L’arte è uguale per tutti
Street art e cinema per “liberare” i detenuti

L’arte di strada, libera per definizione, entra a Rebibbia e si prende cura delle persone e degli spazi. Nascerà un grande murale nella terza casa circondariale e a realizzarlo saranno i ragazzi detenuti insieme a Solo, street artist romano. Il progetto, ancora in cantiere, ha alle spalle un percorso ampio e strutturato che ha a che fare con la gestione della libertà e delle emozioni, due aspetti incredibilmente delicati per i detenuti che hanno avuto problemi di dipendenza dalle sostanze.

Uno dei danni del carcere è che mentre stai dentro puoi anche imparare a sopravvivere, ma quando vieni rispedito nel mondo non hai acquisito nessuno strumento che ti insegni a gestire la libertà”. Martina D’Andrea frequenta come volontaria il carcere di Rebibbia da tre anni, è una psicologa e insieme al Sert si occupa da un anno di seguire un gruppo di psicoterapia. La terza casa circondariale, dove lavora, è un regime di custodia attenuata per ex tossicodipendenti, una sorta di pre comunità. Il clima è diverso da quello del carcere duro che ci immaginiamo, perché i detenuti sono solo una quarantina e le celle sono aperte tutto il giorno, lasciando loro uno spazio di libertà maggiore.“Durante i gruppi di supporto è emerso che la maggiore autonomia che hanno le persone durante le loro giornate, le porta a sviluppare una maggiore tendenza all’isolamento e alla solitudine. Al contrario in un carcere più grande, con meno libertà e più problemi, le persone tendono ad essere più unite”. Il progetto di cui è responsabile nasce per contribuire ad alleviare lo scontro inevitabile con la libertà, per riempire quei momenti di radicale individualismo che vivono i ragazzi con cui lavora, e ha preso forma quando un detenuto le ha proposto di organizzare delle proiezioni cinematografiche.

L’idea del cinema sembrava aggiungere una prospettiva nell’orizzonte di significato dei ragazzi, attraverso il film come mezzo che veicola le emozioni e i vissuti degli altri ma che sono anche di tutti”. Così ogni quindici giorni si proietta un film, scegliendo un tema su cui di volta in volta un ospite porta dall’esterno la sua testimonianza. “I film che vengono proposti esprimono dei valori da riutilizzare, che aiutano a toccare con mano in un posto chiuso quello che sta fuori”. La scelta della street art, tra gli altri temi affrontati, non è stata casuale. “La strada è l’ambiente di riferimento di molte persone detenute, al di la dei luoghi comuni e delle generalizzazioni, che sviluppa un forte senso di appartenenza rivendicato con orgoglio. Sono anni che alcuni di loro non rivedono i propri posti”. Così l’idea è stata quella di mostrare i cambiamenti che hanno investito le strade di Roma, quelle strade che mancano a chi le conosce bene e non si immagina come sarà rivederle. All’incontro, a cui era presente Solo, è stato proiettato Exit through the gift shop e un video realizzato per l’occasione, che mostra alcuni dei muri più belli dipinti nelle periferie di Roma. San Basilio, Primavalle, Tor Marancia, il Trullo, passando per Garbatella, Ostiense e il Pigneto. Una finestra sulla città che ha ha coinvolto i ragazzi, così come ha fatto la testimonianza di Solo, che ha raccontato la funzione estetica dell’arte nelle strade e il confine tra legalità e illegalità dentro cui si muove.

Una contraddizione che “diventa irrispettosa se si considera illegale il momento dell’esecuzione, e quindi di espressione dell’artista – continua Martina – e poi invece legale l’opera sul muro se il personale giudizio delle istituzioni considera bello il risultato”. Come succede a Roma, dove il Comune, oltre a finanziare alcuni progetti, ha fatto suo fiore all’occhiello (con tanto di sezione dedicata sul sito web) anche delle altre opere realizzate da artisti che nel dipingerle hanno rischiato multe e reclusione. Un argomento che di sicuro ha interessato i ragazzi, coinvolti a tal punto che alcuni di loro hanno chiesto a Solo di dipingere il muro di cinta del carcere. Un progetto ancora in cantiere, che sicuramente contribuirà ad alleviare il grigiore della galera e a restituire un senso di partecipazione alle persone detenute, artisti in quello è oggi è il luogo che abitano.

L’obiettivo è stato raggiunto, perché ha stuzzicato l’interesse. Mi piace pensare che l’incontro abbia dato anche uno spunto rispetto al fatto che la strada può essere altro oltre a quello che per loro è stata la tossicodipendenza o comunque il nido di altri comportamenti”. Spunto, che insieme a tanti altri, Martina spera di sviluppare poi nel percorso terapeutico con i ragazzi, perché questi incontri e gli argomenti toccati hanno anche la finalità di alleviare il confronto dei detenuti con le proprie emozioni. “Per darti l’idea di quanto è difficile, riporto l’esempio di Gilberto Di Petta, un importante psichiatra: per un ex tossicodipendente parlare delle proprie emozioni senza la sostanza è come fare un intervento chirurgico senza anestesia”. In quest’ottica il cinema è anche uno spaccato delle emozioni altrui, uno specchio che può funzionare da “balsamo” per vivere le proprie, lenendo il dolore di entrare in contatto con se stessi e con gli altri senza “l’anestesia”.