Ernest Hemingway tra letteratura, alcol e depressione

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Clarence Hemingway, padre di Ernest Hemingway, era un uomo depresso che un giorno si suicidò con la pistola del padre. Era il 1928 e si era alle soglie di quel fatidico 1929, l’anno della grande crisi finanziaria. Il figlio Ernest lo aveva attaccato e denigrato più volte.

Asciutto ed essenziale, chirurgico nella scelta di ogni singola parola, l’unica perfetta e possibile nel contesto della pagina. Energico, vitale, pragmatico, intraprendente, eccessivo protagonista della vita culturale e politica della prima metà del Novecento. Così fu Ernest Hemingway, giornalista e scrittore vincitore del Premio Pulitzer nel 1953 e del premio Nobel per la letteratura nel 1954, durante tutta la sua esistenza. Un’esistenza problematica, irrequieta, animata dalla passione per viaggi avventurosi anche quando le sue condizioni di salute l’avrebbero sconsigliato.

I problemi iniziarono nella seconda metà degli anni ’30 quando il suo disagio psichico peggiorò in modo drastico, alternando periodi di profonda depressione ad altri di esaltazione, iperattività e irrequietezza. Un quadro che gli psichiatri interpretarono come disturbo bipolare complicato dall’abuso di alcol. Di fatto, Hemingway, iniziò a utilizzare gli alcolici come forma di auto-terapia per contrastare i sintomi depressivi, diventandone dipendente. Il peggioramento della malattia e dell’alcolismo non gli impedirono di continuare a scrivere, a viaggiare, a partecipare attivamente agli eventi drammatici di quegli anni, ma lo deteriorarono profondamente a livello psicofisico.

La conclusione della II Guerra mondiale si accompagnò per Hemingway a un decennio di relativa pace anche interiore. Ma si trattava soltanto di una tregua. Nel 1957 iniziò a soffrire di una forte depressione e nel 1960 i segni di squilibrio mentale si fecero sempre più evidenti: cominciò a viaggiare in modo frenetico da un continente all’altro; era convinto di non avere più denaro per mantenere la casa e pensava di essere pedinato dall’FBI, vedeva ovunque agenti federali. Depressione che andava ad aggiungersi a condizioni fisiche generali ormai estremamente precarie, soprattutto a causa dell’abuso alcolico di lungo corso e dello stile di vita complessivamente sregolato. Dopo aver parlato con uno psichiatra si rese conto della necessità di un ricovero. Alla clinica Mayo, nel Minnesota, gli venne somministrato un ingente numero di elettroshock (oltre venti) che gli provocarono grosse lacune nella memoria. In quel periodo riferì ad un amico le sue preoccupazioni: “Che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente”. Successivamente venne ricoverato una seconda volta per due mesi, isolato in una stanza senza la presenza di alcun oggetto e anche in questo caso fu sottoposto ad altri elettroshock. Venne dimesso e dichiarato clinicamente guarito.

Scrive Hemingway: “Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e illusioni disperse”.

Ernest Hemingway muore suicida il due luglio 1961, ad ucciderlo un colpo di fucile.

Foto: LLOYD ARNOLD/HULTON ARCHIVE