Terapia psichedelica

Se si parla di allucinogeni ci si immaginano schiere di frikkettoni, con camice a fiori e pantaloni a zampa, che danzano strafatti sotto al palco di Woodstock. O la memoria va alle note psichedeliche di Jimi Hendrix, o, per i più informati, ad Aldous Huxley e ai suoi viaggi con la mescalina o ad Owsley Stanley, il leggendario pusher nella California degli anni Sessanta. In pochi penseranno che anche seri medici e ricercatori preparati si occupano di lsd e “funghetti”. Le sostanze “psichedeliche” furono ampiamente studiate tra gli anni ’50 e ’70: il solo Governo federale americano spese quattro milioni di dollari per finanziare 116 studi sull’lsd, in cui furono coinvolti più di 1700 soggetti. I risultati furono spesso positivi nel trattamento di disturbi ossessivo-compulisvi, nelle terapie del dolore, per risolvere l’alcolismo. Ma nel 1970 Nixon firmò il Controlled substances act, una legge che vietava l’uso di allucinogeni per qualsiasi scopo. Da allora tutti questi studi finirono al macero e le scoperte fatte furono quasi dimenticate. Fino ad oggi. Nel gennaio 2015 infatti, The Lancet, la più prestigiosa rivista medica britannica, ha pubblicato un editoriale a sostegno del reinserimento di questo tipo di indagini nella ricerca: “potrebbero aiutarci a combattere molte malattie”. La riabilitazione di Lsd e “funghi magici” contro depressione, ansia e dipendenze è arrivato anche dal British Medical Journal, affidata alla penna dello psichiatra James Rucker del King’s College di Londra (con la prudente annotazione del giornale: “Questa è un’opinione personale”). “Le droghe psichedeliche sono state ampiamente studiate in psichiatria prima della loro proibizione nel 1967. Centinaia di ricerche ne hanno dimostrato l’utilità per molti disturbi psichiatrici come problemi di sviluppo della personalità, comportamenti recidivi e ansia esistenziale”, scrive Rucker, che si riferisce in particolare a Lsd e psilocibina, il principio attivo dei cosiddetti funghi magici. Gli allucinogeni, lamenta Rucker, “hanno più restrizioni di eroina e cocaina, ma non è dimostrato che creino dipendenza e ci sono poche prove che siano dannosi in contesti controllati”.

In un corposo articolo pubblicato su New York Times, Michael Pollan spiega come in alcune università statunitensi siano cautamente ripresi gli studi sulle sostanze allucinogene, con risultati sorprendenti che potrebbero aiutare malati terminali e chi soffre di disturbi mentali. Stephen Ross, un professore di psichiatria della facoltà di medicina dell’università di New York, dirige ad esempio uno studio sulla psilobicina. Intervistato da Pollan, Ross ha sostenuto che: “Nei malati di cancro una sola dose produce un’immediata riduzione dell’ansia e della depressione, e il miglioramento dura almeno sei mesi”. Al momento i dati sono in corso di analisi e verranno pubblicati, con ogni probabilità, nel corso dell’anno. Sempre dall’articolo di Pollan è evidente come numerosi esperti del settore siano favorevoli a questo genere di sperimentazioni, come il dottor Thomas R. Insel, che dirige il National Institute of mental health e Nora Volkow, che guida il National institute for drug abuse, la quale sottolinea che: “È importante ricordare che fare esperimenti con le droghe al di fuori dell’ambito della ricerca può provocare seri danni”. Concorde anche Herbert D. Kleber, lo psichiatra che dirige il reparto tossicodipendenze del New York state psychiatric institute della Colombia University e uno dei maggiori esperti americani: “Questo settore di ricerca è molto affascinante, ma non dobbiamo dimenticare che gli studi sono stati condotti su campioni molto piccoli. Le persone che conducono questi studi sono molto preparate e serie”. Secondo Pollan, l’attuale rinascita delle ricerche sugli allucinogeni deve molto alla rispettabilità dei suoi sostenitori: scienziati esperti con una lunga carriera alle spalle e centri di ricerca d’eccellenza e all’avanguardia. Le critiche sono finora limitate: per Florian Holsboer, il direttore del Max Planck institute of psychiatry di Monaco ha dichiarato a Science che “non si può somministrare ai pazienti una sostanza solo perché ha un effetto antidepressivo ignorando tutti gli altri effetti. È troppo pericoloso”. E sempre Nora Volkow del National institute for drug abuse sostiene che “la principale preoccupazione è che il pubblico possa avere l’impressione che usare psilocibina non è pericoloso, mentre i suoi effetti negativi sono bene noti, anche se non del tutto prevedibili. Sono stati fatti molti progressi per allontanare, in particolare i giovani, dagli allucinogeni. Non vorremmo che questa tendenza si invertisse”. Il principio di precauzione, tanto caro alle amministrazioni europee, in effetti in questo caso sembra essere la soglia da rispettare prima di poter parlare di efficacia degli allucinogeni nella cura. Ma nemmeno un pensiero “proibizionista” a priori verso la ricerca è auspicabile. Se l’uso ricreativo di tali droghe è associato a casi di psicosi, allucinazioni e suicidi, è vero anche che negli esperimenti condotti sinora dall’università di New York e dalla Johns Hopkins, in quasi 500 somministrazioni, non si è mai verificato nessun effetto collaterale. Un fenomeno che si può spiegare col fatto che i volontari erano attentamente selezionati e preparati, guidati da terapeuti capaci di gestire paura e ansia.

Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Michael e Ann Mithoefer sul Journal of Psychopharmacology sembrerebbe anche dimostrare che un uso occasionale di 3,4-metilenediossimetanfetamina (MDMA) in unione con una psicoterapia mirata può migliorare la salute e il benessere dei pazienti che soffrono di Disturbo Post-Traumatico da Stress. L’MDMA funzionerebbe come catalizzatore: sintomi comuni nel DPTS, come ansia, paranoia, incubi e depressione è scesa di più del 75 percento, un decremento più che doppio rispetto a quello registrato in pazienti che abbiano affrontato la stessa terapia ma senza la somministrazione della droga, o con la somministrazione di un placebo. Ancora più importante, due mesi dopo aver ricevuto questo trattamento, all’83 percento dei pazienti il DPTS non è stato nemmeno più diagnosticato, e da tre a cinque anni dopo ancora i benefici della cura persistevano, mentre non c’era traccia di effetti negativi a lungo termine sulla salute associati all’uso di MDMA.

L’università di San Paolo ha da poco pubblicato una ricerca sull’ayahuasca, bevanda usata nei rituali indigeni che sembra efficace sia contro la depressione sia contro abusi e dipendenze. In Norvegia (Paese in cui la legislazione anti-droga è rigidissima) l’ex neuroscienziato della Norwegian University of Science and Technology Pal-Orjan Johansen ha fondato EmmaSofia, movimento di advocacy per la legalizzazione delle sostanze psichedeliche. L’iniziativa ha avuto un successo inatteso, raccogliendo autorevoli sostegni. Il direttore medico dell’Agenzia norvegese del farmaco, Steinar Madsen, ha espresso il suo interesse per l’iniziativa. Un giudice in pensione della Corte Suprema norvegese, Ketil Lund, ha dichiarato il suo sostegno perché la campagna contribuisce alla battaglia contro le politiche antidroga di Paesi occidentali che ha definito “un fallimento assoluto”.  Per introdurre gli allucinogeni con certezza di causa nelle cure palliative è ancora presto ma l’alone di tabù che li circonda non dovrebbe influenzare una ricerca seria e articolata. Quanto ai rischi, come ricorda Johansen: “Ogni cosa comporta un rischio: se passeggiate in una foresta, un albero può cadervi in testa; ma questo non significa che non dovreste mai entrare in un bosco”.