“Mommy” di Xavier Dolan e la denuncia della situazione in Canada

Presentato al Festival di Cannes 2014 dove si aggiudica il Premio della giuria, Mommy è il quinto lungometraggio del giovane regista canadese Xavier Dolan, classe ’89.

Ambientato in un Canada di un futuro prossimo ma probabile o quantomeno verosimile, dove un’ipotetica legge consente ai familiari di minori affetti da disagio psichico di richiedere un TSO presso un istituto psichiatrico senza procedere per vie legali o mediche. La legge S-14 presente nel film è fittizia ma non ci si stupirebbe se in un futuro così prossimo possa veramente diventare una reale “soluzione” a questo tipo di problemi. Infatti la legge S-14 è una metafora per denunciare i metodi violenti, coatti e oppressivi molto spesso attuati nello Stato del Canada contro chi è affetto da disturbo mentale. Il regista fa riferimento a questa legge fittizia per dare voce a una situazione così grave a cui manca solamente una vera e propria legge che autorizzi tale pratica.

Steve (Antoine Olivier-Pilon) è un adolescente affetto dalla sindrome da deficit di attenzione e iperattività che dopo la morte del padre è stato affidato a un centro di recupero. Dopo l’ennesimo atto irruento con il quale Steve ha dato fuoco alla sala mensa causando gravi ustioni a un compagno, il ragazzo viene espulso e riaffidato alla madre Diane (Anne Dorval).

Xavier Dolan mostra da subito il rapporto morboso d’amore e violenza tra madre e figlio e accenna anche da subito al problema di Diane dell’impossibilità di conciliare il lavoro con l’accudimento di suo figlio. In questo sarà decisivo l’incontro con la vicina di casa Kyla, un’insegnante balbuziente in anno sabbatico che si prenderà cura di Steve e si occuperà della sua istruzione mentre Diane sarà a lavoro. Con Kyla si instaurerà più di un rapporto d’amicizia, un rapporto stretto fatto di sentimenti profondi ma anche segnato da momenti difficili.

Interessante e simbolico è il formato con cui viene girata la pellicola, un 1:1, leggermente più stretto del più utilizzato 4:3. Questo formato quadrato trasmette da subito l’impressione di un qualcosa di (co)stretto, come può essere l’internamento, facendo riferimento anche dal punto di vista formale alla chiusura mentale e alla privazione della libertà individuale, quest’ultima una tematica centrale di tutta la pellicola il cui formato subirà delle modifiche temporanee nel più largo e spazioso 16:9 (formato rettangolare standard) in alcuni momenti liberatori del film.

Mommy fa riflettere sull’importanza delle relazioni umane (il trio composto da Diane-Steve-Kyla), ma anche sull’indifferenza e sul pregiudizio (si pensi alla scena in cui Steve si ferisce i polsi sotto gli occhi di tutti e nessuno interviene), sui metodi di contenzione (presenti nelle ultime sequenze), sull’utilizzo eccessivo di farmaci e psicofarmaci (ne è un esempio la sequenza della telefonata di Steve alla madre). Soprattutto Mommy fa riflettere sul fatto che a volte non basta l’amore delle persone care ma c’è bisogno di un aiuto da parte dello Stato e di tipi di assistenza che possano fornire anche un sostegno psicologico, questo ruolo viene rivestito in parte da Kyla nel film, che però è un’insegnante e un’amica, non una psicologa né una psichiatra.