Sono una psichiatra e vivo con la depressione

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Sono una psichiatra, e ho convissuto con una grave forma di depressione per la maggior parte della mia vita adulta. I miei problemi sono apparsi durante l’adolescenza, quando cominciai a soffrire d’ansia. Il mio primo episodio di umore significativamente basso l’ho avuto nell’ultimo anno di medicina. Tuttavia, decisi di andare avanti e formarmi in psichiatria, la specialità nella quale mostravo più talento da studentessa. Durante il periodo di formazione ebbi un ulteriore episodio di depressione, quando non riuscii a superare un esame professionale. Da quel momento iniziai a partecipare a sedute di psicoterapia e da allora sono stata in terapia, sia psicodinamica che cognitiva comportamentale, con qualche beneficio, anche se non abbastanza da evitare ulteriori episodi più gravi nel corso degli ultimi 25 anni. Anni nei quali la mia malattia mi ha costretta ad alcuni lunghi periodi di assenza dal lavoro.

Ho provato quasi tutti gli antidepressivi, assumendo farmaci continuativamente per due decenni. Sebbene non sia mai stata ricoverata in ospedale (anche se una volta mi sono rifiutata), il mio psichiatra pensa che questo sarebbe potuto succedere negli ultimi anni, se non fossi rimasta in cura farmacologica. Inizialmente provavo sentimenti contrastanti nei confronti degli psicofarmaci. Mi stavo specializzando in terapia psicodinamica e trovavo difficile accettare che delle compresse mi avrebbero aiutato.
Il primo triciclico mi causò pesanti effetti collaterali con i quali ho dovuto lottare duramente. Gli SSRI hanno rappresentato un miglioramento, ma sono stati insufficienti per aiutarmi a mantenere uno stato di salute e benessere. Successivamente sono passata al litio, mentre ora prendo un’altra combinazione di farmaci, che mantiene il mio stato d’animo abbastanza stabile. Accade ancora che io abbia delle ricadute occasionali ma, solitamente, in risposta a eventi della vita.

Sono certa che il soffrire di depressione e l’essere stata io stessa una paziente abbia avuto un impatto significativo sulla mia carriera. Capisco che cosa significhi avere una grave depressione –  sentirsi inutile, senza speranza e paranoide –  e ho avuto idee suicide persistenti, anche se non ho mai cercato di farmi del male. Ho provato anch’io l’ambivalenza ad accettare l’aiuto di professionisti, proprio come i miei pazienti l’esprimevano nei miei confronti, e credo che tutto questo mi abbia reso un medico più empatico, anche se non sto suggerendo che si deve aver vissuto queste cose per poter aiutare una persona depressa. Sto semplicemente dicendo che penso possa aiutare. Comprendo cosa si prova a visitare uno psichiatra, aspettare nella sala d’attesa ed essere invitato a rispondere a domande così familiari nel nostro lavoro quotidiano.

Sono diventata più sensibile verso l’importanza per un paziente depresso di accedere alle cure  (da qui il mio interesse per le cure primarie) e la necessità di coinvolgere davvero i pazienti. So quanto sia difficile impegnarsi a partecipare alle sedute con regolarità quando è difficile anche solo alzarsi dal letto e vestirsi e si deve informare il proprio responsabile a lavoro che è necessario prendersi libero ogni lunedì pomeriggio. Tuttavia, troppo spesso l’onere di iniziare la terapia è posto esclusivamente sul paziente, che deve essere “motivato“. So che il mio primo terapeuta non ha sempre trovato facile convincermi a impegnarmi a lavorare con lui, ma ha fatto un notevole sforzo per farlo, ed è riuscito ad aiutarmi.

Ora sono in pensione dalla pratica clinica, e ho scritto in un libro sulla mia esperienza con la depressione. Molte persone mi hanno detto quanto sia stata coraggiosa ad “uscire” e ammettere di aver sofferto di una malattia mentale. Eppure se avessi scritto di avere il diabete o qualche altra condizione fisica, nessuno avrebbe descritto la mia malattia in questi termini. Perché dovrebbe essere una sorpresa che una persona che ha lavorato come psichiatra per oltre 30 anni e che ha dedicato la sua vita alla ricerca e all’insegnamento sulla depressione, possa averne anche un’esperienza diretta su se stessa? Probabilmente perché, nelle professioni sanitarie, l’ultima cosa che di solito vogliamo far sapere (soprattutto ai nostri colleghi) è che anche noi siamo vulnerabili alle stesse tensioni e problemi che affliggono i nostri pazienti.

Durante la mia carriera clinica ho seguito molti medici e infermieri, tra cui professionisti della salute mentale, per la depressione. Ho visto le pressioni che dovevano affrontare tra il voler fornire cure eccellenti ai loro pazienti e, allo stesso tempo, il dover affrontare l’impatto che questo sforzo ad “essere i migliori” poteva avere su di loro e sulle loro famiglie. So che a noi medici piace pensare a noi stessi come forti. C’è ancora uno stigma legato al soffrire di depressione in ambito sanitario, anche se i professionisti della salute mentale ammettono di “combatterla” continuamente.

Nel corso della mia carriera ho sperimentato atteggiamenti negativi da parte di una o due persone in posizioni manageriali che, pur lavorando nella salute mentale, sceglievano di interpretare il mio comportamento quando stavo male come “difficile” o “irragionevole”, piuttosto che legato alla mia malattia, nonostante ne fossero ben consapevoli. La depressione è qualcosa di cui gli altri soffrono, non noi.

Ed è proprio questo atteggiamento “noi” e “loro”, che ho deciso di sfidare nel mio libro. È iniziato come un semplice libro di memorie ma, quando iniziai a scrivere, gli stretti parallelismi tra le mie esperienze e quelle delle persone che avevo cercato di aiutare durante tutta la mia vita professionale, diventavano sempre più evidenti. Non c’era una chiara differenza tra i problemi nella mia vita e quelle dei miei ex pazienti. Tutti noi abbiamo avuto una vita complicata – esperienze di perdite, dolore per coloro che se ne sono andati dalla nostra vita, senso di solitudine, bisogno di sentirsi amati, e, talvolta, l’impulso di lenire il nostro disagio con l’alcol. Alcuni di noi hanno perpetrato più e più volte gli stessi errori nelle relazioni. Molti di noi hanno desiderato, e anche cercato, di porre fine alla propria vita.

Le storie che racconto nel libro sono prese dal mio lavoro come psichiatra, ma sono stati ampiamente modificati per creare persone che siano fedeli alla vita, ma che non siano casi reali. Ma la mia storia, quella sì, è davvero molto reale. Ho aspettato fino alla pensione prima di cercare un editore, perché non sarebbe stato opportuno essere così esplicita quando ancora praticavo la professione. Quando la gente veniva da me, l’attenzione doveva essere rivolta ai loro problemi, non ai miei.

Non ho mai cercato di nascondere la mia malattia ai colleghi. Questo non è facile da fare quando si deve prendere tempo lontano dal lavoro, e la mia salute costituiva un argomento fisso nella mia valutazione annuale. Ora sono diventata più esplicita perché ho deciso di sfidare lo stigma che ancora esiste all’interno della nostra professione. Come possiamo affrontare lo stigma nella società se non siamo in grado di affrontare la nostra tendenza a stigmatizzare i nostri colleghi e, ancora oggi, i nostri pazienti?

Ho ascoltato i membri junior del personale descrivere le persone affette da depressione che non sono attivamente suicida o psicotici come i “sani-preoccupati“. Mi è stato detto che la depressione non è una malattia mentale “grave” che giustifica maggiori investimenti di risorse e cure. Ho letto gli articoli scritti dai miei colleghi che descrivono migliorare il trattamento per la depressione nella nostra società come “medicalizzare miseria.” Solo le persone che non hanno mai sperimentato il dolore, la disperazione e la perdita di ogni speranza potrebbero parlare di depressione in questo modo. Ho trascorso la mia carriera a sfidare questi atteggiamenti.

Prima di far domanda per la formazione in psichiatria, contattai lo psichiatra che mi aveva trattato quando stavo male durante il periodo degli studi scolastici. Gli chiesi se pensava fosse comunque ragionevole, per me, specializzarmi in questo campo e mi disse di sì. E questo è più o meno quello che dico agli studenti che vengono a parlare con me, con alcuni avvertimenti. Io ho dovuto fare i conti con l’impatto che la malattia ha avuto sulla mia vita e sulla mia carriera. Ho imparato a prestare attenzione alla necessità di prendermi cura di me stessa e a concedermi del tempo lontano dal lavoro quando non ero in grado di dedicarmi agli altri. Ho dovuto imparare a vivere la mia vita entro certi limiti, al fine di stare bene. E in un ambiente accademico, questo non è sempre facile da fare quando sei sotto pressione per ultimare una domanda di sovvenzione o rispettare una scadenza. Ma l’ho fatto, arrivando ad essere docente ordinario di psichiatria con una reputazione internazionale per la ricerca e l’insegnamento, nonostante gli invalidanti e ripetuti episodi di depressione che mi hanno accompagnata per tutta la vita.

Articolo originale di Linda Gask