Il centro del mondo della droga: il Messico e El Chapo

Se si vuole comprendere da dove provenga e come venga distribuita la droga nel mondo non si può fare a meno di parlare di Messico e del capo incontrastato della droga mondiale, Joaquin “El Chapo” Guzman. Il capo dei narcos messicani ha esportato tonnellate e tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti e verso l’Europa. E in Europa, non solo in Italia, la ‘ndrangheta ha il quasi monopolio dell’importazione di cocaina”. Così parla di lui Nicola Gratteri, procuratore della Dda di Reggio Calabria.
Il Messico è probabilmente la più peculiare narcodemocrazia del mondo. Il potere dei narcos è nelle giunture politiche, militari e sociali del paese centroamericano. El Chapo, che dovrebbe rappresentare un esempio di scempio umano con oltre tremila omicidi sulle spalle, è invece una sorta di idolo per le giovani generazioni che nascono nei quartieri più poveri, dove la droga è potente strumento di riscatto sociale. La storia di Joaquin Guzman inzia sotto l’ala protettrice di Miguel Angel Felix Gallardo, detto El Padrino, quando Guzman trasforma il Sinaloa, regione poverissima del Messico, nel centro di distribuzione più grande del mondo. El Chapo (il tarchiato) inizia come corriere nel traffico con la Colombia, per poi chiedere come pagamento una parte del carico. Da li inizia la scalata del boss centroamericano.
La creatività è una chiave per leggere il successo di quello che diverrà secondo Billionaire’s uno dei cinquanta uomini più potenti della terra. Dai classici aerei o semplici camion dotati di doppifondi, a tunnel scavati a venti metri di profondità sotto il confine tra Messico e Stati Uniti che permettevano di eludere qualsiasi tipo di controllo, fino alle lattine di peperoni jalapeño imbottiti di polvere bianca e spediti ad aziende complici negli Stati Uniti. Nel 1993 El Chapo viene arrestato in Guatemala, probabilmente in seguito ad una soffiata. Nella prigione di Puente Grande impone la sua legge: feste, spettacoli, cinema e prostitute. Soprattutto, mantiene il controllo del narcotraffico. Soldi e minacce a chi dirige la galera sono le armi di persuasione per muoversi in libertà. Dopo otto anni fugge all’interno di un carrello della biancheria, con la complicità di un secondino corrotto.
Negli anni della latitanza continua a girare il Messico, dove si sposa per la quarta volta con una diciottenne figlia di un partner d’affari, vincitrice di un concorso di bellezza. È fresca la notizia della sua nuova lovestory con una nota attrice messicana.
Prima della cattura si stabilisce sulle montagne di Durango. Guida il suv tra i pueblos della regione, mangia tranquillamente nei ristoranti, tanto da indurre l’arcivescovo Gutierrez a esplodere contro il governo:
“Vive sulle colline di Durango. Tutti lo sanno, tranne le autorità”. Affermazione che costa la vita a due ufficiali dell’intelligence sotto copertura come campesinos nella produzione di marjuana. Accanto ai corpi l’avvetimento: “Non prenderete mai El Chapo”.
Lo prenderanno l’8 gennaio del 2016. Paradossale come un uomo che ha ucciso, secondo sua stessa ammissione, oltre tremila persone, trasformando il Messico in uno dei paesi con la struttura sociale più delinquenziale della terra, sia divenuto un “mito” moderno. Camice a strisce indossate nel giorno della cattura riprodotte e vendute con successo. Intervista con Sean Penn nel 2012, con ennesima presa per i fondelli a Stati Uniti e Messico per ciò che riguarda la capacità di localizzarlo.
Ecco, forse il fascino del Chapo risiede proprio qui: un uomo solo per oltre trent’anni si è fatto ripetutamente beffa dei sistemi di sicurezza del Paese più potente del mondo e del suo Paese d’origine. Come avviene per le mafie italiane, droga e potere sono forti fonti d’ispirazione per i giovani che nascono in contesti di povertà.

Simone Lettieri