La doppia faccia del benessere nel rapporto Bes 2015

Sta meglio il corpo ma soffre di più la mente degli italiani, secondo l’ultimo Rapporto Bes relativo al 2015. Il Paese è diviso sulle condizioni di benessere tra nord e sud e sulle differenze sociali, mentre diminuisce la partecipazione politica e la spinta ad informarsi.

Istat e Cnel hanno firmato insieme la terza edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes 2015)” che assume come punto di partenza la multidimensionalità del benessere e, attraverso l’analisi di un ampio numero di indicatori, che descrivono l’insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini. Nel 2015 il Rapporto Bes ha analizzato i fattori che hanno un impatto diretto sul benessere umano e sull’ambiente attraverso 12 domini – Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi – articolati in 130 indicatori.

In particolare, se si orienta il focus sulla Salute si osserva che la vita media è in aumento e restano stabili i valori che indicano quella in buona salute.
L’Italia, infatti, ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa – al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 – e la longevità continua ad aumentare. La mortalità infantile scende ancora – siamo a 30 decessi ogni 10mila nati vivi – come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani – 0,8 vittime ogni 10mila residenti – e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10mila residenti). Migliorano, rispetto al 2005, anche le condizioni di salute fisica, e prosegue la riduzione di fumatori e di consumatori di alcol a rischio. Fra le criticità, non migliora la qualità della sopravvivenza e peggiora il benessere psicologico. Si conferma il trend crescente della mortalità per demenze e delle malattie del sistema nervoso tra gli anziani (27,3 decessi per 10mila abitanti), soprattutto tra i grandi anziani. Il carico assistenziale che queste patologie comportano sulle famiglie e sui servizi socio-sanitari si riflette negativamente sulla qualità della vita, non solo dei malati ma anche dei loro familiari. Ancora diffusi, poi, gli stili di vita non virtuosi come la sedentarietà, che riguarda quattro persone su 10 – l’eccesso di peso – più di quattro su 10 – e un non adeguato consumo di frutta e verdura – più di otto persone su 10. Le donne, da sempre in vantaggio per la sopravvivenza, hanno una maggiore propensione alla prevenzione e stili di vita più salutari ma spesso sono penalizzate da patologie che comportano limitazioni nelle attività svolte abitualmente. Nel tempo queste differenze fra i generi si sono ridotte, anche per il progressivo incremento di anni mediamente vissuti dagli uomini. Inoltre risultano in crescita anche le differenze territoriali, con il Mezzogiorno che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari). E si mantengono marcate pure le disuguaglianze sociali negli stili di vita: le persone con titolo di studio più alto, a parità di età godono di migliori condizioni di salute fisica e mentale e adottano generalmente comportamenti più salutari.

Nel campo delle Relazioni Sociali si registra un aumento della fiducia negli altri e un calo della partecipazione politica.
In Italia le reti sociali hanno sempre svolto un ruolo fondamentale per la qualità della vita della popolazione e dei segmenti più svantaggiati e vulnerabili. Nel 2014, l’andamento degli indicatori sulla partecipazione sociale rafforza i segnali positivi che si erano già registrati, seppur debolmente nell’anno precedente. Ciò mostra l’avvio di un recupero della coesione sociale, fiaccata dai difficili anni della crisi, e fa intravedere un clima di fiducia positivo riguardo la capacità e l’opportunità di attivarsi pur in una fase di congiuntura sfavorevole. Benché ancora bassa, aumenta la fiducia negli altri (dal 20,9% del 2013 al 23,2% del 2014) insieme alla percezione di poter contare sulla propria rete relazionale (dall’80,8% all’81,7%). Inoltre si dà più spesso sostegno economico ad associazioni (dal 12,9% al 14,5%) e più di frequente si fa volontariato (dal 9,4% al 10,1%). L’indicatore sulla partecipazione sociale si stabilizza nel 2014 al 23,1%, dopo 3 anni di decrescita costante.

Non altrettanto si può dire per la partecipazione politica (parlare, informarsi, partecipare on line). Al contrario, dopo la crescita registrata nel precedente biennio, mostra un calo significativo soprattutto nel Centro-Nord e tra i più giovani. Diminuisce in particolare la quota di persone di 14 anni e più che parla di politica (dal 48,9% al 42,9%) e si informa di politica (dal 64,3% al 62%) almeno una volta a settimana; rimane stabile, invece, la partecipazione politica attraverso il web: la percentuale di persone di 14 anni e più che leggono o postano opinioni sul web è il 12,1% nel 2014.  Anche in questo ambito, infine, le differenze territoriali continuano ad essere particolarmente marcate a svantaggio del Mezzogiorno. In questa area geografica le reti sociali appaiono più deboli rispetto al resto del Paese sia nella componente del volontariato (13,2% di persone che hanno svolto attività gratuita nel volontariato nel Nord contro 6,5% nel Mezzogiorno) sia nelle reti di aiuto familiari (83,4% di persone che hanno parenti, amici o vicini su cui contare nel Nord contro 78,5% nel Mezzogiorno).

Paola Sarno