti vengono quotidianamente aggirati, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nell’immaginario collettivo, il trattamento coercitivo è ancora giustificato dal concetto di pericolosità, ma il cliché del matto pericoloso è divenuto ormai una leggenda metropolitana. Contrariamente allo spirito della legge 180, il TSO è applicato di routine in maniera molto più ampia di quanto non s’immagini: le statistiche ufficiali riferiscono circa ventimila casi all’anno in Italia (uno ogni quarto d’ora) rendendo evidente come tale pratica sia lo strumento attraverso cui il potere esercita il controllo sociale quando non può usare la polizia.

Resta in me la forte convinzione di scrivere questo articolo per raccontare la storia di Karima, gridarla se potessi, a quel movimento di donne trasversale, eterogeneo, compatto nel rivendicare i propri diritti e il proprio posto nel mondo ma che di fronte a questa vicenda, tace.

Raccontare la storia di Karima dunque, sperando che altre donne in grado di investire uno straordinario capitale di tempo e di energie per molte battaglie, sentano come me la voglia di schierarsi dalla sua parte e di denunciare la violenza che le è stata rivolta. Perché non si dimentichi che bisogna continuare a prenderci cura l’una dell’altra per poter far nascere consapevolezza di cosa possa volere dire la violenza contro chi non può difendersi da sola. Il coraggio di Karima dovrebbe scuotere anche il nostro.