La casa in Centro

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L’esperienza dell’appartamento supportato di Nepi raccontato da un operatore

 

Nell’articolato panorama dei servizi per la Salute Mentale, la Residenzialità leggera si inserisce quasi in punta di piedi, come una ulteriore proposta di riabilitazione sociale. Di fatto, rappresenta l’ultimo passo da compiere per persone in situazione di disagio psichico che si accingono a proseguire autonomamente il proprio percorso esistenziale. Proprio questo apre però la questione su cosa si intenda per autonomia.

Come promuovere l’autonomia all’interno di contesti che di fatto giustificano la loro esistenza proprio sull’assenza di essa da parte delle persone che ospitano? La Residenzialità leggera infatti, nasce dalla constatazione che soggetti con un percorso esistenziale segnato da disturbi psichici, abituati a vivere in solitudine piuttosto che a ricoveri o soggiorni più o meno lunghi in contesti terapeutici, non riescano da sé a comprendere come “abitare” una casa, un quartiere, mantenendosi autonomamente ed equilibrando le proprie esigenze con quelle di altre persone. Secondo questo modello, occorre una mediazione per poter imparare come essere autonomi perché l’autonomia non coincide con il concetto di autarchia ma con spazi e tempi definiti nei quali, misurandosi con le incombenze quotidiane, ogni soggetto possa ricostruire un suo modo di pro-gettarsi nel mondo. Il progetto di Residenzialità leggera non ha vita facile, il disturbo psichico è ancora considerato come qualcosa da tenere lontano sebbene non più serrata dietro le alte mura di cinta dei manicomi. In un’epoca in cui c’è poco spazio per i “secondi” non di rado abitare, lavorare, avere relazioni sociali e affettive e godere del tempo libero per queste persone definite scientificamente “diversamente abili” non è assolutamente scontato. Eppure, con infinito impegno e dedizione, da quindici anni a Tarquinia opera l’ Associazione familiari e sostenitori dei sofferenti psichici della Tuscia, che si muove in base ai principi della legge 180 e si batte per la lotta allo stigma e per l’acquisizione dei diritti civili di chi soffre di disturbi psichici. Insieme alla Asl di Viterbo, al Csm ed alla Cooperativa Alice, l’Associazione è stata in grado di realizzare un appartamento supportato nel comune di Nepi.

In questo piccolo comune in provincia di Viterbo c’è un bell’appartamento, in posizione centrale, che si affaccia sulla piazza del comune. Lì vivono da qualche anno quattro utenti che frequentano il Centro Diurno di Civita Castellana, usufruiscono di borse lavoro e tirocini formativi e, soprattutto, affrontano in autonomia le incombenze quotidiane della gestione di una casa.

180gradi intervista Alessio Guidotti, educatore che ha lavorato in questo appartamento supportato, per capire come funziona da vicino questo servizio.

Quali sono a tuo parere, i punti forti di questo servizio, che lo inseriscono nel panorama delle buone prassi?

“Innanzitutto il fatto che questo appartamento non sia collocato ai margini della cittadina ma anzi in posizione centralissima. Questo permette alle persone che ci abitano di avere rapporti personali frequentissimi con il resto della popolazione. La gente del posto nel tempo ha imparato a trovare la giusta modalità di interazione con loro e li considera cittadini di Nepi a tutti gli effetti. Come operatore poi, ho potuto constatare che il nostro intervento è davvero minimo: i turni lavorativi infatti prevedono un orario mattutino che va dalle 9.00 alle 12.00 mentre quello pomeridiano dalle 16.00 alle 19.00. Il contributo degli operatori poi si concentra soprattutto sul supporto nelle pulizie quotidiane dell’appartamento e sul rinforzare gli utenti nella cura dell’igiene personale. L’appartamento è supervisionato dal Csm e dalla cooperativa Alice, perciò altra mansione svolta da noi operatori è quella di realizzare dei report specifici sulla persona, in modo da orientare il nostro intervento per facilitare e sostenere queste persone”.

Quello che ci dici sembra rappresentare un ottimo servizio che lavora in rete. Puoi spiegarci meglio qual è il contributo delle realtà che gestiscono il funzionamento di questo appartamento supportato?

“Innanzitutto il Dsm sceglie le persone che possono abitare in questo appartamento in base ad alcuni criteri quali situazioni familiari problematiche, impossibilità di poter sostenere affitti elevati… Questo servizio prevede una soluzione abitativa a lungo termine, le persone possono rimanere a vivere in appartamento fino a quando non troveranno altre soluzioni a loro funzionali. Per quello che riguarda il lavoro di rete, in effetti è proprio così: Csm, cooperativa Alice, centro diurno di Civita Castellana e l’Associazione familiari collaborano proprio per garantire a queste persone il mantenimento dei loro diritti civili”.

Per conoscere il progetto più da vicino, puoi parlarci delle attività delle persone che abitano l’appartamento?

“Attualmente vivono in appartamento quattro persone, tutte di sesso maschile. Uno di loro ha attivata una borsa lavoro ed ha la possibilità di lavorare presso la fattoria gestita dalla Cooperativa Alice, che è un posto bellissimo dove si realizzano, tra le tante cose, laboratori di agricoltura sociale. Uno degli inquilini lavora in totale autonomia come gommista. Questa estate è andato in vacanza da solo, in campeggio, con i suoi soldi. Altra peculiarità infatti è quella di investire su queste persone e sulla loro autonomia: tutti pagano autonomamente l’affitto della casa sia attraverso la loro pensione di invalidità che attraverso il loro lavoro o l’aiuto da parte dei familiari. L’appartamento nel quale abitano è di proprietà della Diocesi di Civita Castellana che la “affitta” ad un prezzo sostenibile. Nella gestione della casa si suddividono in turni per le pulizie e la cucina e prendono da soli la terapia farmacologica. Nel tempo libero possono scegliere di frequentare il centro diurno di Civita Castellana o di restare a Nepi, o magari di andare nella fattoria sociale dove si apprendono molte professioni”.

 

Alessio Guidotti ci ha parlato quindi di un servizio orientato alle buone prassi, che promuove una visione della cura centrata soprattutto su una relazione tra curante e curato che lascia emergere la soggettività del paziente, favorendo lo sviluppo dell’abitare assistito e attività di formazione per l’acquisizione di competenze necessarie allo svolgimento di attività produttive che garantiscano un reddito alle persone con disagio psichico.

Vogliamo raccontare questi servizi perché non è semplice trovare la giusta strada tra il servizio pubblico e quello privato: spesso si rischia di rimanere impigliati in una logica che vede il medico da una parte e l’utente, le loro famiglie e l’associazionismo dall’altra. C’è bisogno di sinergia, di lavoro corale tra le parti. Non è solo un farmaco a garantire la cura appropriata per chi soffre di disturbi mentali, ma è necessario aiutarli a vivere dignitosamente, trovare uno spazio dove farli esprimere, lavorare, avere contatti sociali e stimolare le loro abilità.

 

Foto di Thomas Alan – Flickr, licenza Creative Commons