Cinquantasei passi

Erano trascorsi venticinque anni da quei cinquantasei passi.
Il tempo, inesorabile e crudele, aveva modificato tutto di Said, tranne la sua mente.
Nella testa dell’uomo erano trascorsi solo alcuni secondi da quel lontano pomeriggio di venticinque anni fa.
Con la mano spinse il cancello d’ingresso del suo giardino. Nell’aria, come se fosse un dolce scherzo dei suoi sensi, annusò un leggero odore di arancio.
Said, d’istinto, chiuse gli occhi per aiutare i ricordi a emergere.
«Quando chiudi gli occhi, puoi viaggiare nel tempo” ripeteva sempre Fatmah, la madre di Said».
Davanti a lui si apriva un piccolo quadrato verde nel sud del Libano.
A ogni angolo spiccavano quattro palme, come quattro giganti forti, che custodivano il cuore del giardino. Al centro c’era una piccola fontana di marmo bianco, decorata con cinque Hamsa, la mano di Fatima.
Il giardino era diviso in piccoli spazi concentrici delimitati da alcune rocce scure. A primo impatto si notavano subito gli alberi di arancio, rigogliosi e profumati tutto l’anno, e i lunghi fiori di papavero, rigorosamente rossi.
Ogni mattina, Said si svegliava con gli occhi accecati dai colori del sole.
A spezzare questo gioco di calore, tra sfumature di arancio e di rosso, c’era la sontuosità delle piante sempreverdi, con il loro lussureggiante colore, simbolo di eternità.

Quando Said riaprì gli occhi, la scena che si trovò davanti fu molto diversa.
La guerra è capace di estinguere qualsiasi sensazione, qualsiasi odore.
Davanti ai suoi occhi non c’erano né i colori del sole né il verde rigoglioso. C’era soltanto un quadrato grigio, colmo di cenere, calcinacci e pietre.
Said iniziò a camminare. Il suo giardino, dall’ingresso alla porta dell’abitazione, era lungo esattamente cinquantasei passi.
Arrivato al ventottesimo, Said si fermò e chiuse nuovamente gli occhi. La sua mente attraversò ancora il tempo e lo spazio, tornando a quel giorno di venticinque anni fa.
Said era un bambino di dieci anni, timido e spaventato. Fatmah, sua madre, era una donna sensibile e profumata, come gli aranci che crescevano forti nel loro giardino. Era stata lei a insegnarli la passione per le piante e i loro odori; era stata lei a insegnarli tutto quello che sapeva a riguardo.
Quel giorno, di venticinque anni fa, erano in casa pronti a scappare. Fuori echeggiavano le bombe, il frastuono degli edifici che crollavano e il sibilo dei proiettili vaganti. Ad attenderli oltre i cinquantasei passi del loro giardino c’erano dei furgoni, che avrebbero portato Said e sua madre verso la costa, verso una barca, verso una nuova vita.
«Ricordati figlio mio, sono solo cinquantasei passi, corri e non voltarti per nessuna ragione. Tua madre è dietro di te».
Iniziarono a correre. Arrivato al ventottesimo passo Said sentì un colpo. Continuò ad andare avanti, senza voltarsi, come aveva detto la madre. Attraversò il giardino e raggiunse i furgoni. Solo allora si voltò, scoprendo che per la prima volta sua madre gli aveva mentito. Non c’era. Era distesa al centro del giardino, all’altezza del ventottesimo passo, colpita in testa dal proiettile di un cecchino.
Said riaprì gli occhi. Era fermo esattamente nel punto in cui sua madre Fatmah, venticinque anni prima, fu uccisa.
Riprese a camminare fino alla porta della piccola abitazione, usurata dal tempo e dai bombardamenti. Ma ancora in piedi.
Said si voltò verso il giardino.
La guerra può estinguere qualsiasi cosa, tranne l’immaginazione.
Said appoggiò a terra le buste piene di semi di vari fiori e piante: papavero, lavanda, gelsomino. Poggiò anche la pianta di arancio che reggeva con la mano destra.
Davanti a lui non vedeva più il grigio della cenere. Fece un sorriso, mentre sua moglie, con i figli, si avvicinava portando piccole palme e altri semi.
S’inginocchiò iniziando a spostare pietre e calcinacci.
Quel giorno, Said decise che non avrebbe avuto più bisogno di chiudere gli occhi per essere felice.

Luca Notarianni

Foto: Georgie Pauwels | Flickr