87 ore – Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni

(Italia 2015, 75 min.), film documentario di Costanza Quatriglio

87 sono le ore che trascorrono tra il ricovero in TSO di Francesco Mastrogiovanni nel Servizio Psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania e la sua morte, avvenuta nelle mura di quel Servizio di Diagnosi e Cura, legato al suo letto, vittima dell’abbandono e della violenza da parte di medici, infermieri e personale che della disumanità e della sciatteria hanno fatto una prassi quotidiana. Psichiatri, non solo psichiatria, persone quindi, e prassi organizzate che si sono date per lavorare.

Il film è in gran parte costruito proprio con il frutto di questa ‘organizzazione’, il montaggio delle registrazioni effettuate nel reparto dalla telecamere di sorveglianza, volute per difendersi e diventate un inoppugnabile atto di accusa. La porta gialla con il vetro verniciato, quella verde, accanto, entrambe blindate. Da una parte gli altri, il  mondo, dall’altra un altro mondo, chiuso e accortamente separato.

Le immagini scorrono a scatti, come un cartone animato montato male a cui mancano i fotogrammi intermedi che rendano i movimenti plastici, vivi. Così si vedono marionette di un teatro del reale, dell’iperreale. Iper, perché sfrondato di quei piccoli gesti di ordinaria umanità, l’iperrealtà di un luogo a parte. Il paradosso è che le due porte blindate e quella in fondo al corridoio centrale del reparto, altrettanto chiusa e che rappresenterebbe la via di fuga in caso di pericolo (quanti paradossi in psichiatria!),  dovrebbero assicurare la rigidità di un confine, la privatezza di un luogo invisibile all’esterno, di un universo a parte, e invece lo trasformano, attraverso le telecamere, in piazza, in set, in scenario pubblico e spettacolare.

Pensate per assecondare l’ossessione securitaria e garantire quanti operano all’interno rispetto ai folli che vi sono internati, ‘per essenza’ pericolosi, quelle telecamere si rivelano il tramite per pubblicizzare il segreto, per trasformare l’osceno in scena. Certo, sarà necessario un giudice  per sequestrare e aprire allo sguardo del mondo quei filmati, un rappresentante di quella legalità occultata e lasciata fuori dalle porte blindate insieme ai principi di umanità e alle competenze della professione.

Pensati per difendersi essi diventano atti di accusa che inchiodano senza incertezze i perpetratori di un crimine alla loro colpevole partecipazione nel consumarlo. Reso oggetto, marionetta, il paziente F.M. diventa il caso di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare inseguito, afferrato, recluso e reso in ultimo cadavere non attraverso pratiche emergenziali, azioni occasionali dettate dalla straordinarietà degli eventi, ma da una ordinaria routine, da una pratica opacamente normale.

I gesti degli infermieri, le stanche passeggiate dei medici nel reparto sono abitudine quotidiana, espletazione di un triste dovere. Triste perché è certo che nessuno di quegli uomini e donne, nessuno di quei professionisti della salute è un perfido e sadico Mengele. Più semplice, più ripetitivo e rassegnato il loro agire. Ubbidiscono con appreso automatismo alle ‘prassi’, al ripetersi acritico e irriflesso di gesti ormai acquisiti che vanno solo riprodotti, messi in pratica appunto, senza star lì a farla troppo complicata. Simili al banale Eichmann, sono tutti travet della salute mentale, nessun eroe, negativo o positivo, truppa, soldati e ufficiali dell’esercito della sanità che alla salute ha dichiarato guerra.

Perchè questo è l’istituzione, o almeno questo è il rischio che corre giornalmente l’istituzione e, soprattutto, gli uomini e le donne che la incarnano. Quello di dimenticare di essere persone, soggetti, a metà strada tra le grandi macchine organizzative che si autoriproducono e quelle azioni, quel contatto con se stessi, quel riconoscere gli altri e le relazioni, che fanno degli operatori della salute mentale degli individui e non matricole di badge. Il dentro e il fuori, il mondo aperto e quello chiuso comunicano attraverso le persone: chiusa è la sofferenza, la malattia, chiusi sono i reparti e chiusa è la morte; aperto è l’incontro, il contatto e il rispetto, aperta è  la vita. L’alternativa è che quelle porte blindate sanciscano una separazione insostenibile, che il dentro si riversi sul fuori con esiti umanamente catastrofici non solo per i pazienti/reclusi, ma anche per gli operatori/aguzzini. Che la morte, con indifferenza, la vinca sulla vita.

 

Antonello d’Elia