L’abitare ai tempi degli sfratti

Intervista a Massimo Pasquini dell’Unione Inquilini

 

Casa dolce casa è l’ironico titolo della commedia prodotto da Spielberg a fine anni Ottanta, in cui una giovane coppia compra una grande casa apparentemente da sogno, per poi scoprire, vivendoci, quanto sia mal ridotta e piuttosto da incubo. Dopo una serie di costosissimi interventi per rendere la casa abitabile e passati momenti di crisi, i due alla fine si sposano.

Immaginando un remake ambientato a Roma oggi, Tom Hanks e la sua dolce metà – rappresentanti di una classe media sempre meno media – sarebbero probabilmente in ansia per il mutuo appena contratto, altro che ristrutturazioni costose (prezzo medio 3.413 euro/m2). Oppure in lista nelle graduatorie delle case popolari, in buona compagnia di 700mila nuclei in attesa, costretti intanto a pagare un affitto a stento sostenibile (nel frattempo il matrimonio può aspettare). Oppure ad abitare in uno degli immobili occupati da movimenti e sindacati degli inquilini, oltre una cinquantina di edifici con picchi anche di mille persone in alcuni di essi. Sarebbero i protagonisti, insomma, di quell’emergenza casa di cui si parla da anni, così tanti che ormai l’unica “emergenza” è nell’etichetta mediatica. Certo, alla fine l’amore trionfa, che nonostante la crisi l’amore almeno abita ancora tra noi.

Nel 2014 le nuove sentenze di sfratto a Roma, che nel 2013 per la prima volta avevano superato la soglia degli 8.000 provvedimenti, sono ulteriormente cresciute, arrivando a 8.264. Le richieste di esecuzione con l’Ufficiale Giudiziario sono giunte a 10.263 (+28,67% rispetto al 2013) e le esecuzioni, altro dato in crescita, 2.726. Questi i dati divulgati dall’Unione Inquilini, sindacato di “inquilini e precari della casa”, che segue da anni la questione degli sfratti, supportando le persone coinvolte dal momento in cui inizia la morosità fino all’esecuzione e anche dopo. Il sindacato si occupa in generale di tutte le attività relative al contratto di locazione, comprese le battaglie contro il mercato degli affitti in nero, e rappresenta inoltre diversi inquilini di case popolari. Abbiamo parlato con Massimo Pasquini, segretario nazionale dell’Unione Inquilini, in occasione della giornata nazionale Sfratti Zero che si è svolta il 10 ottobre in diverse città italiane. È il quarto anno che l’Unione Inquilini organizza questa mobilitazione per rivendicare una maggiore offerta pubblica di abitazioni sociali per chi non può permettersi una casa a prezzi di mercato. La proposta centrale resta il recupero abitativo dell’enorme patrimonio pubblico abbandonato.

Cosa è cambiato in questi quattro anni?

“Ci sarebbe la legge 124/2013, che oltre a creare per la prima volta un fondo per la morosità incolpevole ha disposto che i prefetti dovevano sospendere gli sfratti per quelle famiglie indicate dai Comuni che dovevano essere accompagnate nel passaggio da casa a casa. Questo passaggio si attua attraverso un contributo economico che consente loro di fare un nuovo contratto a canone agevolato, oppure con un passaggio in una casa pubblica. Questo elemento è stato di totale inadempienza. Abbiamo constatato che in Italia il problema non è più soltanto una questione di soldi, è una questione di filiera, di governance, di applicazione di una legge. Queste famiglie avrebbero diritto ad avere un passaggio da casa a casa perché riconosciute in morosità incolpevole, perché hanno avuto una riduzione del reddito che non gli ha consentito di poter pagare un affitto a causa di licenziamenti, cassa integrazione, spese per malattie, ma questa legge è rimasta lettera morta”.

Qual è quindi la situazione nel concreto?

“Oggi in Italia non abbiamo nessun ammortizzatore sociale che in qualche modo si frapponga tra lo sfratto e la strada. La politica dei contributi economici, ancorché insufficienti, è fallimentare. Pochi giorni fa il governo ha ammesso che i soldi dei contributi non vengono utilizzati: su 100 milioni stanziati ne sono stati utilizzati tre in tutta Italia. Inoltre proprio quest’anno è finita la proroga che riguarda gli sfratti per fine locazione di famiglie che sono in estremo disagio abitativo, addirittura con malati terminali, con anziani e minori. Nessuna casa per loro, nessun passaggio da casa a casa”.

È difficile immaginare, almeno nel contesto romano, che chi subisce uno sfratto riesca ad essere ospitato in una casa popolare, visto che le liste d’attesa scorrono da anni con il contagocce e il meccanismo delle assegnazioni sembra totalmente inceppato…

“A Roma abbiamo da anni migliaia e migliaia di famiglie nelle graduatorie, il problema vero è che noi dovremmo procedere a sospendere i piani regolatori sulle aree che continuano a cementificare il territorio romano senza dare nessun tipo di risposta al fabbisogno reale, e dovremmo invece fare un piano regolatore sull’esistente, sul recupero e riuso dei tantissimi immobili esistenti, molto spesso del demanio civile e militare, del Comune e della Regione, lasciati chiusi in degrado. In qualche modo non possiamo pensare di sostituire la questione del passaggio casa a casa con un contributo che poi debba essere utilizzato per fare un nuovo contratto con un privato. C’è bisogno di un rilancio, di un recupero di molte case popolari per dare risposte a migliaia di famiglie”.

Qual è il potenziale degli immobili pubblici abbandonati?

“Gli innumerevoli immobili pubblici abbandonati potrebbero essere usati attraverso processi di autorecupero, come stabilisce la legge regionale 55/98. Gli elementi capaci di dare risposte ci sono e si possono mettere in atto, il problema è la volontà politica”.

E la situazione nelle case popolari?

“Ogni anno circa 1.000 appartamenti vanno a finire nel mercato nero. Se si lavorasse per rendere fruibili subito gli appartamenti che si liberano avremmo subito 1.000 appartamenti l’anno. E gli strumenti ci sono, per esempio controllare le famiglie che non rispondono al censimento dell’autocertificazione dei redditi che l’Ater fa ogni due anni. Così come affrontare le 5.000 famiglie che abitano gli alloggi popolari ma che hanno un reddito superiore al mantenimento dell’assegnazione. Senza sfrattare nessuno si potrebbe far passare tutte queste persone in case con affitti sociali, nelle nuove costruzioni di social housing ad oggi invendute”.

All’interno della complicata situazione generale c’è una difficoltà più specifica legata all’accesso alla casa dei migranti, che molto spesso vivono in case sovraffollate e con prezzi davvero sproporzionati. L’Unione Inquilini si occupa anche di questo?

“Assolutamente sì, c’è un palazzo a via Tor de Schiavi 101 che prima era dell’Acea e che abbiamo occupato per offrire una soluzione abitativa ad un gruppo di migranti. Abitano lì da due anni e sono ben inseriti nel contesto, c’è anche un asilo nido all’interno aperto anche alle famiglie del quartiere. Si è parlato di chi ha attaccato i centri dei rifugiati e ci sono invece delle pratiche che non vengono quasi mai rese note alla gente, si pensa che il problema dei migranti sia soltanto un problema di confronto violento ma in realtà le cose sono un po’ diverse e possono essere diverse”.

Questa è l’unica occupazione organizzata da voi o ce sono altre?

“A Roma solo questa. L’Unione inquilini fa anche azioni dirette, ma non sempre e non nelle modalità e nell’ampiezza di alcuni movimenti. Noi non pensiamo che il problema della casa si risolva con l’occupazione. L’idea è che l’occupazione debba servire per dare un elemento di discontinuità rispetto alle politiche di chi amministra. Abbiamo sempre detto che a Roma c’è un patrimonio pubblico immenso e inutilizzato, con questa occupazione abbiamo dimostrato che il patrimonio si può effettivamente utilizzare. Noi vorremmo che il Comune fosse parte attiva insieme ai municipi di un censimento di tutti questi immobili, sui quali poi basare per esempio dei bandi di autorecupero. Abbiamo un problema da parte di Regioni e Comuni di pensare in grande, non alla casa come una politica emergenziale, ma come una politica strutturale da affrontare programmaticamente”.

 

Foto dal sito www.unioneinquiliniroma.it