Rifugiarsi in un Avatar

Qualcuno di voi ricorderà il film Avatar, uscito nel 2009 e diretto da James Cameron. Il film raccontava della tentata invasione da parte degli esseri umani ai danni di un pianeta chiamato Pandora, pianeta ricco di risorse e materie da sfruttare, in quel momento abitato dai nativi del posto che non avevano alcuna intenzione di levare le tende.
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Non vogliamo, però, ricordare Avatar per la sua storia (a tratti dal sapore banale e del già visto), quanto piuttosto per la presenza di un tema che ora è entrato di fatto nel quotidiano della generazione 2.0 (anzi, per alcuni addirittura 3.0!): stiamo parlando dell’avatar, per l’appunto, che però nel film assume un significato piuttosto diverso da quello che vorrei proporvi qui ora. Quando penso ad un avatar mi viene in mente una proiezione “digitale”, una reincarnazione se vogliamo, generata in uno spazio-tempo diverso da quello dal quale viene creato, e che ha ragione di esistere solamente in quel diverso spazio-tempo. Al momento esistono due spazio-tempo: uno è rappresentato dalla nostra vita di tutti i giorni, l’altro è testimoniato dalla rete, da internet. Dunque non parliamo di un’interpretazione cinematografica o teatrale, non stiamo parlando di “fare la parte” di qualcuno nel nostro spazio-tempo, quanto piuttosto di creare ex-novo un altro noi, in uno spazio che, al giorno d’oggi, può essere solo quello della rete. Nel film Avatar, invece, un marine terrestre si “connette” col suo avatar in uno spazio-tempo che è il suo stesso spazio-tempo. La reincarnazione cioè avviene nello stesso mondo dal quale è stata generata. I due corpi–quello del marine e quello del suo avatar– avrebbero di fatto potuto toccarsi (ed infatti capita alla fine del film), cosa invece impossibile nella nostra attuale realtà. Con un avatar noi creiamo un altro corpo che però non possiamo materialmente toccare, e che vive in un mondo al quale noi non possiamo accedere se non tramite proprio il nostro avatar.
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L’avatar diventa, a questo punto, il mezzo da sfruttare per arrivare dove fisicamente non possiamo giungere. Prima di continuare, però, stiamo attenti a non confondere il concetto di avatar con quello di realtà virtuale: all’interno della realtà virtuale ci muoviamo proprio noi, non qualcosa di diverso da noi, non un personaggio fittizio; nella realtà virtuale se noi muoviamo un braccio anche il nostro personaggio lo muove, mentre un avatar non muoverebbe mai alcun braccio. A differenza della realtà virtuale, infatti, un avatar fa quello che gli diciamo noi di fare, ma non fa quello che facciamo noi. Inoltre un avatar può essere gestito momentaneamente anche da qualcun altro che non siamo noi, magari da un amico o da un conoscente che agisce per conto nostro, e che magari si trova dall’altra parte del mondo. Questo perché l’avatar si muove, oltre che in uno spazio, anche in un tempo, quello continuo della rete. Nella realtà virtuale, invece, attualmente il tempo non esiste, è anzi immediato. Esiste semmai uno spazio, al cui interno si muove un corpo creato virtualmente, e legato indissolubilmente alla sua fonte: morto il corpo umano, muore anche il corpo virtuale. Questo tempo, inoltre, è verosimile, potrebbe cioè non essere totalmente inventato. “La realtà virtuale è il luogo […] in cui l’immaginazione può esplodere come in un sogno, che può esso stesso finalmente affrancarsi dall’ imperativo apparentemente ineluttabile della verosimiglianza ” (G. Pecchinenda, Il sé della Rete, in Net nociology, Guerini e Associati, 2002, p.109).
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Un avatar, tempo o non tempo, continuerà invece ad esistere anche se l’utente che l’ha creato non è in quel momento connesso. Per scomodare di nuovo il film Avatar, potremmo dire che l’avatar di quel marine è una specie di corpo solido a metà tra gli avatar che conosciamo noi e la realtà virtuale qui descritta, un impressionante ibrido che al momento non trova una reale definizione. Ad ogni modo, nel web le altre persone ormai si conoscono tramite i propri avatar, e, per loro, noi siamo il nostro avatar. Nulla di male ad accettare questa situazione, semmai chiediamoci perché arriviamo a creare un avatar. Chiediamoci da cosa derivi questa irresistibile necessità, e quale possa essere il suo scopo. Uno degli scopi, in realtà, lo abbiamo già incontrato: l’avatar è la chiave per arrivare là dove non potremmo mai arrivare fisicamente. In un attimo col nostro avatar siamo dall’altra parte del mondo reale, e chi è dall’altra parte del mondo è in connessione con noi. In un attimo col nostro avatar siamo dentro un mondo questa volta immaginario, inventato, ci muoviamo al suo interno senza fatica, e le altre persone si muovono insieme a noi. Dietro ogni avatar c’è una persona, certo, ma spesso non ci interessa. A noi interessa il suo avatar. Un secondo motivo che spinge a crearci una nuova identità può essere ricercato nella nostra vita di tutti i giorni, in quella realtà che ci violenta e ci stressa, e dalla quale non vediamo l’ora di fuggire.
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Torniamo a casa dopo la scuola, dopo il lavoro o dopo la ricerca di esso, e vogliamo solo un momento per noi stessi, un momento di pace e tranquillità che non possiamo però trovare nella nostra vita vera, perché la nostra vita vera è piena di stress, di scuola, di lavoro o di ricerca di esso. E allora navighiamo nella rete con la nostra falsa identità, che ci siamo costruiti noi proprio per ripensare la realtà stessa.
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Sherry Turkle, pioniera degli studi sulla costruzione delle identità su internet, vent’anni fa scriveva: “le persone che vivono vite parallele sullo schermo sono comunque legate dai desideri, dal dolore e dalla mortalità dei loro sé fisici. Le comunità virtuali offrono un nuovo contesto drammatico nel quale pensare sull’identità umana nell’era di internet ”(S.Turkle, La vita sullo schermo, Apogeo, 1997, p. 267). Un terzo motivo è senza dubbio legato a questo concetto di comunità che inevitabilmente sfocia in quello di uguaglianza: non conta più la mia classe sociale, nel momento in cui mi reincarno nel mio avatar sono uguale agli altri, siamo anzi tutti uguali. La comunicazione che si istaura non può che essere orizzontale, con la conseguente disintegrazione di ogni interazione di tipo verticale e “piramidale”. Tutto questo può facilitare la creazione di nuove comunità, questa volta online, all’interno delle quali è possibile in un certo senso ricominciare da zero, senza aver dovuto affrontare necessariamente un nuovo diluvio universale.
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Scriveva a tal proposito Manuel Castells già quindici anni fa: “[…] queste comunità operano sulla base di due importanti elementi culturali condivisi. Il primo è il valore della comunicazione libera, orizzontale. La pratica delle comunità virtuali riassume la pratica della libertà di espressione globale, in un’epoca dominata dai conglomerati mediatici e da burocrazie governative censori e […] Il secondo valore condiviso che emerge dalle comunità virtuali è quello che definirei come perseguimento autonomo dei propri interessi. Ovvero la capacità di ciascuno di trovare la propria destinazione sulla rete oppure di creare e pubblicare la propria informazione, stimolando in questo modo un network” (M. Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, 2002, p.61-62).
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Tutto questo si riassume in ciò che già avevamo visto: l’uguaglianza e la libertà di espressione, che finiscono per creare nuove organizzazioni, nuove azioni collettive e nuove costruzioni di significato. Ad ogni modo, quale che sia il motivo che ci spinge alla creazione dell’avatar è superfluo ricordare che quello è un avatar, e che si muove in un mondo che non è il nostro. Noi non siamo il nostro avatar, e, seppur tendiamo a ricreare in esso la nostra reale personalità, non siamo lui. Sembra banale evidenziare questo aspetto, ma deve entrarci in testa, perché non è affatto scontato che ci si risvegli consapevoli di vivere nel mondo reale. Parafrasando il grande scrittore H. P. Lovecraft possiamo affermare che chiunque di noi ha diritto a crearsi un avatar, ma che si è autorizzati ad esercitare tale diritto solo se si hanno anche le capacità di rispedirlo indietro quand’è il momento opportuno. Annullarsi e metterci totalmente in mano al nostro avatar è sintomo di una pericolosa malattia che conviene debellare prima che sia troppo tardi.
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Foto di Phuoc Hanh (CC BY-SA 2.0)