“Lo chiamavano Jeeg robot” di Gabriele Mainetti: tra Propp e Tor Bella Monaca

Stiamo volando in cielo insieme alla macchina da presa, sotto di noi il centro storico della capitale d’Italia. Quella che a primo impatto sembra essere una soggettiva per via del respiro affannoso che accompagna le immagini, poco dopo si rivela essere un inganno del regista. Nell’inquadratura successiva infatti veniamo catapultati a terra, dove vediamo un uomo, Enzo (Claudio Santamaria), correre per le viuzze del centro di Roma, in fuga da qualcuno che lo sta inseguendo. Lo spettatore viene immerso immediatamente nel clima di paura e d’azione e nei temi di violenza, mafia e delinquenza su cui il film è incentrato.

Enzo è un ladruncolo di Tor Bella Monaca che ha appena rubato un orologio ed è inseguito da due poliziotti. Nella sua fuga, Enzo attraversa dei manifestanti che gridano alla non violenza, ciò pone le due realtà in pieno contrasto: una manifestazione contro la violenza in un periodo in cui gli attentati terroristici sono all’ordine del giorno e una realtà più ristretta ma altrettanto cruda e spietata, quella del quartiere di Tor Bella Monaca. Enzo finisce nel Tevere riuscendo a scamparla ma qui viene a contatto con delle sostanze radioattive e sarà l’inizio della sua trasformazione e rinascita.

Il primo lungometraggio di Gabriele Mainetti non solo cita il supereroe del famoso cartone animato, ma fa tesoro dei personaggi tipo e dello schema della fiaba teorizzato da Propp. Così ci sono l’eroe, in questo caso il supereroe Enzo/Hiroshi/Jeeg; l’antagonista, lo zingaro (Luca Marinelli); i complici di quest’ultimo e anche la principessa (Ilenia Pastorelli). Il tutto decisamente ricontestualizzato in una realtà di periferia, per nulla fiabesca, ma anzi violenta, cruda ed attuale che sembra priva di speranza. Anche lo schema del film è ciclico come quello della fiaba e questo è evidenziato dalle riprese dall’alto della città di Roma, che si presentano all’inizio sotto la luce del sole e alla fine a tramonto inoltrato, metafora di cambiamento e allo stesso tempo di ristabilimento.

Lo chiamavano Jeeg robot affronta molti temi attuali, oltre ai già citati c’è una particolare attenzione alla sete di potere e fama rappresentata negativamente dal personaggio dello zingaro, interessato solamente a diventare un “mito” finendo nei notiziari in tv e ottenendo milioni di visualizzazioni su YouTube. Ad esso si contrappone Enzo con la sua trasformazione da inetto a umile supereroe. Un altro tema è quello delicato della violenza sulle donne nell’ottica dell’abuso in famiglia con le drammatiche conseguenze sulla salute mentale della vittima.

Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg robot dona voce, luce e speranza a quelle realtà marginali che ne sembrano prive. Ed ecco che con l’ultima inquadratura in fermo-immagine si spicca il volo tanto atteso.

Voto: 8 1/2

Al cinema!