Che cos’è il FIL?

Ciao Giovanni,

ho letto che in Buthan si calcola l’indice di felicità lorda. Cos’è e cosa ne pensi?

Endrix

Ciao Endrix, ogni volta che sento parlare di felicita mi torna in mente una di quelle storielle che giravano all’università. Il professore in classe sta spiegando un modello matematico molto complesso: «questa variabile rappresenta il reddito, questa invece rappresenta la felicità dell’individuo, questo parametro…». A quel punto uno studente si alza: ≪Ma professore! Come si fa a dare un numero alla felicità di una persona?!». Quanti di noi non sarebbero d’accordo con lo studente? Eppure il professore, impassibile, rispose: «mi dica cosa le piace e le calcolo la sua felicità

L’idea venuta ai bhutanesi (ho cercato su internet, si dice veramente cosi) è dunque in linea con il modo di pensare del mio professore? Non del tutto, secondo me. L’Indice di Felicita Lordo è un modo per mettere in evidenza alcuni aspetti che vengono tenuti poco in conto dalla cultura economica prevalente. Generalmente si dice che c’è crisi quando “non girano abbastanza soldi“. La politica si concentra quindi sulla necessita di far crescere la “ricchezza” del paese intesa come Prodotto Interno Lordo (PIL), che in teoria si dovrebbe tradurre in maggiori posti di lavoro, maggiori possibilità di consumo, magari il mutuo per comprare casa.

La politica e le sue ragioni si concentrano quindi esclusivamente su questi aspetti, tralasciando il fatto che probabilmente le persone (lavorando di più) non avranno più tempo per incontrarsi e stare bene assieme. Oppure, che produrre di più vuol dire inquinare di più. L’Indice di Felicita Lordo (FIL), ideato in Bhutan per superare i limiti del PIL tiene conto di benessere psicologico, salute, uso del tempo, istruzione, multiculturalità, buon governo, vitalità sociale, tutela della biodiversità, qualità della vita. Il FIL dovrebbe quindi aiutarci a pesare i fattori economici rispetto a questa. Un esempio che viene spesso usato per evidenziare i difetti del PIL è la guerra: la produzione di armi sale e quindi il PIL cresce, tralasciando la sofferenza che la guerra stessa implica. Il FIL farebbe emergere che un incremento della ricchezza ha pero causato tanta sofferenza. Un altro esempio può essere l’intervento di una crisi economica (come quella che stiamo attraversando) che causa molta disoccupazione ma induce le persone a cambiare stile di vita (magari tornando dalla città alle campagne): anche in questo caso il FIL ci potrebbe dare un risultato inverso a quanto accade con il PIL.

Il FIL, assieme a molti altri indicatori simili, è sempre al centro del dibattito nei corsi universitari. E anche i governi occidentali hanno provato a superare l’assolutismo economico con questi indicatori. Ma finora pochi sono riusciti a portare a compimento il progetto e influenzare il dibattito politico. Io, ripensando alle parole del professore, do ragione allo studente e preferisco che la felicità rimanga qualcosa in mano alle persone e non sia frutto di un calcolo statistico: un indice può essere modificato secondo le esigenze di chi lo calcola e i governi hanno dimostrato che la tentazione è sempre forte… Gli indici di benessere economico possono a mio avviso rimanere tali. Sarebbe però bello che i governi, i parlamenti, i media, in fin dei conti le persone, fossero più attenti a indirizzare il dibattito politico su temi non esclusivamente economici.

Foto: Flickr | Lino Petito