La salute mentale tra libertà e dignità. Un dialogo costituzionale

Perché dialogare su diritti e salute mentale? È questa la domanda con la quale si apre il libro di Stefano Rossi La salute mentale tra libertà e dignità. Un dialogo costituzionale, edito da FrancoAngeli. La risposta è che affrontare il tema del diritto nel campo della salute mentale significa ripercorrere la strada, teorica e pratica, di uno dei fattori di evoluzione primari in questo ambito. Significa intendere il diritto come motore della trasformazione e stabilizzatore sociale delle conquiste raggiunte.

Come scrive Rossi, nell’introduzione al corposo volume (450 pagine, 39€), «la persona affetta da disturbo mentale, quale tipo sociale, è […] al contempo, un’appartenente al gruppo, in quanto sta sulla soglia (anzi rappresenta il limes) del criterio di “normalità” che ne connota i membri e le loro relazioni nel contesto sociale, ma, al pari dell’estraneo, essa è al-di-fuori del gruppo, nella misura in cui è semplice oggetto di misure di custodia, protettive o di cura da parte della collettività, essendole invece precluso un inserimento organico nella vita della comunità». La condizione giuridica di queste persone riesce quindi a «far emergere, con le risorse che la prospettiva costituzionalistica offre, le contraddizioni ancora insite nell’ordinamento, la difficoltà di declinare entro forme di tutela effettiva determinati diritti, senza dimenticare le linee evolutive che, nel campo dei diritti civili e sociali, hanno inteso restituire dignità sociale ai ‘folli’».

La pietra angolare è proprio la Costituzione, qui descritta con la bellissima immagine di una “stanza di compensazione” rispetto alla rapidità e instabilità delle condizioni materiali di una società nella quale i rapidi mutamenti socio-politici, la globalizzazione ed il progresso scientifico e tecnologico, «hanno ampliato la zona di confine tra il certo e l’incerto, espandendo la penombra che avvolge il linguaggio, i principi e le regole (anche, ma non solo) del diritto, in cui pertanto l’incertezza domina evidente ed esplicita». Nella cornice costituzionale si inscrive il discorso sulla salute mentale: a partire dall’art. 32, che attribuisce al singolo la titolarità del diritto alla salute come diritto sociale ma che va contemperato col diritto alla libertà dell’individuo, esprimibile anche nell’estremo rifiuto di qualsiasi cura. Il dibattito, riaperto dai recenti casi di cronaca, sulla necessità o meno del Trattamento Sanitario Obbligatorio, punta proprio in questa direzione. L’autore si muove dunque in quel «crogiuolo paradigmatico del conflitto tra libertà e autorità». Il dibattito sul diritto e la salute mentale resta perennemente attuale, in quanto «restituire dignità [significa] ricostruire la tutela della personalità del sofferente psichico a partire dall’identificazione tra scopo di cura e reintegrazione dell’identità della persona, valorizzando il primario diritto del malato a essere curato, ovvero ad essere aiutato e condotto, per quanto sia possibile, al recupero della capacità di svolgimento della sua personalità, sia in termini identitari che relazionali».

Ci si chiede se è possibile e come ridare cittadinanza, libertà e dignità, appunto, al sofferente mentale attraverso il recupero della sua personalità, a livello individuale e sociale. L’indagine è concepita «dal basso», a partire cioè dai soggetti che vivono la sofferenza. «È lo scontro con la complessità dei problemi – scrive Rossi – che ci rammenta come la semplice proclamazione dei diritti non significa constatarne, quale conseguenza naturale, l’effettività: il linguaggio dei diritti ha infatti una grande funzione pratica, ossia quella di dar particolare forza alle rivendicazioni di quegli individui o movimenti che richiedono per sé e per gli altri soddisfazione di nuovi bisogni materiali e morali, ma diviene ingannevole se oscura e occulta la faglia esistente tra il diritto rivendicato e quello riconosciuto e protetto. Nella loro essenza infatti i diritti, esprimendo pur sempre una forma di lotta per l’affermazione dell’autonomia, non costituiscono principi già dati una volta per tutte quanto piuttosto un «non-essere-ancora» che implica costantemente l’azione e invoca atti politici e istituzionali».