“Quella cosa che non so più chi sono”

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Ci sono voluti 7 anni.
7 anni di “fase libera”, di libertà dalla malattia.
Anni in cui il primo episodio gravissimo era rimasto un enigmatico ricordo sempre più sbiadito, un ricordo di una cosa che può accadere a tutti, una volta nella vita. Sì, poteva accadere a tutti di impazzire, di avere un delirio religioso, perdere la memoria, ritrovarsi legati “per prassi” in un padiglione di un ospedale dove si sentivano urla di notte e di giorno e dove bisognava essere in una categoria di “più avanti nella cura” per poter varcare il cancello e andare al bar al piano di sopra. Altrimenti no. Cancello chiuso. Sbarre alle finestre.
Io uscii di lì e dopo un anno di depressione ripresi la mia vita, con dolori grandi e meno grandi ma con quel leggero dubbio di “chissà cosa ho avuto”. “Psicosi breve acuta” disse lo psichiatra. “Succede dopo un trauma, a quelli che per esempio si trovano dove è scoppiata una bomba, quelli possono avere quello che hai avuto tu”. Cioè credersi Dio, parlare in rima, vedere il padre ovunque, sentire che tutti parlano di te. Questo episodio sfumava nei miei ricordi, anche perché lo psichiatra mi aveva detto di non parlarne mai con nessuno “lo sai come è fatta la gente, la gente non capisce le malattie della mente”. E quindi i pochi “sani” a cui lo raccontai confermarono che “può capitare”.
E così dopo aver sospeso le medicine, fatta tutta la cura per bene, senza più droghe, alcool, con una vita piuttosto sensata, feci i miei 7 anni in pace. Anche se riprendere la mia esistenza fu difficoltoso, al quinto, sesto anno ormai non mi curavo più di controllare se fossi disforica o logorroica e se il caldo estivo mi facesse sentire strana. Ero guarita. Niente medicine, un bel lavoro part-time, una bella scuola di musica dove insegnare, tanti amici, il conservatorio di musica dove tornai per studiare jazz, un ragazzo che avevo al mio fianco, una casetta in affitto, un cane, un gatto.
Tutto a posto, anzi, dopo 7 anni ero candidata per fare un concorso nazionale come miglior pianista del conservatorio. E mi impegnai così tanto che divenne un’ossessione. Pensavo sempre a studiare e presi un’aspettativa dal part-time in modo da dedicarmi solo a suonare e a vincere. Nello stomaco sentivo un’angoscia strana, ma si sa, noi musicisti siamo ansiosi, e quindi andavo avanti nello studio con questo sapore di ruggine nella gola, che si proponeva ogni volta che mi immaginavo il concorso, la giuria, le conseguenze di un errore o di una vittoria. Non mi rendevo conto che ero un po’ come un criceto nella ruota ma pensavo che tutta quella paura fosse il contrappasso dell’importante percorso musicale che stavo facendo.
Passati i tre mesi di aspettativa, arrivo al fatidico week-end del concorso e scopro che nell’ambiente dei concorrenti mi sentivo fuori luogo, mi sentivo diversa, e mi isolai. La notte prima di suonare alla finale non chiusi occhio ma osservai che avevo un pensiero ricorrente che scattava ogni 3-4 minuti. Provai a togliermelo sentendo Sting in cuffia ma l’angoscia saliva sempre al terzo minuto della canzone, lo stomaco si stringeva e avevo il sapore di ruggine in bocca. Qualcosa di strano si stava affacciando nella mia preoccupazione. Io che avevo affrontato momenti decisamente peggiori avevo queste “scariche” continue di paura. Faccio il concorso col mio gruppo, non vinciamo ma sono tutti sereni e tranquilli, tranne me. Io mi sento strana.
Strana perché mi sembra di rivivere le emozioni che 7 anni prima mi portarono inconsapevole all’ospedale. Solo che ora so quale sarebbe il finale. E non voglio andare in ospedale. Ora sono consapevole. Sta per capitarmi “quella cosa che non so più chi sono”, sto per confondermi, so che presto potrei mettere una scarpa nel frigorifero convinta di averci messo il pollo, e so che poi mi chiederei perché ci devo mettere il pollo, e anzi, mi chiederei se ho mai mangiato di gusto il pollo, oppure che significato ha il pollo nella storia, se si mangiava già nel medioevo o se significa che sono morta anche io con le ali spezzate come lui. Dissociazione, delirio interpretativo.
Quindi inizio a cercare il mio psichiatra di 7 anni prima ma non si trova. E’ in Inghilterra, mi dicono all’ospedale, e mi consigliano, se mi sento strana, di andare ad un CSM vicino casa. Decisa a non finire in ospedale, ma soprattutto a non passare l’inferno che aveva preceduto il ricovero, dico al mio ragazzo “Fai come ti pare, se domani mattina non mi accompagni al CSM di Piazzale Tosti ci vado da sola”. E la mattina dopo siamo lì. Io sto iniziando a “leggere” la realtà col mio occhio interpretativo e interpreto la disperazione del mio ragazzo (che era lo stesso che affrontò il primo episodio di 7 anni prima) come rabbia nei miei confronti.
Entro in segreteria e chiedo a un’infermiera di nome Lori (come la mia zia americana, chissà che vorrà dire, forse che sono protetta da una figura femminile) mi sorride: “Come posso aiutarla?”
“HO BISOGNO DI UNO PSICHIATRA ADESSO, CHE MI DICA CHE NON HO NULLA, CHE STO BENE. NON VADO VIA FINCHE’ NON SO CHE VA TUTTO BENE”.
“Lei è già stata in cura da noi?”
Mi ricordavo di essere stata lì per delle medicine piuttosto serie che mi erano finite e per una piccola psicoterapia. Insomma avevo frequentato, anche se il luogo mi aveva un po’ depresso, l’ambiente, dico.
“Sì. TROVATEMI UNO PSICHIATRA ADESSO. E’ URGENTE.”
Lori si allontana e torna con una cartella e mi dice di aspettare. Vengo visitata poco dopo da una psichiatra che ha il cognome di un’etnia zingara e penso che forse avrei dovuto finire antropologia all’università.
Io sono sicura che mi deve solo dire che sto bene, che come ragiono “è normale”, e quindi estraggo un foglio su cui avevo disegnato uno schema delle relazioni umane approfondite durante il concorso, foglio che avevo fatto per cercare di farle capire dettagliatamente come mi sentivo; praticamente un segnale, pensavo, di una buona sanità mentale che si manifestava con tanto di capacità di analisi delle situazioni. Inizio a spiegarle le frecce che vanno dalla parola IO alla parola ALTRI e lei dopo un po’ mi ferma.
“Gaia, io non la capisco”. Poi guarda il mio ragazzo e dice “Lei abita con la ragazza? È evidentemente in confusione”, o una cosa del genere.
Poi prende una penna e le ricette rosse. Io non sento più nulla. Perché:
1-interpreto il “Lei abita con la ragazza?” come un’accusa nei confronti del mio ragazzo. Tipo “ma lei abita con la ragazza? Ma la ha vista come sta? Ma come si fa a portare qualcuno in queste condizioni? Ma non si vergona?” e quindi mi parte il senso di colpa.
2- Il gesto di prendere la penna mi fa pensare che sta per firmare un ricovero.
Mi alzo di scatto piangendo e dico: “NON VOGLIO ANDARE IN OSPEDALE”
La dott.ssa Sinti mi tranquillizza e mi dà una cura usando le medicine che mi ricordavo di aver preso 7 anni prima invitandomi anche ad autoregolarmi osservandone gli effetti e mi dice che ci saremmo viste dopo una settimana.
Ecco cosa è successo 7 anni prima. Ora capivo. Che un disturbo bipolare può tacere per anni. Che si manifesta in condizioni di particolare stress. E io con il concorso mi ero iper-stimolata. Ero triste perché ero bipolare, ma ero felice di aver preso il toro per le corna, di averlo fermato prima che mi demolisse tutta la mente e la vita di nuovo. Di averlo riconosciuto e bloccato. Elaborato il “lutto” della conferma del disturbo e iniziata la cura, grazie alle medicine ero in un perfetto equilibrio. E così dopo qualche mese gli incontri con la psichiatra si diradarono. Avremmo più avanti diminuito le medicine fino a farle sparire di nuovo.
A quel punto io ero indubbiamente a posto, ma la mia vita no. E quando lasciai per dei buoni e ponderatissimi motivi il ragazzo che avevo, la dottoressa Sinti mi suggerì di fare psicoterapia. Anche perché ora vivevo sola e se avevo dubbi sulla “realtà del pollo medievale”, forse ero maggiormente a rischio non avendo nessuno a notare, aprendo il frigo, che era pieno di scarpe. Eppure stavo bene, anzi, un giorno un mio amico percussionista si prese un caffè con me al bar e mi raccontò delle sue lezioni a ragazzi “con problemi”, e io pensai d’istinto “Ecco una cosa che mi piacerebbe fare con la musica, essere utile attivamente”. E pensai che lui era fortunatissimo.
Poche settimane dopo la dottoressa Sinti mi disse che al CSM c’era un gruppo musica e che volevano valutare con me se era il caso che partecipassi. Dovevo parlare con la dott.ssa Gabriele. “Gabriele? Fico! Io ho un santo in famiglia, S. Gabriele dell’Addolorata”. “Piano con le interpretazioni, Gaia”, intervenne subito la Sinti. E vengo accompagnata dalla Gabriele, che mi chiede se mi interessa partecipare o dirigere (questo era da definire) un gruppo musicale che da poco non ha più il coordinatore.
E chi era il coordinatore? IL MIO AMICO PERCUSSIONISTA!
Ok. Respiro. Mi calmo.
Ho la possibilità quindi di rendere la musica un sollievo per persone che in diversi gradi potrebbero aver vissuto o vivere quelle sensazioni che conoscevo bene. Mi calmo perché ovviamente pare una coincidenza divina. E non è il caso di lasciarsi andare a interpretazioni simili.
Mi calmo perché se ti metti a pensare che avevi desiderato di fare un lavoro simile e te lo propone pochi giorni dopo l’ambiente che ti sta curando pare veramente che ci ha messo lo zampino S. Gabriele dell’Addolorata.
Mi calmo perché sono atea e a me dei santi non me n’è mai fregato nulla.
Ho quindi un appuntamento il venerdì successivo con il gruppo musicale. Pensavo che mi avrebbero fatto una piccola audizione. Non ci sono tante persone. Solo due. Tony e Riccardo. Mi avevano detto che nel gruppo ci sarebbe sempre stato uno psicologo. A parte che nella sala mi ci aveva portato uno che parlava napoletano con i capelli scuri col taglio alla Nino D’Angelo e subito avevo pensato “Sono proprio dei grandi qui al CSM, guarda quanti ruoli fanno ricoprire agli utenti”. (Claudio era un infermiere!)
Il bello al CSM di piazzale Tosti è che non capisci chi sono i pazienti e chi i dottori o gli infermieri… Il pregiudizio tocca abbandonarlo fuori dal piazzale. E io ne avevo tanto di pregiudizio, perché tanto ne avevo nei miei confronti. Io la pazza bipolare conclamata. L’artista schizzata. La figlia degenerata che con la sua follia incarna il sangue deviato della famiglia. La triste. La poveretta. Poveretta come quello che urla da solo per strada. Come il barbone che chiude la sua vita nelle buste. E via giù. Non dire in giro che sei impazzita. Non dire che ti hanno legato. Tienitelo per te.
Insomma io e il mio pregiudizio non siamo in grado di definire né Tony né Riccardo. Né gli altri che arriveranno le settimane dopo. Non si capisce. Anche perché sono tutti piuttosto pratici dell’ambiente e quindi non sai se Daniel è un infermiere, se devi chiedere una ricetta a Edoardo. Se la signora bionda che fuma è una dottoressa o una paziente. E in questa stanza dove mi specchio in tutti, dove tutti possono essere utenti, infermieri e dottori, accompagnatori, parenti, e lo stesso vale per me, il pregiudizio si azzera.
Quindi decido nelle settimane successive di “fare la vaga” e di iniziare a proporre qualche pezzo da cantare e suonare, chi c’è c’è, insomma. Perché lì, tra le note, in un brano musicale, non serve sapere chi sta bene o sta male, che cosa ha, chi lo ha in cura, che medicine prende. Conta l’armonia delle note tra loro, come stanno insieme, come scorre la musica.
Ovviamente io, regina del pregiudizio ed estremamente “poveretta” dentro, mantengo il mio “anonimato di utente” con i ragazzi. Non dico che ho il disturbo bipolare. Anzi, faccio la faccia di chi non sa che cosa è quando ti viene sonno di botto, quando ti fa schifo anche uscire dal pigiama, quando ti senti agitato. Avevo quella che per me era la “faccia da professionista”. Cioè, un’espressione di interesse distaccato, come di chi sa cosa attraversano gli altri ma collocato in una sfera di testimone consapevole e basta. Poi arrivò un pagamento. E investii tutta la paga in una tastiera, il reggitastiera, dei leggii per i ragazzi, qualche matita. Non esisteva che mi prendevo i soldi per me. Mi pareva brutto assai: io un utente come i ragazzi del gruppo musica che viene pagato per fare cosa? Invece lo psicologo che mi affiancava aveva chiaro quello che io non volevo avere chiaro: la mia competenza mi portava naturalmente al ruolo di coordinatore, a “erede” ufficiale del mio amico percussionista. Che avessi un disturbo come tutti gli altri del gruppo non significava nulla. Io dovevo in qualche modo “ dirigere” a pieno titolo la situazione musicale, soprattutto dentro di me. Quindi dovevo smettere di giudicarmi una “poveretta, lei, col disturbo bipolare”.
Basta, bisognava anche che i ragazzi sapessero, perché la faccia da “compassato professionista” non mi reggeva tanto infatti ogni volta che si parlava di qualcosa che avevo vissuto anche io, sudavo e mi si faceva tutta una tensione dentro al collo. In realtà fi no a quel momento avevo agito in buona fede non volendo “destabilizzare” i ragazzi. Ed ecco che un giorno il “segreto di Pulcinella” si svela.
Scendiamo tutti insieme e all’aria aperta, io dico, “Ragazzi, non ve ne andate, vi devo dire una cosa”. E dico loro che io ho il disturbo bipolare, che sono in cura lì come loro, che sono seguita, che sto bene, che so che significa essere ricoverati, e che non sapevo in quei mesi se fosse giusto dirglielo. Daniel, meraviglioso e diretto come solo lui sa essere mi guarda e mi dice: “ Beh ma se non lo dici a noi, a chi lo vuoi dire?”
“Scusa Daniel?”
“Chi pensi che ti possa capire meglio di noi?”
Ancora adesso ripensando all’affetto che si genera nella condivisione di un dolore mi viene il nodo alla gola.
Ora quello che scrivo potrebbe non essere confermato, potrei essere trasportata dalla poesia del mio stesso ricordo. Dopo quel breve scambio di battute vedo Edoardo aggiungere “Non ti preoccupare, ha ragione Daniel”, vedo Fabrizia accendersi una sigaretta e dire “Ragazzi qualcuno vuole un succo di frutta al bar?”, vedo Marco fare spallucce e dire “Vabbè io vado, sennò perdo il 716”. Riccardo mi batte con la mano sulla spalla e dice “Bella rega’, a venerdì prossimo”.
“Sì ragazzi, a Venerdì”.
Sono passati 5 anni da quel momento. Il gruppo musica “Fer-menti band” ha festeggiato compleanni, lauree, suonato tantissimi brani, fatto concerti e spettacoli teatrali. Abbiamo riso, ci siamo preoccupati per alcuni di noi che non stavano bene, abbiamo composto tutti insieme brani musicali e siamo andati in sala di registrazione. E tutto senza chiederci l’un l’altro una diagnosi ma semplicemente sapendo che a volte ti gira meno di suonare, che preferisci parlare o fumare una sigaretta anziché cantare. Abbiamo cambiato la sala dove facciamo musica, il mio amico percussionista ci ha donato un pianoforte, e io, forse, sono l’unico coordinatore che “trascura” totalmente il disagio mentale quando fa la sua attività perché ne abbiamo già tanto quando usciamo fuori dalla nostra sala. Noi non siamo “i matti”. Vi assicuro che nel momento in cui la musica “gira”, “funziona”, noi non ci siamo più.
Si ringraziano per questo articolo: l’Associazione 180 amici, la dott.ssa Gabriele, la dott.ssa Sinti, tutti i ragazzi della Fer-menti band che partecipano al venerdì, gli psicologi con cui lavoro, Massimo Carrano: l’amico percussionista nonché “donatore” di pianoforte.
Gaia Possenti

Foto: Priscila Tonon Ramos | Flickr | CCLicense