Europei 2016, le squadre meticce e la forza italiana

Quasi tutte le squadre partecipanti agli Europei di calcio 2016 hanno all’interno del proprio organico giocatori immigrati di prima o seconda generazione. In particolare Francia, Germania e Inghilterra sono le nazionali con più spunti sotto questo punto di vista. Peculiare la storia dei fratelli Boateng, due fratelli con sangue ghanese, di cui uno ha scelto la nazionale tedesca e l’altro quella africana.
Kevin-Prince Boateng è nato a Berlino Ovest da madre tedesca e padre ghanese emigrato nel 1981 da Sunyani, città del Ghana occidentale, per studiare microeconomia aziendale. La madre, Christine Rahn, è nipote del calciatore tedesco Helmut Rahn, mentre il padre, Prince Boateng, è fratello del calciatore ghanese Robert Boateng. Quando Kevin-Prince aveva un anno e mezzo, il padre Prince ha lasciato la famiglia e dalla successiva relazione con un’altra donna tedesca, Martina, è nato Jérôme, calciatore della Nazionale tedesca e difensore del Bayern Monaco. Kevin-Prince oggi gioca invece con la nazionale africana, è cresciuto nel quartiere berlinese di Wedding, popolato per circa un terzo da immigrati e nel quale era molto alto il tasso di disoccupazione e di criminalità. La loro storia è una storia di riscatto, comune a moltissimi giocatori della Germania (Khedira, Emre Can, Ozil, solo per citarne alcuni), tutti tedeschi di seconda generazione che hanno trovato, attraverso lo sport, una possibilità di uscire da realtà spesso ghettizzate come quelle degli immigrati turchi, polacchi, albanesi della Germania.

La Francia ha invece un profilo differente, dovuto soprattutto alla sua storia coloniale. Il primo giocatore nero selezionato per la Nazionale di calcio francese (Raoul Diagne) collezionò la sua prima presenza già nel 1931, fino a ottenerne 18 prima della seconda guerra mondiale.
Il primo giocatore di origine nordafricana a essere convocato dalla Francia fu il marocchino Larbi Ben Barek, che detiene ancora oggi il record di longevità con la squadra francese: 15 anni e 10 mesi di militanza dal 1938 al 1954. Nel frattempo erano stati convocati molti giocatori provenienti da famiglie straniere che avevano trovato lavoro in Francia: italiani (Roger Piantoni, Michel Platini), spagnoli (Luis Miguel Fernández), polacchi (Raymond Kopa), armeni (Youri Djorkaeff) e portoghesi (Robert Pirès).

Dagli anni 1990 la Nazionale francese è ritenuta da alcuni un esempio di moderna convivenza pacifica tra etnie diverse per la sua capacità di incarnare l’ideale multiculturale della Francia. La squadra ha ottenuto successi a livello continentale e mondiale rimanendo etnicamente eterogenea e diversa per la provenienza dei singoli giocatori, alcuni dei quali originari dei dipartimenti di oltremare della Francia, e altri, invece, figli di immigrati dalle ex colonie francesi. Zinédine Zidane è di origini algerine, precisamente cabile (come anche Karim Benzema). Lilian Thuram, William Gallas, Sylvain Wiltorde Thierry Henry provengono dalle Antille (il primo viene dalla Guadalupa e il terzo ha genitori nati in Guadalupa e Martinica). Florent Malouda è nato nella Guyana Francese, mentre Patrick Vieira si trasferì in Francia dal Senegal.

I tentativi della Francia di integrare le sue minoranze e di porre definitivamente fine al suo passato coloniale tramite il modello di convivenza costituito dalla sua Nazionale hanno avuto anche contraddizioni forti. Da ricordare le partite giocate contro Algeria e Tunisia a Parigi, durante le quali venne fischiato l’inno nazionale francese dai presenti immigrati che affollavano lo stadio.
Il 30 aprile 2011 viene intercettata una conversazione tra François Blaquart, capo della Direzione Tecnica Nazionale, e il CT Laurent Blanc, in cui si paventa l’ipotesi di instaurare delle quote etniche e di indurre i giocatori delle giovanili francesi a non schierarsi con la propria Nazionale d’origine in futuro.

Italia, la forza della mente e del cuore

Passiamo all’Italia. In realtà qui di immigrati non ce ne sono, solo giocatori con doppio passaporto ma vale la pena, da italiani e tifosi, soffermarci su come la Nazionale ha giocato questi Europei.
Leggiamo i giornali prima dell’inizio del torneo. L’Italia è data spacciata già nel girone di qualificazione. Nessuna stella, nessun fuoriclasse si dice. A parte il blocco difensivo juventino (Buffon, Chiellini, Bonucci e Barzagli), centrocampo ed attacco vengono considerati più che mediocri. Ed effettivamente è così. Causa anche gli infortuni di Verratti e Marchisio, dalla difesa in su non ci sono nomi importanti.
Una stella però c’è, ma non è sul campo. È qualche metro indietro, in panchina. Si chiama Antonio Conte, è l’allenatore. Un mental coach durissimo, non cattivo, ma iper esigente verso i suoi ragazzi. Nella prima partita siamo la vittima sacrificale. Si incontra il Belgio, numero uno nel ranking della Fifa. Due a zero per noi. Come vuole l’allenatore, ogni giocatore dà il 120%. Si sta formando una famiglia, più che una squadra. Il Ct chiede cuore, anima e mente. Se non è possibile colmare il gap con le altre squadre a livello tecnico, ci vogliono altre qualità. L’Italia inizia a brillare. Ad ogni gol, titolari e riserve, corrono tutti insieme, come bambini felici, ad abbracciarsi l’uno con l’altro. Sta nascendo un piccolo miracolo, la cui base è un’enorme forza mentale e di cuore. Passiamo il girone primi, c’è la Spagna, vincitrice delle ultime due edizioni: di nuovo 2 a 0 per noi. Incredibile. Non avere rimpianti aveva chiesto Conte, ossia dare tutto, sino all’ultima goccia di energia.

Per un sorteggio balordo nei quarti c’è la Germania, la squadra Campione del Mondo e la favorita dell’Europeo. L’Italia ha tre infortunati, sembra davvero troppo. I tedeschi passano in vantaggio, la strada sembra segnata. Non è vero. L’Italia pareggia. Uno a uno anche alla fine dei tempi supplementari. Ci vorranno nove rigori per eliminarci. Ma agli italiani esce fuori solo una parola: grazie! Ventidue milioni di persone di fronte alla TV. Che dicono grazie, tra le lacrime. Come quelle dei giocatori. Barzagli, uomo di 35 anni, durante l’intervista a caldo, scoppia a piangere a dirotto. Segno che nello sport esistono ancora sentimenti puri. Dopo di lui piangeranno anche Buffon, Bonucci, lo stesso commissario tecnico. Si dice da sempre che lo sport è’ metafora della vita. Il dolore (sportivo), è tanto.

Come difficilmente accade, gli italiani sono uniti tutti nel ringraziare questi ragazzi. Che in venticinque giorni di raduno hanno trasformato un’accozzata di giocatori mediocri nella squadra più ostica d’Europa. Che con un’applicazione, a volte maniacale, pretesa dal loro allenatore, sono riusciti in imprese inimmaginabili all’inizio del torneo. Che con cuore, mente e anima sono diventati una famiglia più che una squadra sportiva. Un insegnamento anche per la vita: se tutti tolgono un po’ di sé per il noi, se il cuore di 23 persone batte verso lo stesso obiettivo, se il leader del gruppo punta sul cuore e il lavoro prima di altri valori, si possono compiere imprese di alto livello. Senza rimpianti, aveva più volte chiesto il Ct. Senza rimpianti, se non quello di vedere un gruppo fantastico terminare in un pianto dirotto. Un gruppo che per molti italiani ha vinto, nonostante la sconfitta sul campo. E ha regalato un sogno unendo un popolo che raramente ha spunti di amore verso la propria terra.
La forza dello sport, come da sempre accade, crea miracoli che trascendono dallo sport stesso per arrivare alle giunture della società civile e cambiarla in meglio.

Simone Lettieri