La violenza invisibile: donne, tossicodipendenza e violenza sessuale

Una questione tanto complessa quanto sottovalutata, sia dall’informazione che dalla società, è quella delle donne tossicodipendenti vittime di abusi sessuali. La violenza sulle donne con problemi di droga non crea allarme sociale e perciò viene spesso ignorata dall’opinione pubblica. Eppure, le ultime ricerche italiane condotte in tal senso, attestano che la percentuale di donne tossicodipendenti che subiscono violenza è molto più alta rispetto a campioni di donne non tossicodipendenti (progetto internazionale Dipendenze patologiche e abuso sessuale, programma europeo Dafne).

Il legame tra l’uso di sostanze e la violenza di genere è complesso ed allo stesso tempo molto stretto. Anche se non esiste una chiara evidenza di correlazione causa-effetto, studi recenti mostrano che le donne con problemi di uso di sostanze hanno una probabilità maggiore degli uomini di aver fatto esperienza di abuso fisico e/o sessuale (UNODC, 2004). Lo studio sopra citato racconta di un’altissima percentuale di donne con problemi di dipendenza che ha subito almeno un abuso di natura sessuale nel corso della propria vita. La questione viene ulteriormente complicata dal duplice tabù che caratterizza sia l’uso di sostanze che la violenza sessuale: entrambi comportano, spesso, una condanna sociale strisciante e una serie di pregiudizi difficili da superare. La reputazione goduta, l’abbigliamento, la frequentazione di posti ritenuti non sicuri e l’uso di sostanze psicotrope non sono che alcuni dei capi di imputazione più diffusi, al fine di chiamare alla sbarra la donna come unica responsabile della sua sicurezza. Se già l’attenzione culturale e normativa nei confronti della violenza sessuale risente dei tratti maschilisti e banalizzanti, la questione si aggrava d’indifferenza quando si tratta di donne tossicodipendenti: nell’immaginario collettivo sono loro, più delle altre, che “se la sono andata a cercare”.

Un’altra indagine avviata sul campo con un gruppo di 65 donne tossicodipendenti dei Sert della Asl di Taranto, attesta che ben il 38,4 % ha subito violenza sessuale in un’età media di 18,3 anni. Le percentuali emerse da questa ricerca dimostrano la grande diffusione del fenomeno tra le donne tossicodipendenti come esperienza vissuta prima dell’avvio della carriera tossicomanica e dopo l’instaurarsi della dipendenza. Solo in Italia, l’esperienza della violenza riguarda addirittura il 77,5% delle donne intervistate. Eppure, si rileva spesso una risposta inadeguata dei servizi dovuta, in prima istanza, ad una sottostima del fenomeno. Questo per il concorrere di diversi fattori, in particolare quello di una sorta di doppia discriminazione che vive la donna tossicodipendente (in quanto donna e in quanto tossicodipendente), sia ad opera della cultura dominante, che nel proprio stesso vissuto. Infatti, una delle forme di violenza più comune a cui le donne tossicodipendenti sono esposte è quella legata alle prestazioni sessuali per procurarsi sostanze. Tale pratica è considerata spesso “normale”, in certo senso una implicazione della condizione di dipendenza, per cui dalle donne stesse non è vissuto come una forma di violenza subita ma quasi come un comportamento voluto. Dai risultati emersi dalle due ricerche citate sembra quindi che la percezione delle donne tossicodipendenti sia distorta: sembrano non percepire l’elemento violento dell’interazione che finisce per essere vissuto come una sorta di elemento costante. La donna tossicodipendente quindi, sembra pagare il costo della sostanza anche e soprattutto attraverso il proprio corpo e la propria mente.

Più che di risposte, sembra necessario porsi delle domande. Quanto la legge italiana tutela le donne e le tossicodipendenti dalla possibilità di essere vittime di violenza? Nell’immaginario collettivo e nel sistema normativo del nostro paese la violenza subita da una donna ha lo stesso valore (già limitato in modo imbarazzante), della violenza che vede come vittima una tossicodipendente?
Infine, l’esiguo numero di donne che denunciano o raccontano la propria esperienza apre alla necessità di una riflessione rispetto alle modalità di accoglienza e cura delle pazienti dei Dipartimenti delle Dipendenze patologiche e delle comunità terapeutiche. Non potendo contare dal punto di vista normativo su una maggiore tutela delle donne tossicodipendenti, la difesa e la cura delle stesse non possono che essere demandate ad una cultura tutta da riformulare. Nei contesti educativi come in quelli della prevenzione e della riduzione del danno, occorre puntare sull’illeggittimità culturale che vuole il sopruso sulla donna come un comportamento quasi naturale e legittimato. Nei contesti di cura, il modello di intervento e di presa in carico da adottare dovrebbe quindi dotarsi di una prospettiva della relazione, abbandonando quella spersonalizzante e neutrale della prestazione.

Foto: Sam Chua | Flickr | CCLicense