Buon Natale e buon tera-ppetito

Natale è alle porte e a Napoli in molti già pensano ai preparativi dei grandi pranzi da consumare insieme ai propri parenti e amici.

Per chi è un po’ giù di morale in questo periodo prefestivo, ci sono buone speranze di rallegrarsi coi cibi tipici natalizi partenopei, soprattutto i dolci. Se siete in un periodo di depressione, il consiglio è darsi agli struff oli, dolce di palline di pasta fritta ricoperte con miele. Questa leccornia ha probabili origini greche, ma non preoccupatevi della bile nera d’Ippocrate, gli struff oli ve la faranno passare. Se avete ansia e non sapete proprio dove appigliarvi per sopravvivere a questo male latente, il suggerimento per sfogarsi è darsi al roccocò e ai susamielli mandorlati. Duri da combattere a ogni morso, ma una volta in gola sono di un piacere soddisfacente che vi calmerà l’animo e la mente. Se qualcuno vi ha fatto arrabbiare, il segreto per calmarsi è degustare un mostacciolo di cioccolato nero o bianco e scordarsi di tutto e di tutti. Magari può capitare di soffrire di delirio, allora nel vaneggiare, ricordati di farti invitare a una cena di Natale, dove con una tavola imbandita di spaghetti alle vongole, capitone fritto e contorni di verdure, te ne stai zitto e rimandi tutto a miglior giorno. In caso d’insonnia, non preoccupatevi: una bella fetta di pizza con scarole e olive saprà coccolarvi. In ultimo c’è la minestra di carne e verdure, con cicorie, “scarulelle” e salsiccia per i più nevrotici. C’ è solo un ordine da rispettare nel mangiare la minestra: prima le verdure e poi la carne di maiale.

Ma Natale si festeggia anche in Lombardia, ovviamente. Chissà, per tutti questi malanni cosa consiglia Enrico.

Certo che si festeggia, mio caro Andrea! Vivo da anni a Roma ma mi sento ancora profondamente mantovano. Come nella migliore scuola psicanalitica del novecento, al momento del cenone della Vigilia ecco riaffiorare tutti i rimossi dell’inconscio. La tavola dalle mie parti racconta la ruvidezza della storia contadina: niente mare qui. L’unico pesce che vuole la tradizione è il cefalo, cotto al forno con tutte le interiora. Un omaggio ai tempi della fame, quando nulla di commestibile si doveva buttare. Per fortuna a casa di nonna l’abbiamo sempre evitato! Si comincia invece con il piatto tradizionale magro della cena della Vigilia e del giorno di Sant’Antonio: i tortelli di zucca, che risalgono all’incirca all’anno mille. Piatto “bipolare” per eccellenza, saprà eccitare gli estremi opposti della mente e del palato: dolce e piccante insieme. La pasta all’uovo è riempita di zucca, grana, amaretti e mostarda di mele acerbe. Si serve con burro e salvia o, per i più ingordi, con un sugo di pomodoro e salsiccia. Il 25 non c’è pranzo che non cominci con un “bevr’in vin”. È una specie di aperitivo che negli inverni gelidi scalda mani e cuore. Si prende una scodella di agnolini (parenti dei tortelli emiliani) e si aggiunge al brodo di cappone un bicchiere di Lambrusco. Perfetto per chi soffre di fobia sociale: la tradizione vuole che il brutto (ma buono) brodo marroncino si consumi “di nascosto”, dando le spalle al tavolo. Il vino più famoso è chiamato Pjaföc, letteralmente piglia-fuoco, che è il nome dialettale delle lucciole. Cosa c’è di meglio per calmare gli animi irritati o infuocare quelli depressi? «Bone feste e bon Nadal e bona caran da nimal» recita il proverbio. Quindi “carne di maiale” a volontà, arrosti, cotechino, salame, coppa, chi più ne ha più ne metta. E poi sbrisolona (la torta di friabile di farina e mandorle), pandoro, mascarpone. Un’alternativa gastronomica agli psicofarmaci: dopo una mangiata così sei completamente “sedato”.

L’ultimo consiglio da parte nostra è quindi di scegliersi un cuoco invece del dottore per farsi dare una “ricetta” con ingredienti gastronomici al posto degli psicofarmaci. Buon terap-petito a tutti!

Andrea Terracciano ed Enrico Cicchetti

Foto: Antonio | Flickr | CCLicense