Luglio 2015: Essere arrabbiati per le cose giuste

Illustrazione di Alvaro Tapia. (CC BY NC-ND 2.0)
“Non è l’essere arrabbiati che conta, è l’essere arrabbiati per le cose giuste. “
 Philip Roth
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una parte della nostra società è sempre più radicalizzata su posizioni razziste. Il contesto che si è creato in tutta Europa, complice una gestione politica inadeguata dei flussi migratori, lascia spazio ad ideologie neo fasciste capaci di raccogliere un mal contento che altre aree politiche non riescono a contenereLe tensioni sociali si esprimono così per vie democratiche, attraverso voti ad estremismi di destra, ma anche con violenze fisiche ai danni del “diverso”
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Franco Rotelli

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Abbiamo deciso da oltre un mese di dedicare questo numero all’esodo dei migranti, parlando dei viaggi che sono costretti ad affrontare, dei traumi che subiscono e che inevitabilmente si portano dietro, dei modelli di accoglienza che incontrano o, al contrario, della mancanza di accettazione.

Quando la cronaca, poco prima della chiusura del numero, ha fatto irruzione nel dibattito con l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi. Una storia tragica ormai nota a tutti, così come i motivi che hanno portato la giovane coppia a lasciare la Nigeria per l’Italia: la fuga dall’organizzazione jihadista sunnita Boko Haram, per mano della quale sono morti i genitori di entrambi e la loro figlia. Da qui il viaggio attraverso la Libia, l’aborto della compagna Chinyery durante la traversata per i maltrattamenti subiti, l’ospitalità presso il seminario arcivescovile di Fermo e la richiesta di asilo politico. 

Una storia complessa, uguale e diversa a tante altre. Complicato è perciò anche cercare di commentarla. Sarebbe più semplice mettere l’accento su come Emmanuel non abbia tentennato nel difendere la sua compagna o sulla disperata dolcezza di Chinyery nel cantare per lui durante la veglia funebre, ma dobbiamo fare i conti con la parte disumana di questa storia e sviluppare alcune riflessioni.

Segnata dall’incapacità di restare umana, una parte della nostra società è sempre più radicalizzata su posizioni razziste. Il contesto che si è creato in tutta Europa, complice una gestione politica inadeguata dei flussi migratori, lascia spazio ad ideologie neo fasciste capaci di raccogliere un mal contento che altre aree politiche non riescono a contenere. Non da ultimo, i recenti episodi di terrorismo in Francia e Germania scuotono tutti noi e ci fanno paura, impreparati a vivere nei nostri paesi le conseguenze di una guerra che oltre confine miete vittime innocenti ogni giorno.

Le tensioni sociali si esprimono così per vie democratiche, attraverso voti ad estremismi di destra, ma anche con violenze fisiche ai danni del “diverso”. A riguardo tornano alla mente gli episodi dell’anno scorso a Roma, quando a Tor Sapienza alcuni residenti (con Casa Pound a fianco) hanno assaltato per settimane il centro di accoglienza di via Morandi e aggredito i suoi ospiti. Pane per i denti del “circo mediatico”, che per oltre un mese ha mandato in scena l’ondata razzista nella Capitale.

Il freno a queste derive è costituito dalle tante esperienze di accoglienza che si costruiscono ogni giorno nelle nostre città, nelle scuole, nelle associazioni e cui parleremo in diversi articoli del numero. Anticorpi al fascismo sono tutte quelle persone che si auto organizzano per aiutare chi arriva sulle nostre coste in cerca di pace, mettendo in pratica vere e proprie staffette di solidarietà. Non da ultimo queste esperienze tamponano l’inadeguatezza della macchina istituzionale che fatica a dare risposte ai bisogni dei migranti sia sul breve periodo che sul lungo raggio.

Il sacrificio di Emmanuel ci ricorda che di episodi così ne succedono ogni giorno tra le strade delle nostre città, pur senza concludersi tragicamente come a Fermo. Fascismi che si incarnano nell’odio razziale e nel disprezzo verso l’altro, in autobus, al supermercato, sui marciapiedi. Mentre nelle istituzioni il clima ricalca quello delle strade, con irresponsabili incitamenti all’odio razziale che fanno molto più clamore delle buone pratiche condotte fuori e dentro le istituzioni stesse. Non è solo la morte di Emmanuel a preoccupare, ma anche il dibattito che ne è scaturito: la polarizzazione tra chi accoglie e chi respinge è sempre più forte e sempre meno semplice sarà trovare un terreno di comprensione tra le due parti.

I dati ci dicono però che le paure devono essere ribaltate, perché la trasformazione demografica del nostro paese è già avvenuta ed è un fenomeno irreversibile. Nel 2015 si sono registrate 198 nazionalità diverse in Italia, secondo l’ultimo rapporto Caritas Migrantes pubblicato poche settimane fa. Oltre 5 milioni di persone di cittadinanza non italiana risiedono strutturalmente in Italia, 1,9% in più rispetto allo scorso anno. Nonostante il flusso di persone che arrivano più di recente da Siria, Afghanistan, Pakistan, Nigeria, Eritrea e Sudan, le nazionalità degli stranieri più presenti sono ancora Romania, Albania e Marocco. Quelle cioè legate a migrazioni di vecchia data e ormai consolidate, che da sole costituiscono il 41% dei migranti in Italia.

Anche questa volta 180gradi sceglie di porre l’accento su ciò che di buono si fa per fornire risposte e soluzioni a chi arriva in Italia, di passaggio o per costruire un futuro. Non per parzialità di informazione (vedi le denunce su Pozzallo e sul funzionamento degli hotspot che pubblicheremo nei prossimi giorni), ma perché è con la conoscenza delle buone pratiche che si creano possibilità altre e si vincono le paure.

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N15