Cittadini solidali, accoglienza dal basso a Roma

Fuori dalle istituzioni e dentro le realtà sociali, la città di Roma è ricca di spazi in cui i migranti trovano accoglienza e costruiscono percorsi di integrazione. Dalla prima accoglienza del centro Baobab ai migranti transitanti, alle scuole di italiano, sportelli di tutela legale, punti informativi per il diritto alla salute, al supporto psicologico e i momenti di socialità sparsi sul territorio. Sono servizi nati spontaneamente dal lavoro di cittadini e attivisti, lontani dalle logiche assistenzialiste e offerti gratuitamente per garantirne l’accessibilità. Una serie di realtà che insieme diventano alternativa alle istituzioni sempre più in difficoltà nella gestione dei flussi, con strutture d’accoglienza piene e percorsi di inclusione inesistenti.
L’esempio emblematico è il Baobab. Con la solidarietà di tutti i cittadini e la dedizione dei volontari, la struttura di via Cupa ha ospitato in sette mesi circa 35mila persone, fino allo sgombero di dicembre. Da allora i volontari sono rimasti a presidiare via Cupa offrendo informazioni e cercando soluzioni per i migranti in arrivo. Ma nonostante le promesse del prefetto Tronca all’indomani dello sgombero (“Nessuno rimarrà per strada”, minuto 1,57), ad oggi lungo e intorno via Cupa dormono centinaia di persone che non hanno altri posti dove andare. Il tavolo si è riaperto in Campidoglio, con l’elezione del nuovo sindaco, e proprio in queste settimane si attende di individuare una nuova struttura dove accogliere i migranti in transito, che attualmente ospitati nelle tende di via Cupa rischiano ogni giorno uno sfratto. “L’accoglienza non è un diritto che si concede ma un dovere civico e morale” dicono gli attivisti, che ogni giorno cercano di offrire pasti e beni di prima necessità alle centinaia di persone che arrivano.
Oltre a questa esperienza, spesso sulle cronache anche nazionali dell’ultimo anno, ci sono tanti altri luoghi in città forse meno conosciuti. Il filo conduttore è l’auto organizzazione dei progetti, tutti nati dal basso e poi in alcuni casi riconosciuti dalle istituzioni. Importante è anche l’empowerment messo in moto in diversa misura nelle persone coinvolte e la voglia di non fermarsi ad offrire solo il soddisfacimento di un bisogno primario (vitto, alloggio, cibo) ma di andare oltre e costruire percorsi di integrazione. Una prima caratteristica in questo senso è la presenza di tali realtà all’interno di contesti già frequentati da altre persone per fini culturali o aggregativi: non quindi centri per i migranti, ma spazi da condividere.
All’interno della Città dell’Utopia a San Paolo, Lab53 è un punto di riferimento per vittime di tortura e migranti. Uomini adulti, richiedenti asilo, rifugiati, persone che hanno una protezione umanitaria o sussidiaria, persone in ricorso al diniego alla loro richiesta asilo sono le persone che maggiormente frequentano Lab53. “Le nostre attività non sono solamente servizi (psicologici, legali ecc.): si cerca di fare socialità, creare nuove relazioni, riattivare quella familiarità con l’altro che vediamo un po’ frammentata quando le persone vengono qui”, ci racconta Marco di Lab53. “Il gruppo di auto mutuo aiuto è la parte centrale dell’associazione. Si scelgono degli argomenti che poi si sviluppano nel corso dell’anno. Si è parlato di identità, viaggio, diversità, ragionandoci su attraverso la parola, i film e le uscite per la città”. Molto spazio è lasciato all’arte per lavorare sull’espressione di sé e dei propri disagi e raccontare in una forma non necessariamente verbale le proprie difficoltà. “Abbiamo sempre utilizzato molto il Teatro dell’oppresso, l’arte terapia, laboratori radiofonici con produzioni su temi specifici. Quest’anno abbiamo unito tutte queste forme di espressione creando un unico progetto incentrato sul concetto di diverso”. Riflessioni, confronti e socialità per non dimenticare l’essere umano che sta dietro l’etichetta di migrante.
In alcuni casi le singole esperienze diventano una rete di “servizi”, come è successo tra Asailum (Csoa Sans Papiers), Esc Infomigrante (ESC Atelier Autogestito), la scuola di italiano di Lab!Puzzle e i progetti ospitati all’interno di Strike, Yo Migro e Ambu-lanti, che dal 2014 hanno dato vita al progetto RM_Resistenze Meticce. Yo Migro nasce con la stessa occupazione di Strike con lo scopo di costruire “relazioni di reciprocità” tra le persone, migranti e cittadini italiani che frequentano Strike. Secondo le persone che lavorano a questo progetto, migrare è un percorso di trasformazione del sé e del mondo, in questo senso Yo Migro sostiene le specificità culturali ma allo stesso tempo crede nella contaminazione e nella condivisione. Nel 2013 nasce Ambu-lanti, un centro di orientamento sanitario gestito da studenti di Medicina, che si propone di essere uno strumento di lotta per il diritto alla salute. Come Yo Migro, anche Ambu-lanti è un progetto multidisciplinare, e in questo caso è la sanità il mezzo di scambio e conoscenza comune.
C’è poi la sartoria Karalò, che in mandinga significa “sarto”, ospitata dal dicembre scorso all’interno di Communia: “l’idea è di costruire un progetto di vita autonomo partendo dalla valorizzazione delle competenze professionali ma fuori da una logica assistenzialista e dallo sfruttamento, agendo in cooperazione con altri soggetti che vivono sulla propria pelle la stessa precarietà lavorativa”. La sartoria è gestita da alcuni ragazzi di Gambia e Mali che cercavano uno spazio per poter continuare a lavorare come sarti anche in Italia. Oggi i capi da loro realizzati sono in giro in vari mercatini della città e poche settimane fa è stata organizzata una sfilata all’interno del festival romano iFest.
Altro progetto e altra storia quella dello sportello di Action, l’Agenzia dei diritti, attivata nel 2006 nell’allora X municipio e poi replicata anche altrove. Lo sportello negli anni ha coniugato la questione abitativa – Action è uno dei movimenti per il diritto all’abitare attivo in città – con l’accoglienza dei migranti, offendo tutela legale e assistenza per le pratiche relative al permesso di soggiorno. In questa esperienza lo scopo è anche quello di mettere in comunicazione la società civile con le istituzioni più prossime, cercando di ritagliare all’interno delle istituzioni stesse uno spazio per i cittadini. Nonostante i dieci anni di attività e i 125 nuclei attualmente seguiti nel V Municipio per la sola questione “migrazioni”, il 27 giugno lo sportello del V Municipio si è visto chiudere le porte: la convenzione con il Comune era scaduta a marzo ma in attesa di rinnovo i lavori erano proseguiti in questi mesi per dare continuità ai casi delle persone prese in carico. “Esprimiamo grande preoccupazione per quanto accaduto questa mattina e per la celerità con cui è stato chiuso l’ennesimo servizio rivolto alle fasce deboli e che adesso non avranno più un punto di riferimento istituzionale per la tutela del diritto all’abitare e dei diritti di cittadinanza” hanno commentato in attesa di capire cosa li aspetta i ragazzi della cooperativa Stand Up, che gestiva il servizio.
Foto di Marco Minna