Voci dalle città invisibili

Questo numero racconta alcune delle storie, talvolta dimenticate, di chi affronta una crisi. Che ha diverse forme: individuale, economica e sociale. Troppo spesso, vengono esposti fatti, teorie e spiegazioni che si basano su ‘etichette’, ‘categorie’, ‘identità sociali’ apparentemente ovvie, che sembrano dire tutto, e in realtà creano una distanza incolmabile con chi quelle identità le vive sulla propria pelle. Distanza che rassicura la ragione e raffredda il cuore: “matti”, “precari”, “familiari in crisi”, “ragazzi difficili”, per non parlare di “migranti” e “tossici”. Tutti ne hanno un’opinione. Tutti parlano di loro. Ma nessuno parla con loro. Città invisibili che ci scorrono accanto, impegnate a vincere quella che forse è la difficoltà più grande, che implica la sofferenza maggiore: scavalcare il muro – anch’esso invisibile – dell’esclusione sociale. Raccontare le storie di chi riesce a resistere, a superare il muro, è il modo per creare ponti tra queste esperienze al limite e una maggioranza sorda perché anestetizzata: le testimonianze rendono vive, emozionanti e comprensibili le vite di chi vive dietro a questi muri fatti di parole vuote.

Le testimonianze scuotono le nostre certezze e configurano mondi possibili e soluzioni inaspettate per risolvere vecchi problemi cristallizzati. Le vite raccontate in questo numero sono l’altra metà dell’informazione. Sono persone molto più simili a noi di quello che pensavamo. Sono l’inizio di un cambiamento possibile. Perché le soluzioni future si baseranno su queste esperienze condivise. Per questo motivo abbiamo voluto raccontare le nostre esperienze di guarigione. O la vita di liberi professionisti che decidono di mettersi insieme per affrontare la crisi in modo diverso. Oppure la lotta di chi assiste e lavora con ragazzi che hanno forti difficoltà in una prospettiva di pubblica utilità, dimenticati dalle stesse istituzioni che dovrebbero tutelarli. O ancora, l’iniziativa politica e la testimonianza di chi crede che un’assistenza psichiatrica radicalmente diversa sia possibile. Per leggere le storie, le etichette non servono. Anzi, non funzionano più. Le etichette si appiccicano bene ad un vaso di sottaceti, ad un barattolo di marmellata. Servono a catalogare un contenitore stretto e rigido. Inutile a contenere il carnevale, l’esuberanza, l’unicità di una vita fatta di gioie e dolori. Senza etichette cominceremo a parlare di Barbara, Marco, Anna Maria. Ognuno con la propria storia e i propri problemi resi comprensibili. E forse, un nuovo orizzonte in grado di risolverli.

Edgardo Reali

Enrico Cicchetti

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L’immagine in copertina è di Justin Lynham