Casa e integrazione. Il problema è lo stesso per tutti

Kelvin ha 35 anni. Viene dalla Nigeria. Ha tre bellissimi figli: Mike, Cyhana ed il piccolo George. È arrivato in Italia nel 2011 a Lampedusa dopo un viaggio di quattro giorni in mare aperto. Mike ha 8 anni, Cyhana 5 anni e George 3. La piccola Cyhana ed il piccolo George sono nati qui in Italia. Kelvin è da 5 anni che vive in Italia. Non parla una parola d’italiano. Lavora a nero come contadino in qualche campagna. Parla spesso della Libia. Dice che lì è rimasto il ricordo della sua dignità di uomo. Lavorava come operaio specializzato, aveva una casa, una prospettiva. Poi, arrivò la guerra. L’esercito libico lo accompagnava insieme ad altri al barcone pronto per la traversata, affidandolo al mare. Kelvin affrontò il viaggio con sua moglie Joy e suo figlio Mike, che all’epoca aveva solo 3 anni. Giunsero a Lampedusa dopo una dura navigazione. Una volta giunti Italia furono inseriti nel progettoEmergenza Nord – Africa”, nato per gestire il notevole afflusso di uomini che, dalle coste libiche, giungevano sulle coste italiane.

“Emergenza Nord – Africa” ha iniziato la propria operatività verso la fine del 2009 ed è stato chiuso con un vero e proprio atto politico a metà 2015. Tale progetto era caratterizzato da una fase iniziale di accoglienza ed una successiva fase d’integrazione e supporto. Il primo problema da risolvere era rappresentato dalla casa. I nuclei familiari venivano dislocati in singole unità immobiliari. Nel caso in cui diversamente ci si ritrovava ad avere a che a fare con soggetti singoli, questi dovevano essere accolti in singole unità immobiliari, preferibilmente con connazionali, in numero congruo alla struttura immobiliare di riferimento. Naturalmente i costi quali contratto di locazione, oneri accessori, ecc… erano a carico della cooperativa che gestiva il progetto. Rientravano sempre nella fase di accoglienza altresì eventuali spese mediche. Come si può già intuire da questa prima specificazione, il progetto “Emergenza Nord – Africa” definiva chiari alcuni diritti dei singoli rifugiati in tema di accoglienza.

È stato realmente così? Il diritto vivente e l’esperienza ci dice di no. Dall’esperienza sul campo infatti, è stato possibile rilevare situazione particolarmente gravi. Son state ad esempio riscontrati contratti di locazione con canoni molto più alti del prezzo di mercato corrente. Inoltre, sono stati ritrovati immobili sovraffollati ed in alcuni casi, cosa più grave, con diverse etnie al proprio interno, non tenendo conto delle primarie regole di mediazione ed integrazione.

In base a quanto previsto dal progetto “Emergenza Nord – Africa”, alcuni punti fissi erano stati individuati anche per quanto riguarda la fase d’integrazione e supporto. A tutti coloro che venivano accolti doveva pertanto essere garantita un’attività di supporto legale (ad esempio richiesta asilo, ecc…) e tutta una serie di attività proprie dell’attività d’integrazione. Pertanto, dovevano essere organizzati corsi d’italiano, educazione civica e di consumo critico. La ratio di questi punti è facilmente intuibile. Infatti, in primis viene considerato necessario da superare lo scoglio della lingua. Quindi, prima di una qualsiasi attività, viene ritenuto fondamentale imparare la lingua. Successivamente un’attività di educazione civica per far comprendere la realtà in cui ci si ritrova adesso ed il suo funzionamento. Parallelamente a quest’attività di diritto pubblico, veniva previsa anche una fase di educazione al consumo critico. Per comprendere l’importanza di quest’attività è sufficiente soffermarsi a comprendere la forza d’impatto del relazionarsi con strutture che non si è mai visto nel proprio paese di origine: bar, tabacchi, slot machines, ecc…

È chiaro che è necessaria un’attività di educazione per potersi relazionare con ciò che di fatto è nuovo nella propria vita. Anche in questo caso andrebbe proposta la stessa domanda di prima. È andata proprio così? Sempre dall’esperienza professionale, la realtà che noi operatori, del diritto e non, ci siamo ritrovati davanti è diversa. Basterebbe citare il caso di Kelvin, che ho richiamato all’inizio. Un ragazzo che dopo 5 anni di permanenza non parla una parola di italiano. Questo perché? Perché naturalmente non sono mai state organizzate attività collaterali proprie di quella fase d’integrazione. E le cooperative che dovevano organizzarle? Allo stato l’unico auspicio è che la magistratura faccia il suo corso, perché in molti casi vi è una vera e propria difficoltà nel recuperare anche la stessa documentazione. Il progetto “Emergenza Nord Africa” è stato, come si può intuire, uno strumento che è andato avanti con molte difficoltà. All’inizio è stata sicuramente una realtà messa su con i migliori auspici, ma in fase di esecuzione troppe cose non son andate nel verso giusto.

In quale situazione ci ritroviamo ora? Nelle realtà dove il progetto non ha funzionato ci ritroviamo spesso rifugiati che vivono in stato di vera e propria indigenza. Spesso occupano gli immobili locati alle cooperative, vivendo senza utenze a causa della nuova normativa in vigore in tema di diritto alla casa. In altri casi si trovano comunque in situazioni di sfratto esecutivo perché hanno difficoltà lavorative. Dal quadro che emerge è chiaro come non si sia raggiunta alcuna forma di emancipazione. Cosa fare ora? La situazione che si è creata ora, diffusa su tutto il territorio nazionale, è grave sia dal punto di visto umanitario che di ordine pubblico. Come risolverla? Con una rete di cittadini e realtà sociali del territorio che possano sostituirsi alle cooperative che non hanno lavorato ed anche a quelle istituzioni che spesso abbandonano questi soggetti.

Sono già stati sperimentati su tutto il territorio nazionale piccoli laboratori d’integrazione, che in via del tutto autonoma organizzano corsi di alfabetizzazione italiana ed animano splendide catene di solidarietà per recuperare il minimo indispensabile per partire autonomamente. Grandi animatori di questi gruppi sono anche quei rifugiati, un esiguo numero, che quando han capito il gioco di alcune cooperative si sono emancipati da soli. Ora costoro sono un ponte necessario con i migranti che vivono situazioni di difficoltà. Bisogna ricordare che per tutti i rifugiati che vivono questa condizione, non sia la solidarietà fine a se stessa la soluzione. L’unico modo per ottenere la loro vera libertà, rimane l’emancipazione umana e sociale.

Pierluigi Franchitto

Foto: ggBo | Flickr