RomaFF11: “7:19” di Jorge Michel Grau

19 settembre 1985. Città del Messico. Ci troviamo al piano terra di un palazzo di 7 piani in cui lavoratori diversi per età e stato sociale cominciano la loro giornata. Dal capo alla donna delle pulizie, passando per l’impiegato, l’inserviente e il guardiano notturno. La breve sequenza iniziale è l’unica in cui si respira un po’ d’aria, infatti dopo pochi minuti un fortissimo terremoto di magnitudo 7.9 scaraventa questi personaggi, e con essi lo spettatore, nel buio delle macerie. Uno stacco su nero dalla forte valenza drammatica (ce ne saranno altri) interrompe per pochi secondi qualsiasi immagine e qualsiasi suono catapultando lo spettatore su un diverso livello di percezione, aumentando la suspense e creando un’interruzione drammatica. Le immagini riprendono ma ora l’inquadratura è più stretta, quadrata anziché rettangolare, per trasmettere ed enfatizzare la sensazione di soffocamento in uno spazio buio e claustrofobico che è quello in cui Fernando Pellicer, il capo (Demiàn Bichir) apre gli occhi in un primo piano che lo ritrae completamente grigio di polvere.

Per qualche istante Pellicer sembra solo, si guarda intorno, intravede una torcia poco lontano da lui, ma le sue gambe sono intrappolate sotto una trave. Dopo alcuni tentativi raccoglie la torcia, ed insieme allo spettatore riesce finalmente a guardarsi intorno. Martin Soriano, l’anziano guardiano (Héctor Bonilla), è lì a pochi metri dal capo, sembra morto fin quando non apre gli occhi, ma è intrappolato anche lui. Successivamente si sentiranno anche le voci di Nadia, la donna delle pulizie, dell’impiegato Juan e dell’inserviente Carlos che si trovano qualche maceria più su nel buio pesto.

Il film mantiene per tutta la sua durata (94 min.), se si esclude la brevissima parentesi iniziale, il punto di vista di Pellicer e Martin, sommersi e circondati da calcinacci e cavi elettrici. Due personaggi intrappolati sotto 7 piani di macerie che non hanno più nulla se non la speranza e la loro voce. Infatti la pellicola si regge sui dialoghi dei personaggi, degli unici due che lo spettatore vede e degli altri tre di cui si ode solo la voce. Nei dialoghi traspare la paura, la fragilità, ma anche la forza e la speranza, i personaggi cercano di aiutarsi e di venirsi incontro ma litigano anche e si incolpano a vicenda.

7:19 è un thriller claustrofobico, incentrato sulla recitazione degli unici due attori presenti, una pellicola senz’altro fuori dal comune, con una regia attenta ai particolari e un accorto lavoro sul suono che ha il compito di allargare i confini laddove l’immagine restringe il campo. Tuttavia questo genere di film dovrebbe reggersi sulla suspense la quale invece si perde dopo una breve prima parte pur non annoiando lo spettatore che, però, paradossalmente, dopo 94 minuti di visione, arriva alla fine con la sensazione che il film sia durato poco perché non arriva mai un vero e proprio momento di rottura, facendo percepire la mancanza di un punto di svolta.

Voto: 7