Quindici giorni si, quindici giorni no

solitudine

Non è facile stabilire l’inizio della mia malattia, però credo che sia giusto fissare come punto di partenza l’abbandono delle relazioni. Quali relazioni? Tutte, quelle amicali, sentimentali e parentali. Un lento abbandono che ha lasciato in piedi solo quelle occasionali, superficiali e professionali. L’importante era che non ci fosse nessun coinvolgimento, nessun impegno e nessuna delusione possibile. Un lento abbandono, il mio, accompagnato da una profonda sfiducia nel prossimo. In questo modo l’intimità, la condivisione delle emozioni, il puro divertimento erano destinati ad una sfera personale vissuta in solitudine. Una solitudine che col passare degli anni diventava sempre più profonda e totale fino al punto che mi è stato possibile isolarmi completamente per un anno intero. Un anno senza mai telefonare a nessuno, senza uscire quasi mai di casa. Un anno della mia vita passata tra libri e computer.

Ma, nonostante la mia volontà in realtà non ero proprio sola. Qualcuno, a mia insaputa, aveva posto l’attenzione su di me decidendo di farmi impazzire. Il mio lento abbandono dal mondo è stato accompagnato da un periodo di stalking. Come sia iniziato non lo so. Quello che so è che all’improvviso un gruppo di persone ha cominciato ad avvicinarmi per strada dicendomi che ero morta, finita, chiusa. Tutto questo mi ha costretto a rivolgermi ai Carabinieri e come conseguenza di questa mia denuncia, sono iniziate le suonate notturne al campanello della porta di casa. Spinta dalla preoccupazione un giorno ho chiesto alla signora che puliva le scale se avesse notato qualche cosa di strano. Mi ha risposto, che da qualche tempo, nel passaggio delle cantine, trovava urina, fazzoletti e mozziconi di sigarette. Questo non ha fatto altro che aumentare la mia indignazione.

Perché questa gente mi scocciava? Che voleva da me? Su richiesta dei Carabinieri ad ogni suono alla porta corrispondeva una telefonata notturna a loro, fino ad arrivare ad una denuncia formale alla Polizia. Questa tensione continua notturna alla lunga mi ha logorato il sistema nervoso al punto che disperata ho chiesto aiuto alla Polizia che mi ha indicato il NAE, un nucleo operativo della Polizia municipale per persone con disagio, proprio come me. Ero diventata violenta, avevo un profondo desiderio di eliminare queste persone in qualsiasi modo. È così che dopo una prima visita a casa del NAE, ne è seguita un’altra in cui c’erano anche una psichiatra e un infermiere.

Questa visita domiciliare rappresenta l’inizio della mia storia psichiatrica, che è proseguita con un’altra visita domiciliare e poi con la presa in carico da parte del Centro di salute mentale di piazzale Tosti, dove ancora sono in cura. Lo ricordo ancora era luglio, era caldo e i colloqui avvenivano settimanalmente. Ogni seduta era una liberazione, finalmente qualcuno ascoltava il mio profondo dolore, la mia rabbia, la mia vergogna. E poco a poco quei sentimenti violenti, quella voglia di vendetta hanno lasciato il posto alla vita di Barbara che era sola e isolata dal mondo. Dopo un breve periodo la diagnosi: disturbo bipolare. E la conseguente terapia: psicoterapia e la partecipazione a un gruppo. Partecipazione a un gruppo a me, che avevo passato anni ad allontanarli, a me che ero una vittima dello stalking? Proprio così un gruppo, più precisamente una radio web, che mi costringeva ad uscire di casa dove mi ero rintanata. È stata una lotta tra me e me indimenticabile. Riuscivo a seguire il gruppo quindici giorni si, quindici giorni no. Ma a poco a poco i giorni sono diventati mesi e i mesi anni. E lo stalking? Credo che il fatto che ormai ero tra i matti li avesse accontentati, perché le suonate alla porta lentamente si diradarono fino a scomparire. Di certo non ero morta, non ero finita e soprattutto non ero chiusa.

Oggi, oltre al gruppo della radio partecipo ad un altro progetto che è quello della rivista on line 180 gradi e lavoro presso il Centro Studi e Documentazione del Dipartimento di salute mentale di via Monza. Queste attività che svolgo hanno tutte uno scopo riabilitativo perché pian piano hanno fatto in modo che io mi riavvicinassi nuovamente alle persone, riacquistassi fiducia in me stessa e negli altri. Infatti, non era importante solo uscire di casa, quello lo facevo anche prima di isolarmi completamente, ma era lo scopo con cui lo facevo, cioè quello di incontrare delle persone con le quali relazionarsi, conversare, stabilire rapporti di amicizia.

All’inizio partecipavo cercando di sfuggire, come ben sapevo fare, ai rapporti più stretti, all’apertura verso l’altro mi limitavo a fare la mia parte a dire quello che dovevo dire e poi di nuovo a casa dove ancora mi aspettava il mio mondo. Poco a poco quel mondo si è dissolto e tutte queste attività sono diventate il mio mondo, le persone con cui le svolgo sono diventate dei punti di riferimento professionali, amicali e affettivi. Quel muro che avevo alzato tra me e gli altri si è così sgretolato. Purtroppo sono entrata anche in contatto con la dura vita che hanno questi progetti all’interno delle asl. Problemi con i finanziamenti, con i computer che non funzionano, con il problema della gestione degli spazi. Situazioni precarie che mettono a dura prova la professionalità degli operatori, la continuità delle attività, la solidità delle relazioni.

Foto: Elias Ruiz Monserrat | Flickr | CCLicense