Adolescenti, dalla rete non solo pericoli

Di bambini e ragazzi con tablet e telefoni in mano connessi ad internet è sempre più pieno intorno a noi e sempre più per i ragazzi nati negli anni 2000 la scoperta del mondo passa attraverso l’uso della rete. Il giudizio di fronte all’opportunità di fornire questi strumenti in mano ai più piccoli e agli adolescenti è spesso polarizzato tra chi demonizza la rete e chi invece ne riconosce le potenzialità. Cyberbullismo e racconti di dipendenza dalle nuove tecnologie sono infatti protagonisti di cronache che preoccupano. Si pensi per esempio agli hikikomori, ragazzi che evitano completamente i rapporti sociali e si ritirano nel mondo di internet abbandonando anche per anni la loro quotidianità nel mondo reale. Ma non si può ignorare che il mondo virtuale porta con sé novità anche positive per la crescita dei ragazzi. Il nodo forse è imparare ad usare questi strumenti, promuovendo un uso consapevole tanto tra i genitori che tra i loro figli.

Con Domenico Scaringi, psicologo e presidente della Cooperativa Sociale Nostos, abbiamo parlato delle forme di dipendenza patologica e di come valorizzare gli aspetti positivi di internet, anche all’interno di percorsi psicoterapeutici.

Ci vuoi spiegare cosa si intende per hikikomori?

È un fenomeno molto diffuso in Giappone che ha avuto una certa risonanza mediatica. Anche per questo il termine, che vuol dire “persona ritirata socialmente”, ha poi preso piede in occidente trovando comunque un’applicazione, perché il fenomeno non si limita solo al Giappone. Gli hikikomori sono ragazzi che non escono più da casa e limitano fortemente i rapporti sociali, generalmente nell’adolescenza o all’inizio dell’età adulta, tra la fine del liceo e l’inizio dell’università. Per definire un caso “hikikomori” c’è bisogno che si verifichi un ritiro di almeno sei mesi insieme ad un isolamento dai rapporti sociali, perché pur rimanendo a casa questi ragazzi spesso riducono anche i rapporti con la propria famiglia. Frequentemente la vita sociale la vivono nella rete, dove possono avere molti amici e svolgere una serie di attività, invertendo spesso il ciclo giorno/notte: scrivono sui social, giocano ai videogiochi e magari di giorno dormono.

Perché questo fenomeno nasce proprio in Giappone?

La cultura giapponese ha dei tratti molto caratterizzanti. È una cultura molto competitiva, dove vige il conformismo e dove è più difficile differenziarsi. Può pesare molto su questi ragazzi anche il senso di colpa, perché se fallisci e non sei come le aspettative del contesto sociale vorrebbero che tu fossi rischi di umiliare tutto il nucleo familiare. Così succede che i ragazzi si ritirano, forse proprio a causa delle suddette pressioni. C’è una teoria, a questo proposito, che descrive un assetto familiare con padri molto assenti e severi e madri intrusive, che non favoriscono la crescita e l’autonomia dei figli, i quali mantengono una forte dipendenza.

E in Italia ci sono persone affette da questo disturbo?

Non so se utilizzerei il termine “hikikomori” in senso stretto per riferirmi all’Italia, però sì, ci sono diverse persone, soprattutto tra i giovani, che si ritirano socialmente. Smettono di andare a scuola, non hanno amicizie e rimangono chiusi in casa, in certi casi anche per anni. Anche in questo caso si può osservare che la rete, i videogiochi e a volte i social, diventano le uniche finestre che riescono ad utilizzare per relazionarsi con il mondo esterno.

Ci sono altre forme patologiche legate all’uso della rete da parte degli adolescenti?

Non tutti i ragazzi che usano la rete, anche in maniera massiccia, devono essere definiti patologici o comunque non tutti questi sono hikikomori. All’interno di un contesto patologico ci possono essere per esempio ludopatie, dipendenze da internet o dai videogiochi che comunque non impediscono ai ragazzi di uscire, andare a scuola e perciò si differenziano dall’hikokomori perché non c’è il ritiro sociale.

Ci sono altri pericoli ai quali si espongono i ragazzi che usano molto internet?

Ci sono certamente dei rischi, anche perché alla rete ed ai social si può avere accesso sin dall’infanzia. ed alcuni fenomeni, pur non essendo specifici della rete, nel suo contesto si possono amplificare. Ad esempio in rete è possibile mantenere l’anonimato e può succedere di essere avvicinati da persone malintenzionate, che mentono sulla propria identità; anche il bullismo assume caratteristiche molto violente in rete perché è possibile sottrarsi a un confronto: il bullo sente di poter dire quello che gli pare, perché si sente protetto dallo schermo del pc o dello smartphone.

Invece quali sono i risvolti positivi nel rapporto tra adolescenti e internet?

Secondo me sono molti. Intanto internet permette di accedere a molte informazioni che prima non erano disponibili o comunque non di facile reperimento, quindi i ragazzi sono estremamente informati su molti fronti e possono sviluppare passioni e competenze, anche lavorative, autonomamente. In più, rispetto alla crescita e allo sviluppo, sappiamo che l’adolescenza è una fase particolare in cui il gruppo dei pari acquista molta importanza e alcuni ragazzi possono presentare problemi di timidezza o difficoltà più significative nel socializzare. Da questo punto di vista la rete può dare la possibilità di accedere con minore preoccupazione a contesti di socializzazione che, nella vita di tutti i giorni, possono essere vissuti da alcuni adolescenti come fonte di ansie e irraggiungibili, e favorire una prima possibilità di confronto con i coetanei. Banalmente si può sperimentare cosa si prova a parlare con una ragazza, e questo, piuttosto che un’esperienza surrogata, può rappresentare una spinta allo sviluppo e un incoraggiamento a vivere nuove esperienze significative al di fuori della rete.

Ci sono dei sentimenti, magari proprio l’amore o l’amicizia, che stanno cambiando nella percezione dei ragazzi perché li sperimentano in rete?

Si tratta di una domanda difficile, credo che solo nel tempo si potrà arrivare a una maggiore definizione della questione. Alcuni cambiamenti sono legati ai mezzi utilizzati per comunicare, che sono in grado di influenzare i contenuti dei messaggi stessi, oltre che la forma. Per esempio l’amore può oggi essere virtuale, il che non significa necessariamente che non sia reale, però nasce fra persone che non si sono mai viste prima, che non si incontrano, che non vivono una quotidianità. Questa è sicuramente una cosa diversa, nuova. Non so se questo cambierà i sentimenti delle persone, però magari è in grado di influire anche su come una persona sviluppa la propria personalità. Per esempio il senso dell’identità personale può essere sperimentato diversamente in rete, una persona può inventarsi un’identità completamente nuova.

Tra i casi che hai incontrato, ci sono storie significative a proposito del rapporto tra internet e adolescenti?

Mi viene in mente una situazione positiva, incontrata in un contesto clinico, nella quale un ragazzo che non usciva da casa e disprezzava il contatto sociale con i pari, è riuscito pian piano a sperimentare le relazioni attraverso la rete. Ha iniziato dapprima ad incuriosirsi a quello che facevano i suoi coetanei e poi ad avere dei rapporti con gli altri, sentendosi protetto e non esponendosi troppo. Finché dopo un paio d’anni di terapia è riuscito a partecipare ad un evento in cui ha conosciuto le persone con cui parlava in rete. Nell’arco di qualche anno questo ragazzo ha allargato progressivamente la sua rete sociale e migliorato i rapporti con i coetanei, tanto da avere adesso una vita sociale anche fuori dalla rete.

La Cooperativa Sociale Nostos offre dei servizi specifici per l’uso delle nuove tecnologie?

Da circa un anno abbiamo attivato un servizio di consulenza sull’uso e l’abuso delle nuove tecnologie, rivolto sia ai ragazzi che ai genitori. Coinvolgere i genitori è importante perché molto spesso fanno fatica a trovare un discrimine tra normale e patologico o semplicemente a capire questi fenomeni, perché non sono sufficientemente preparati sulle nuove tecnologie. Per questo spesso può succedere di non riuscire a svolgere un ruolo protettivo o, al contrario, di temere alcuni fenomeni solo perché non vengono compresi, con il rischio di diventare molto intrusivi nella vita dei ragazzi. Il servizio non si rivolge solo a situazioni patologiche, ma cerca di educare ad un utilizzo consapevole delle tecnologie digitali, che possa anche favorire una crescita sana o migliorare un dialogo tra le generazioni.

Come funziona?

Si fa una valutazione iniziale per capire la situazione, ascoltando sia ragazzi che genitori, e poi a seconda di quello che emerge, si possono attivare diversi percorsi. Laddove la situazione non è ancora francamente problematica, si può proseguire con un percorso breve e mirato per favorire un uso sano delle tecnologie. In caso di difficoltà più significative si può invece attivare un percorso di supporto genitoriale, una terapia per il ragazzo o, nei casi di maggiore ritiro, attivare un servizio di ‘mentoring’, intervento che si può svolgere direttamente nei contesti significativi di vita dell’adolescente (ad esempio a casa). Sono previsti inoltre dei laboratori di gruppo nei quali i ragazzi possono utilizzare in gruppo internet, playstation, videogiochi, con la mediazione di un operatore adeguatamente formato. Così si può creare un contesto di socializzazione che coinvolga sia i ragazzi che non socializzano – ma che hanno un forte interesse per internet e videogiochi – sia quelli già inseriti in un percorso di socializzazione, ottenendo risultati davvero notevoli.

Danilo Scaringia

Maria Carla Sicilia

Foto shuets udono| Flickr| Creative Commons