Decreto 188. Ci si può sbagliare

Regione Lazio

Quando la Regione Lazio ha licenziato un decreto per la “ridefinizione dell’offerta complessiva di posti letto nelle Case di Cura Neuropsichiatriche” avevamo pensato che ancora una volta il potere del privato convenzionato, cioè quello a carico del Servizio Sanitario, aveva avuto la meglio sui servizi pubblici di psichiatria. In una regione che si colloca al vertice italiano per posti letto offerti a fronte di una rete di servizi sempre più in affanno e indotti a collocare pazienti in luoghi separati dalle loro vite parcheggiando nelle cliniche persone in uscita dai sovraffollati SPDC, un intervento per decreto per gestire flussi e rette, ci era sembrato sospetto.

In molti avevamo pensato che dietro alle impronunciabili sigle di STPIT, SRTRi, SRTRe, SRSR, si annidasse l’ennesimo provvedimento per accontentare un mercato imprenditoriale famelico di costanti flussi di invio di pazienti da custodire. Inoltre, la messe di moduli necessari alle procedure richieste per inserire gli utenti nelle varie tipologie di posti letto, aveva sollecitato un diffuso malumore negli operatori dei servizi già oberati e soffocati: si trattava di riempire altre carte, inviare altri fax, rispettare altre procedure che sovraccaricavano di burocrazia il lavoro clinico. E le Unità Valutative Multidisciplinari, quei gruppi di lavoro di cui ciascun Dipartimento di Salute Mentale era stato indotto ad attrezzarsi, si potevano rivelare una centrale di smistamento di anime morte e un presidio di monitoraggio di una spesa ingentissima, che confermava l’emorragia di fondi pubblici sottratti alla psichiatria territoriale e ospedaliera pubblica e dirottati verso le cliniche e le comunità private. In precedenza, un interminabile balletto di requisiti e criteri classificatori aveva accompagnato una lunga fase di accreditamento che, agli occhi dei più, suonava di beffa perché, a patto di possedere sulla carta alcune tipologie di risorse, accomunava luoghi di buone pratiche e di cure professionali a contenitori di cronicità o, se fortunati, di puro intrattenimento assistenziale. In pratica, sembrava che si trattasse di una riforma nominalistica attraverso cui si protraevano vecchie prassi. A conferma di questa ipotesi, visitando le ex cliniche accadeva di vedere riportati gli acronimi impossibili sulle stanze dei corridoi: ad ognuna di esse corrispondeva la nuova denominazione regionale, sempre che la clinica avesse avuto l’accreditamento per più di una delle tipologie descritte nel decreto. Come se non bastasse, anche le strutture semiresidenziali diurne, i centri diurni, venivano estesi dal pubblico al privato e soggetti alla stessa regolamentazione per l’accesso.

Due cose erano sfuggite all’attenzione: la prima che il sistema introdotto prevedeva un controllo forte del pubblico sugli inserimenti in clinica o comunità, a partire dalla trasparenza delle liste di attesa e dal ruolo di controllo delle Unità Valutative dei DSM; la seconda, si è rivelata in breve tempo dopo l’applicazione del decreto. Ricoverare secondo le nuove regole perdeva il suo collaudato automatismo e costringeva i servizi a un percorso più meditato e accidentato. Quello che sembrava un arzigogolo amministrativo si rivelava un fattore di calmieramento della risposta ai bisogni di cure trasformata in collocazione in letti. Le ragioni del risparmio finivano per procedere di pari passo con quelle della clinica nella possibilità di attivare anche misure alternative al ricovero a lungo termine. Praticamente, una mezza rivoluzione per il Lazio. A metà certo, perché le cospicue cifre risparmiate in questo modo non sono a disposizione dei Dipartimenti per implementare personale e migliorare l’assistenza territoriale ma col tempo chissà… Fatto sta che se dovesse essere vero che vi è stata una riduzione numerica dei ricoveri e che nella regione si siano contratti gli incassi da parte delle cliniche e comunità, potrebbe non stupire che il decreto non abbia incontrato il gradimento dei gruppi di controllo di quelle strutture, né di quelli ‘laici’ né di quelli confessionali. Potrebbe essere che vi sia stato un effetto inatteso, positivo per le casse della Regione nonché potenzialmente evolutivo anche per i servizi psichiatrici pubblici, i quali potrebbero rivendicare almeno parte di quanto risparmiato, per rimanere in vita e produrre più salute, come il loro mandato prevede. La rimozione di chi in Regione ha promosso questo slittamento non clamoroso ma efficace verso una valorizzazione dei servizi potrebbe essere anche un segno dell’insofferenza da parte dei cartelli della residenzialità privata nei confronti del decreto 188. E mettere al tempo stesso in evidenza, anche in questo, il ruolo inesistente di una politica regionale per la salute in campo psichiatrico che non sia solo economico e volto al risparmio.

Certo, rimarrebbero interrogativi sostanziali rispetto ai luoghi della Riabilitazione, impropriamente assimilati nella gestione dei posti a quella dei letti di ricovero e soggetti a tempi regolamentati incompatibili con reali progetti di inclusione dei pazienti in prospettive di vita alternative all’opzione strettamente sanitaria. Come pure l’assenza di un supporto reale ai servizi potrebbe far immaginare che nel decreto si annidi anche una svolta involutiva verso una psichiatria della custodia. Ma la prospettiva di una sanità pubblica che non abdica alla qualità e dosa la spesa tra opzioni interne ed esterne non ci dispiace. Né ci rende insonni l’idea che almeno una parte delle risorse finanziarie destinate al privato reso pubblico dalle convenzioni possa ritornare al circuito veramente pubblico dei Dipartimenti di Salute Mentale. Bisognerà combattere, spiegare ai cittadini, alle famiglie, ai pazienti e anche agli operatori che questo è possibile. Si dovrà credere che la psichiatria laziale non eroga solo posti letti ma garantisce relazioni terapeutiche e buoni interventi clinici. Sarà anche difficile, ma si può fare.

Antonello d’Elia