La città invisibile: comunità nigeriana a Roma

La mia esperienza con e nella comunità nigeriana a Roma si è svolta in frammenti di tempo, all’interno di uno spazio-tempo diverso dal mio che ha fatto intravedere la complessità di questa cultura e la sua profondità.

Entrare in uno spazio-tempo diverso dal proprio, vuol dire accettare in prima persona di diventare qualcosa di diverso da sé, altrimenti ciò che vediamo rimarrà sempre incomprensibile. Entrare in uno spazio-tempo diverso dal proprio, vuol dire riuscire a vivere, anche se in frammenti di tempo, la stessa dualità che vive sulla propria pelle un immigrato. Significa accettare all’interno del proprio sé altri codici di comportamento, altri valori, un altro schema culturale attraverso cui ordinare e dare senso alla realtà, senza perdersi in esso. Quando si entra in contatto con una/un nigeriana/o ci si muove all’interno di spazi nati per l’integrazione, ci si scambiano numeri di telefono e indirizzi e-mail, nomi di vie romane e numeri di autobus. Tutto questo ci appartiene ed è il frutto del nostro modo di vivere, di comunicare, di organizzare il tempo e lo spazio. Ma poi quando quei numeri di telefono, quelle vie e numeri di autobus ci portano in spazi che non ci appartengono, perché culturalmente diversi, le cose cambiano.

È in quegli spazi che emerge l’Altro, un altro portatore di una cultura non dominata da nostro sistema di significati e simboli. Ed è a questo punto che ci si rende conto che quella cultura esiste a prescindere dalla nostra e che esiste per sé e in sé. E che i/le nigeriani/e che vivono a Roma si sono integrati nel tessuto sociale sincronizzandosi con il nostro modo di organizzare il tempo e lo spazio, ma salvaguardando e preservando nei loro luoghi il loro modo di organizzare il tempo e lo spazio, in quello che Calvino chiamerebbe lo spazio-tempo delle città invisibili.

Secondo Godwin Chukwu le feste, lui le ha chiamate commemorazioni, sono un mezzo di difesa verso la nuova società e sono celebrate proprio nei giorni festivi del Paese di immigrazione, quindi la domenica, che diventa il giorno in cui è possibile recuperare la propria dimensione culturale e il senso di appartenenza alla propria comunità.

Il New Yam Festival è una festa tradizionale dell’etnia igbo. Una festa arcaica che ha o aveva un valore notevole in quanto nella regione igbo l’importanza e il potere di un uomo si misuravano dalla quantità di terra coltivata con lo yam (o igname, specie locale di piante). Quindi, nel periodo del raccolto si vedeva se lo status acquisito da quell’uomo era rimasto invariato, quantificando la quantità di igname che aveva raccolto in quell’anno. A quell’epoca essere un uomo ricco o importante voleva dire anche poter permettersi di avere molte mogli. Oggi in Nigeria la poligamia non esiste più e lo yam non è più sinonimo di ricchezza, anche se viene ancora coltivato poiché è un cibo particolare di quella regione e per i nigeriani è ancora importante soprattutto da un punto di vista tradizionale.
Juliet Udunna mi ha detto durante la mia partecipazione al New Yam Festival: “Con questa festa noi ringraziamo Dio per l’abbondanza che ci ha dato nell’anno che è passato perché siamo riusciti a mantenere la nostra famiglia, abbiamo lavorato ecc… Oggi noi ringraziamo Dio, ma prima ringraziavamo gli Dei”.
Il New Yam Festival ha una cadenza annuale e il periodo è settembre (che coincide con il raccolto dello yam). In Italia non è celebrato sempre nello stesso luogo, cioè non sempre nel Lazio, in quanto gli igbo appartengono a tanti villaggi diversi e ogni anno uno o più villaggi hanno il compito di organizzare la festa. Quindi, dipende da dove risiedono (in Italia) i nigeriani che appartengono ai villaggi che hanno tale compito.
Ma il New Yam Festival celebrato sul territorio italiano ha qualcosa in più, è un momento per riflettere sulla propria cultura, sulla condizione di immigrati, su come inserirsi nel Paese di immigrazione senza dimenticare le proprie origini, su come educare le nuove generazioni nate in Italia e infine su come l’intercultura possa aiutare i nigeriani ad abbattere alcuni pregiudizi che ne limitano l’autodeterminazione.

Foto di Stefano Corso | Flickr | Creative Commons
L’articolo è una rielaborazione di una pubblicazione di Barbara Petrini, Le città invisibili. Spazio-tempo dei nigeriani a Roma, Osservatorio Romano sulle Migrazioni, Quinto Rapporto, 2009, IDOS.