Donne in fuga

Donne in fuga

“L’ignoranza, la dimenticanza o il disprezzo
dei diritti della donna sono le sole cause
delle pubbliche sventure e della corruzione dei Governi…”
Olimpia de Gouges, 1972.

La figura della donna immigrata non è ancora considerata come un soggetto autonomo nella dinamica migratoria, ma come una figura secondaria alla migrazione maschile in difesa di uno stereotipo di moglie/madre a carico dell’uomo. La migrazione al femminile è stata in questo senso poco indagata e paradossalmente meno tutelata anche rispetto al ruolo tradizionalmente attribuitole. Attraverso i media, la donna migrante fa la sua apparizione pubblica essenzialmente in due vesti: la prostituta (come vittima oppure come problema di ordine pubblico) e la donna velata.

Attualmente, quasi il 50% degli immigrati nel mondo è costituito da donne e le proiezioni delle Nazioni Unite indicano come, in tempi più o meno vicini, la componente femminile costituirà la quota più consistente della popolazione nata all’estero. Sole o insieme ai loro figli, le donne rifugiate rappresentano l’80% (circa 40 milioni di persone) dei rifugiati nel mondo, tuttavia, sono solo una minoranza dei richiedenti asilo nei paesi occidentali, a causa di una minore mobilità e della difficoltà di accedere alle risorse necessarie per chiedere asilo lontano dal proprio paese. Alle costruzioni e ai condizionamenti sociali cui si è fatto cenno, si aggiunge infatti la difficoltà di intraprendere un viaggio molto costoso in termini di denaro ma soprattutto di salvaguardia della loro stessa vita; durante la fuga sono esposte a stupri e violenze sessuali, muovendosi attraverso zone di guerra o dovendo cedere ai ricatti di miliziani, guardie di frontiera per attraversare i confini: le storie di molte RARU (richiedenti asilo, rifugiati e tutelari di protezione umanitaria) accolte in Italia, di quelle provenienti dal Corno d’Africa o dai paesi martoriati del Golfo di Guinea, raccontano di abusi subiti al passaggio in Sudan o in Libia, ultima frontiera prima della traversata in mare.

Se guardiamo al dato delle nazionalità maggiormente rappresentate troviamo al primo posto la regione del Corno d’Africa (complessivamente 689 beneficiarie dello SPRAR da Eritrea, Etiopia e Somalia. La maggioranza delle persone oggetto di traffici umani sono donne, secondo i dati dell’agenzia umanitaria dell’Onu, in particolare quelle destinate alle industrie sessuali del mondo: molte provengono dal Sud-est asiatico, dall’Asia meridionale e dalle repubbliche dell’ex Unione Sovietica, alcune delle quali sequestrate o vendute in schiavitù dalle proprie famiglie. Nei conflitti più recenti lo stupro è stato deliberatamente e strategicamente usato come arma di guerra, al fine di affermare la “pulizia etnica”: ad esempio, oltre ventimila donne musulmane furono violentate in Bosnia nel 1992.

«Moolaadé», “protezione”, invocano le piccole protagoniste del lungometraggio di Ousmane Sembene Senegal (2004), ma nei centri di accoglienza trovano spesso precarietà, sovraffollamento, situazioni di promiscuità, che ostacolano un contatto personale. Alle frontiere scarseggiano sia il personale qualificato femminile che le interpreti donne, oltre alla mancanza di assistenza psicologica e sanitaria: queste le politiche legislative “dell’emergenza” che, nel disciplinare l’immigrazione, ritengono, essenzialmente, di dover governare un problema di ordine pubblico. Molte donne arrivano, spesso da sole, da Repubblica Democratica del Congo, Congo Brazzaville, Etiopia; altre dall’Eritrea e dalla Sierra Leone, con un’età media che va dai 21 ai 41 anni. Alcune donne sono seguite dagli uffici locali del C.i.r (Consiglio Italiano Rifugiati), dove arrivano come “boat people” specialmente le curde giunte dalla Turchia e dall’Iraq.

“Allo scopo di rappresentare il vissuto della donna migrante nel periodo della solitudine e dell’attesa, preparatorio, benché precario, al processo di adattamento, è opportuno interrogarsi dapprima sul significato dell’essere e del sentirsi estraneo in terra straniera…” inizia così il testo di Cristina Mariti, Donna migrante. Il tempo della solitudine e dell’attesa. (2002). Una riflessione sulla figura della donna migrante che esplora il cosiddetto “periodo della solitudine” che va dal momento dell’arrivo nel paese ospitante, al momento in cui l’intenzionalità di una rivisitazione della propria “visione del mondo” si manifesta apertamente.