Sylvia Plath, la poesia oltre il suicidio

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“Sii stoica, se necessario e scrivi – hai visto molto,
sentito profondamente e i tuoi problemi
sono sufficientemente universali per dal loro un senso – SCRIVI”

Sylvia Plath è una poetessa ebrea americana nata a Boston nel 1932 e morta suicida a 31 anni, l’11 febbraio del 1963, in un buio appartamento londinese, con due figli piccoli nella stanza accanto. Consegnata a mito da questo gesto forse ancora di più che dai suoi versi, la poetessa viene troppo spesso letta scegliendo il suicidio come chiave di lettura della sua intera opera poetica.
Vivere e scrivere, un binomio inscindibile e complicato per la Plath. Leggendo i diari, le lettere scritte dalla poetessa alla madre Aurelia e le sue ultime poesie si può comprendere come sia riuscita a trasformare i suoi intensi stati d’animo in una occasione poetica dove il parlare di morte può anche significare un disperato bisogno di vivere.
La scrittura, come il cibo, il tabacco, il sesso e l’alcol, diventerà un bisogno anestetizzante ed un filo immaginario per ricucire i pezzi del mosaico della sua vita. Ogni fatto della vita, intima o sociale, trova uno specchio nella poesia e nella narrativa della Plath.
È la madre a farla innamorare della poesia, ma sarà solo il padre, morto precocemente quando lei ha otto anni, l’unico destinatario delle poesie:

“Tu stai alla lavagna, papà, nella foto che ho di te,
biforcuto nel mento anziché nel piede, ma diavolo sempre, sempre uomo nero che con un morso il cuore mi fende.Avevo dieci anni che seppellirono te.A venti cercai di morire E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire”.

Il crollo nervoso seguito dal primo tentativo di suicidio, a vent’anni, non le impedirà di concludere gli studi allo Smith College e di vincere una borsa di studio per Cambridge. Poi Sylvia Plath conosce lo scrittore Ted Hughes, ad una festa. I due si sposano ma la loro vita inisieme si gioca sempre sul filo della competizione: per lei la scrittura sarà sempre una lotta con un demone che le sibila all’orecchio l’inadeguatezza delle sue poesie. Sylvia allora studia con accanimento, frequenta i corsi di scrittura creativa del poeta confessionale Lowell e conosce un’altra grande poetessa, Anne Sexton.

La primogenita, Frieda e il primo libro della Plath, “Il Colosso”, vedono la luce a Londra, nel 1960. In quegli anni la famiglia Hughes si trasferisce nel Devon, dove acquista una fattoria: è lì che la coppia inizia ad entrare in crisi. Neanche la nascita del secondo figlio Nicholas Farrar, morto anch’egli suicida nel 2009, riesce a rinsaldare il legame. Ted Hughes abbandona la poetessa per Assia Wevill, che si suiciderà con la figlia avuta da lui qualche anno più tardi. Una febbre altissima pervade la poetessa rabbiosa e ferita, e la porta, tra la fine di settembre e i primi di dicembre, a scrivere le quaranta poesie di Ariel. Così scrive a un’amica: “Vivo come una spartana, scrivo in preda a una febbre e produco quello che per anni avevo chiuso a chiave dentro di me. Mi sento stordita e molto fortunata. Continuavo a dirmi che ero il tipo che riusciva solo a scrivere quando era tranquilla e in pace, ma non è vero, la musa è venuta qui, adesso che Ted se n’è andato”.
Nel 1963 Sylvia Plath torna a Londra e come gli altri londinesi, sta vivendo il gennaio più freddo degli ultimi 150 anni. Prende degli antidepressivi. Scrive alla madre, in una delle ultime lettere: “Adesso vedo com’è tutto definitivo, ed essere catapultata dalla felicità mucchesca della maternità nella solitudine e nei problemi non è certo allegro”.

L’11 febbraio si alza alle 4,30 per comporre le sue poesie, dopo aver portato la colazione nella stanza dei figli, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano. Va in cucina, anche qui sigilla tutte le fessure, poi infila la testa dentro il forno e accende il gas.
L’ultima poesia scritta da Sylvia Plath porta la data del 5 febbraio 1963: Limite. “La donna ora è perfetta Il suo corpo morto ha il sorriso della compiutezza, l’illusione di una necessità greca fluisce nei volumi della sua toga, i suoi piedi nudi sembrano dire: Siamo arrivati fin qui, è finita. I bambini morti si sono acciambellati, ciascuno, bianco serpente, presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota. Lei li ha raccolti di nuovo nel suo corpo come i petali di una rosa si chiudono quando il giardino s’irrigidisce e sanguinano i profumi dalle dolci gole profonde del fiore notturno. La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso, non ha motivo di essere triste. E’ abituata a queste cose. I suoi neri crepitano e tirano.”