Nucleo Assistenza Emarginati, un punto di contatto tra territorio e servizi

Non sono in molti a sapere che la Polizia Locale, tra le altre cose, ha nucleo dedicato a fare da ponte tra le situazioni di disagio (mentale, economico, sociale, abitativo) e i servizi territoriali. Un confine dove ci si muove con difficoltà tra leggi da far rispettare e diritti da rivendicare.  Una situazione di illegalità può infatti derivare da necessità che non si riescono a soddisfare diversamente, a volte proprio perché il sistema di welfare non è abbastanza funzionale, e ci si trova intrappolati in un circolo vizioso.

Tommaso Fontecchia è un funzionario del Reparto tutela minori, emarginati e fenomeni di degrado urbano della Polizia Locale, più semplicemente chiamato con il suo vecchio acronimo Nae. Con lui abbiamo fatto una lunga chiacchierata nella caserma di via Ballarin, nell’VIII Municipio di Roma. Con lui abbiamo parlato delle funzioni che svolge il nucleo mettendo in comunicazione le persone emarginate o che vivono disagi con i servizi territoriali che devono prendersi cura di loro, raccontandoci delle difficoltà operative con cui si scontra quotidianamente.

D: Che cosa è il NAE?

R: Il NAE è un acronimo che vuol dire “Nucleo assistenza emarginati“, adesso si chiama Reparto tutela minori ed emarginati e fenomeni di degrado urbano. È stato istituito con una delibera della giunta provinciale nel 1995 in via sperimentale, in via definitiva a maggio del 1996. Praticamente, è un nucleo voluto dal Comune di Roma come riferimento della polizia locale, con la funzione di raccordo con le istituzioni del Comune di Roma che si occupano di disagio sociale: i servizi sociali, i dsm, gli ospedali e le altre forze di polizia. I soggetti di intervento del NAE sono i minori, le donne (tutto l’universo femminile legato alle problematiche di violenza sulle donne, maltrattamenti, abusi e lo stalking). Poi si occupa dei nomadi e di tutte le persone che possono avere un disagio anche fisico come gli anziani e le persone deboli. È un nucleo operativo presente in tutte le circoscrizioni: riassumendo ha la funzione di raccordo tra le varie istituzioni che si occupano del disagio sociale sul territorio.

D: Qualcuno può rivolgersi a voi direttamente?

R: Ci sono diverse modalità di intervento. Le richieste possono venire dai servizi sociali, dal commissariato di polizia, dai carabinieri, dai vicini di casa oppure interveniamo direttamente nel caso di barbonismo in strada e accampamenti dei nomadi.

D: Con quali disagi vi trovate più spesso a lavorare?

R: Dal ‘95 ad oggi i disagi sono sempre gli stessi, ma anche i periodi storici fanno variare le problematiche. Nel corso degli anni ci siamo occupati di anziani, persone sole e spesso anche minori. Da quando è stato istituito il NAE abbiamo seguito 660 persone tra minori, anziani, donne. Li abbiamo seguiti con vari esiti che dipendono dalle persone, dal tipo di intervento e dalle disponibilità economiche – non della persona – dei servizi. Ultimamente ci occupiamo spesso degli insediamenti abusivi, il più delle volte di stranieri e del barbonismo domestico, infine di episodi di bullismo tra minori.

D: Lavorate in équipe con degli psicologi?

R: No, perché abbiamo una funzione di coordinamento tra le persone che hanno bisogno di aiuto e i vari servizi che se ne possono occupare. In questo senso lavoriamo in collaborazione con l’équipe del dsm. Interveniamo noi per primi in tante situazioni, con professionalità e preparazione personale, ma non abbiamo avuto una preparazione specifica per affrontare queste situazioni. Nel corso degli anni le risorse si sono depauperate e anche i servizi ne risentono.

D: Nei casi di violenza sulle donne, vi mettete in rete anche con le associazioni antiviolenza?

R: Sì, collaboriamo con tutte le associazioni antiviolenza. Lavoriamo molto con le associazioni del territorio come Telefono Rosa e Be Free e poi applichiamo le varie normative vigenti riguardo lo stalking e la violenza di genere.

D: Lavorate anche con le scuole?

R. Con le scuole molto di meno, per fortuna segnalazioni per maltrattamenti dalle scuole non sono frequenti. Abbiamo lavorato molto in passato, dal ‘95 fino al 2002-2003, con la Procura della Repubblica per fenomeni legati al mantenimento degli assegni familiari, per l’inadempienza dei genitori al pagamento degli alimenti. Comunque le scuole sono a conoscenza della nostra realtà.

D: Le segnalazioni per i casi di bullismo come avvengono?

R: Vengono fatte dalle vittime di bullismo, i ragazzi con i genitori fanno la segnalazione. Nel 90% dei casi sono situazioni legate all’adolescenza, quindi non c’è un bullismo vero e proprio. Comunque cerchiamo di metterli in contatto con gli psicologi.

D: Avete una posizione privilegiata rispetto allo stato dei servizi in città. Come si vedono i servizi da qui?

R: I servizi territoriali fanno tutto il possibile per aiutare le persone che vivono in stato di disagio sociale, mentale, economico. Il problema è che dovrebbero essere fatti dei progetti ad hoc per la tutela, l’accoglienza e l’assistenza di queste persone e le risorse dovrebbero essere aumentate.

D: Quali sono i limiti, nonostante la buona volontà degli operatori, nella risoluzione di alcune problematiche?

R: I limiti sono strettamente strutturali. Si dovrebbe stabilire quanti fondi stanziare per il sociale, fare programmi specifici per chi vive in difficoltà. Ci vorrebbe una politica vera che decida se e come intervenire nel sociale, iniziando dallo stanziare fondi per aiutare concretamente le persone che hanno questi tipi di problemi.

Barbara Petrini

Marica Sicilia

Foto: Armando Moreschi | Flickr | CCLicense