La casa dei pazienti: l’esperienza degli appartamenti supportati

“Il beneficio più grande che abbiamo sperimentato in questo anno e mezzo è che diversi utenti hanno richiesto un maggior sostegno psicologico o terapeutico. Persone che magari tempo prima rifiutavano l’accettazione della propria malattia, attraverso una maggiore consapevolezza di sé hanno capito di aver bisogno di una maggiore attività clinica”, ci racconta Alessandro Reali.

Succede anche questo quando i pazienti psichiatrici sono al centro di percorsi che restituiscono un’immagine di sé oltre la malattia, rimandando al proprio essere persone. Persone con una casa, che abitano un territorio e costruiscono relazioni esterne a quelle familiari, confrontandosi con il mondo e con gli altri, imparando a riconoscere se stessi. Nell’Asl di Roma C sono circa una cinquantina gli utenti che abitano in appartamenti supportati, progetti di residenzialità che i centri di salute mentale gestiscono e coordinano con l’aiuto di cooperative che si occupano di fornire alle persone supporto, pratico e psicologico, accompagnandole in un percorso di costruzione di autonomia e consapevolezza. Abbiamo intervistato Alessandro Reali, responsabile della cooperativa il Mosaico che si occupa di due case supportate per il centro di salute mentale di piazzale Tosti.

Si tratta di due appartamenti che possono ospitare fino a nove utenti, all’interno dei quali la presenza degli operatori è garantita quotidianamente dalle quattro alle otto ore, in base al grado di autonomia e ai bisogni delle persone che vi abitano. Proprio la specificità degli interventi in relazione alla singolarità dei pazienti è uno dei principali vantaggi di questo tipo di progetto, che si inserisce nel percorso terapeutico del paziente in carica presso il Csm come il tassello di un puzzle. E che, dall’altra parte, assume il significato di una pratica concreta contro lo stigma e i pregiudizi, integrando persone con disagi psichici in contesti sociali ordinari. Non da ultimo, le esperienze delle case supportate dimostrano come l’abitare sia una componente centrale e fondante per la crescita e la stabilità di ogni individuo.

D: A quali pazienti si rivolge il progetto?

R: Quello delle nostre case ha una tipologia di utenti abbastanza ampia perché le finalità possono andare dall’autonomia allo svincolo familiare, in alcuni casi anche all’osservazione se ci sono persone che ci serve conoscere meglio e più da vicino. Dipende dai progetti individuali, ma la maggior parte sono persone che hanno bisogno di uno svincolo dalla famiglia, sia in termini di autonomia e autosufficienza che in termini affettivi. Persone che hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni, che hanno soprattutto bisogno di progettare e programmare la loro vita in maniera più autonoma rispetto alle dinamiche di tipo familiare. Questa è la tipologia principale, però abbiamo anche inserito ragazzi di vent’anni che magari avevano dei problemi all’interno della propria casa per verificare se e quanto questi problemi fossero effettivamente dovuti alla casa o al soggetto.

D: Gli operatori esattamente come aiutano gli utenti?

R: In due modi principalmente. Il primo è quello di favorire l’autosufficienza, la capacità di sapersi prendere cura dei propri spazi, della propria persona e in generale della gestione del normale menage casalingo. La seconda è assicurare un sostegno psico-educativo, stando vicino alla persona, cercando di conoscerla il più possibile per capire e favorire la fuoriuscita di eventuali problematiche. Quello che consigliamo sempre agli utenti è di parlare con gli operatori e di vederli come dei soggetti che possono essere d’aiuto a 360 gradi, il che poi succede perché la maggior parte degli utenti cerca più che altro relazioni.

D: Quali competenze sono loro richieste?

R: Quelle classiche degli operatori psichiatrici. Relazionali prima di tutto e ovviamente di osservazione e monitoraggio, quindi la capacità di saper conoscere la persona in maniera tale da capire quando questa sia più in difficoltà o sotto stress anche se non lo dice. In generale si tratta di psicologi, educatori e assistenti sociali.

D: Qual è il periodo di permanenza dei pazienti?

R: Dipende dal progetto terapeutico individuale che fa il Csm. Magari non hanno casa o sono abbastanza adulti e non hanno lavoro o la possibilità di trovarlo. Laddove invece ci sono progetti di sviluppo si tratta di periodi che prevedibilmente possono oscillare dai due ai tre anni, per poi cercare di favorire il passaggio a una casa ancora più piccola in termini numerici e sicuramente in cui l’impegno della persona è maggiore sia in termini di risorse economiche che di capacità di gestirla. L’ideale sarebbe quello di avere diverse tipologie di appartamenti in maniera che il passaggio sia via via sempre più autonomo, da sei magari a quattro, da quattro a due e poi vivere da solo.

D: Come si coordina il lavoro degli operatori con il Csm?

R: Ci sono riunioni mensili con i medici del servizio, trimestrali con i terapeuti che seguono gli utenti e mensili all’interno della casa con gli utenti, in maniera che non solo le informazioni vengano condivise, ma anche i referenti clinici e i medici abbiano tutto il quadro della situazione per poter valutare di proseguire oppure modificare il percorso all’interno della casa.

D: Questo tipo di progettualità quali vantaggi produce nei percorsi terapeutici?

R: Sono progetti di residenzialità destinati all’abitare sul territorio, ad esistere nel quartiere e ad esistere per se stessi. Rispetto ad altri progetti di residenzialità, che sono quelli sulle 24 ore, oltre che dei meri vantaggi economici – perché gli orari di assistenza sono ridotti – c’è il vantaggio di essere un intervento più “plastico”. Per cui scegli il gruppo di utenti anche sulla base del fatto che avendo delle capacità residuali, quindi di sviluppo e di crescita maggiori, puoi seguirli in maniera più individuale rispetto ad una comunità standard dove le giornate sono strutturate secondo certi orari e certe attività, dove è la persona che si abitua a quelle attività. Qui invece le attività vengono costruite sui singoli utenti, sulla base di quello che è il proprio progetto generale: c’è chi lavora, chi per esempio va al centro diurno a svolgere delle attività.

D: Quali sono le difficoltà ad attuare questo tipo di progetto?

R: Una enorme è quella normativa, perché attualmente queste case sono delle strutture che dal punto di vista normativo non esistono. Vengono spesso erroneamente equiparate alle case famiglia, che sono servizi completamente diversi e rivolti ad un’altra tipologia di utenza come minori, anziani e disabili. Per poter accreditare ufficialmente secondo la normativa queste case dovremmo perciò trovare delle strutture che rispondano agli standard strutturali delle case famiglia, come per esempio accessi a norma per le carrozzine. Servirebbe sicuramente un intervento legislativo, per prendere atto che esistono queste situazioni, meno richiedenti dal punto di vista strutturale e incentrate più sulla persona. Il dipartimento della Roma C mi pare abbia qualcosa come 52 utenti nelle varie strutture, numeri che iniziano ad essere consistenti e che devono essere difesi e tutelati.

D: È difficile trovare proprietari disposti ad affittare per questi progetti?

R: Non è semplice trovare proprietari di casa che abbiano la sensibilità per accettare in casa utenti psichiatrici. Parecchie persone si tirano indietro, ci è capitato anche di stringere degli accordi che poi sono venuti meno proprio perché comunque quando parli di psichiatria la gente è ancora spaventata, vive ancora di pregiudizi.

D: Ci sono esperienze altrove?

R: Ci sono più esperienze nel nord Italia. Per esempio solo la provincia di Trento di appartamenti supportati ne ha 50, hanno investito molto su questo tipo di autonomia. Lo hanno fatto anche in Piemonte qualche anno fa, con un po’ di polemiche, affittando proprio stanze di albergo. Fuori dall’Italia poco, perché purtroppo la mentalità è quella di fare stare le persone in degli ambienti esclusivamente dedicati. Si trovano per esempio dei palazzi esclusivamente dedicati alla salute mentale, ma in questo modo l’utente si confronta solo con altri utenti o con medici, che comunque ti rimanderanno sempre l’idea che esisti per la tua malattia, non perché sei un essere umano. Per il nostro approccio è invece fondamentale la capacità della persona di farcela da sola, aumentare il suo empowerment e i suoi diritti di cittadinanza.