Cannabis terapeutica, in Italia si può ma si fa poco

SONY DSC
SONY DSC

L’uso della cannabis è da tempo al centro di un dibattito acceso, divenuto lungo ed estenuante in diversi paesi occidentali come l’Italia. Ci sono due fini principali per quanto riguarda l’uso di cannabis: quello ricreativo e quello terapeutico. Ed è proprio sull’ultimo di questi che ci sono dati importanti che vale la pena leggere. Secondo alcune teorie mediche, l’uso di cannabis a scopo terapeutico comporterebbe effetti positivi nella cura di alcune malattie (fisiche e mentali) come nausea e vomito dovuti alla chemioterapia, sclerosi multipla (il farmaco Sativex, estratto dalla cannabis, è usato per combattere questo morbo), depressione, ansia ed epilessia. La cannabis è usata anche per trattare il dolore e la spasticità muscolare. È stato studiato il suo utilizzo per numerose altre applicazioni mediche, ma non vi sono dati sufficienti per conclusioni sulla sua sicurezza ed efficacia. Sono inoltre in corso alcuni studi sugli effetti antitumorali del Thc.
In un meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science, tre relatori esperti hanno parlato degli effetti medici della cannabis. Roger Pertwee, neurofarmacologo dell’University of Aberdeen ha spiegato che nel nostro corpo esistono già sostanze chimiche simili al Thc (principio attivo della cannabis) che agiscono sui neuro-recettori del cosiddetto sistema endocannabinoide, la cui attivazione regola l’appetito, l’umore, la memoria e il dolore. Gli altri due relatori (Mark Ware e Igor Grant) hanno riferito che attualmente non ci sono dati certi per prescrivere l’uso medico della cannabis e per poter accertarsi che questa abbia effetti positivi o dannosi per la salute mentale e fisica. Marijuana e farmaci derivati sembrano però efficaci nel trattamento di ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico, epilessia e dolore neuropatico. Gli indizi, per ora, sono principalmente di tipo aneddotico, e attendono quindi di essere confermati da veri e propri trial clinici. “Non esiste alcuna prova di danni a lungo termine negli adulti”, ha inoltre sottolineato Grant. In passato si era parlato di un possibile legame tra l’uso di marijuana e un aumento di rischio di sviluppare schizofrenia, ma studi successivi non avrebbero confermato questi risultati. L’unico rischio conosciuto nell’adulto riguarda la bronchite cronica.
E sui più giovani? Uno studio avrebbe dimostrato che un forte utilizzo in adolescenza sarebbe collegato ad un minore quoziente intellettivo in età adulta ma il numero di persone coinvolto nella ricerca sarebbe eccessivamente limitato. Inoltre, l’American Psychological Association ha pubblicato su Psycology of addictive behaviors i dati di uno studio longitudinale condotto su 408 ragazzi maschi a partire dall’adolescenza (16 anni) per arrivare ai 35 anni. Il risultato della ricerca ha delineato la poca evidenza del fatto che esista una correlazione tra uso duraturo di marjuana in giovane età e la possibilità di contrarre disagi mentali come depressione e psicosi.
In Italia dal 2007 una tabella ministeriale (decreto n.76 del 18 aprile) consente la prescrizione con ricetta medica di diversi derivati della cannabis dalle riconosciute proprietà terapeutiche. Nel 2013 un ulteriore decreto ha riconosciuto l’efficacia farmacologica dell’intera pianta della cannabis. Negli ultimi anni i consigli regionali di Puglia, Liguria, Veneto, Toscana, Friuli, Marche, Abruzzo, Umbria, Sicilia, Basilicata ed Emilia Romagna hanno approvato dei provvedimenti per garantire l’erogazione gratuita dei farmaci cannabinoidi ai propri assistiti. Ma come fa notare l’associazione Luca Coscioni, per la libertà di ricerca scientifica, “a oggi l’accesso a questa cura resta di fatto negato. I dati fornitici dal ministero della Salute ci dicono che nel 2013 solo 40 pazienti hanno avuto accesso a questa terapia. Ancora troppi sono i pazienti che, non trovando medici disposti a prescrivere cannabinoidi, o a causa della burocrazia o dei costi elevati, si trovano costretti a ricorrere al mercato nero. Ma poiché non esistono protocolli attuativi regionali, per molti i pazienti accedere a questo genere di farmaci è praticamente impossibile”.
L’uso terapeutico della cannabis in Italia è quindi consentito in 11 regioni ma sembra che sia alquanto difficile procurarsi i farmaci contenenti Thc perché prescrivibili solo se altri farmaci di principio attivo diverso non presentano gli effetti desiderati sul soggetto in cura. Inoltre, lo Stato italiano deve comprarli all’estero, con un rincaro fortissimo sui prezzi, in quanto la coltivazione di marjuana è consentita solo per scopi scientifici o medicinali con l’autorizzazione del ministero della Salute in un centro di sperimentazione super protetto a Firenze.
Secondo Paolo Poli, direttore del reparto di Terapia del dolore dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, dove 800 pazienti sono trattati con la cannabis, ci sono ancora tre principali problemi nella sua diffusione terapeutica. Anche in Toscana, la regione più all’avanguardia in questo senso. “Primo – ha detto a ilfattoquotidiano.it – alcune patologie sono escluse dalla legge, penso alla fibromialgia. Secondo: molti dottori si rifiutano di prescriverla. Terzo: manca la materia prima, bisogna produrne di più e farlo in Italia, basta con l’importazione”.

Foto: Diego Charlón Sanchez | Flickr | CCLicense