La salute nelle società interculturali

Le prime segnalazioni di un nesso causale tra esperienza migratoria e disturbo mentale vengono fatte risalire a Johannes Hofer (1688), il quale descrive una forma di nostalgia patologica (Heimweh) in cui venivano risucchiati i mercenari elvetici. In questo caso l’allontanamento dalla terra natale generava un fenomeno morboso consistente in uno stato di prostrazione fisica e morale al culmine del quale il soggetto poteva trovare la morte.

Successivamente si assistette alla negazione e al rovesciamento della relazione tra migrazione e disturbo mentale e si attribuisce storicamente ad Achille Foville l’inaugurazione di questa impostazione eziologica lineare. Questo clinico, direttore del manicomio Quattro mari di Le Havre, osservò quattordici casi di individui migranti o viaggiatori che classificò come “lipemanici”: termine questo che indicava talora una follia melanconica, talaltra una forma di alienazione mentale caratterizzata da allucinazioni croniche e da delirio parziale sistematizzato con idee di persecuzione o grandezza di tipo megalomanico. Questa occasione consentì a Foville, quindi, di costruire una nuova categoria nosografica,”aliéné migrateur“, che connotava il viaggio o semplicemente il desiderio di viaggiare, come espressione di una specifica malattia.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo e nel corso del ‘900, il fenomeno migrazione è andato a costituire l’asse di volta di un intero settore di studio della psichiatria, che ha preso, a seconda degli approcci, il nome di “epidemiologia psichiatrica della migrazione” o “psicopatologia dell’emigrazione”. Emerse faticosamente, a partire dalla seconda metà del ‘900, una visione diversa del rapporto fra migrazione e disturbo mentale. Visione che riconobbe l’influenza di tutta una serie di fattori psicosociali e sociologici, aldilà di quelli costituzionali e biologici.

In particolare, a partire dall’analisi delle fasi della migrazione (“serie cronologiche”) in cui si concentrerebbero probabilisticamente le evenienze morbose, si svilupparono i principi esplicativi dello shock culturale, del goal striving stress e dell’acculturazione delineate da Valtolina (2006). Principi a volte contrapposti, altre volte accostati come diversi aspetti di uno stesso processo temporale che conduce ad una fragilizzazione e ad una vulnerabilità individuale. Lo shock culturale fa riferimento al potere patogenetico di un cambiamento brutale del proprio contesto di vita e dei propri punti di riferimento esistenziali, sociali, ecologici e culturali e al conseguente vissuto di sradicamento luttuoso.

Il dibattito attuale continua ad essere controverso per quanto riguarda l’epidemiologia psichiatrica in corso di migrazione. Mentre le ricerche in altri paesi segnalano tassi di incidenza per psicosi e schizofrenia molto più elevati nei gruppi migranti rispetto alla popolazione generale (Zorzetto et al., in stampa), le analisi condotte in Italia presentano, in generale, una situazione caratterizzata da depressioni lievi, ansia, insonnia, disturbi psicosomatici e da una scarsa rilevanza di gravi patologie psichiatriche. L’etnopsichiatria ha a lungo riflettuto sulle cosiddette sindromi legate alla cultura, ovvero su particolari situazioni che all’osservatore occidentale appaiono come manifestazioni sintomatiche bizzarre di una patologia individuale, ma nelle società in cui appaiono sono considerate in ben altro modo.

Bibliografia

A.Eisenberg, B.Kleiman, “La salute mentale nel mondo”,1998.
G.Cardamone, S.Inglese, “Migrazione e malattia mentale nella realtà italiana”, 1998.
S.Inglese, C.Peccarisi, “Psichiatria oltre frontiera. Viaggio intorno alle sindromi culturalmente ordinate”, 1997.