Popica, a scuola per cambiare le cose

La quotidianità dei bambini è scandita dall’impegno scolastico: ogni mattina sveglia presto, suona la campana e via in classe, poi pranzo, compiti, un po’ di tempo libero e a nanna, pronti per il giorno dopo. Non sempre e non per tutti però è così, almeno non così semplice. Senza il lavoro di Popica pochi dei 50 minori di origine rom che oggi frequentano diversi istituti scolastici sarebbero andati a scuola, avrebbero i libri di testo per studiare, farebbero i compiti il pomeriggio. Difficilmente quelli di loro che frequentano un istituto professionale avrebbero pensato di compiere un percorso così complesso per la loro educazione.
Popica è un’associazione che si occupa di promuovere l’educazione dei minori rom. Muove i suoi primi passi proprio in Romania, ormai dieci anni fa, supportando l’apertura e la gestione di una casa famiglia per minori e collaborando poi con un’associazione locale su progetti rivolti ai ragazzi di strada. A Roma, dal 2008, segue dapprima alcuni campi spontanei e poi inizia a lavorare stabilmente con una comunità rom insediata in un campo informale nel quartiere di Centocelle. Di lì a poco quella comunità deciderà di unirsi ad un movimento di lotta per la casa e di vivere in occupazione, in compagnia di molte altre persone, all’ex salumificio Fiorucci sulla Prenestina. È lì, al Metropoliz, che oggi i volontari di Popica sviluppano il loro progetto di contrasto alla dispersione scolastica, di cui ci ha parlato Guendalina Curi.

Come è nato il progetto di supporto scolastico?
Quando abbiamo iniziato a lavorare all’interno di vari insediamenti spontanei abbiamo subito rivolto il nostro intervento ai bambini, anche perché lavorare con loro è un modo per entrare in contatto con gli adulti. Il contesto era degradante e moltissimi di loro non frequentavano la scuola. Al nostro arrivo le famiglie erano tutte d’accordo nell’iscrivere i propri figli a scuola ma da qui ad iniziare a frequentare la classe il passaggio non è facile. Una volta cominciato l’anno scolastico, per esempio, iscriversi non è semplice, come non lo è trovare una scuola che accetti l’iscrizione – considerando le difficoltà che hanno le scuole oggi – o accompagnare i più piccoli al mattino. Non solo, i bambini devono essere vaccinati e ovviamente i bambini rom non lo erano o lo erano parzialmente.

Quindi Popica prende in carico questi passaggi “burocratici”?
Facciamo quello che possiamo. Ci siamo occupati anche di far fare le vaccinazioni ai bambini, predisponendo gli appuntamenti e accompagnando le famiglie prima, responsabilizzandole poi perché andassero da sole. Ci siamo occupati di gestire il problema della residenza, senza cui in teoria puoi solo iscriverti a scuola con riserva. Per fortuna il diritto all’istruzione in età dell’obbligo prevale su ogni cosa per cui una scuola che ti permetta di frequentare deve essere per forza disponibile. Dalle medie poi c’è il problema dei libri di testo da acquistare e la necessità di fare la complicata richiesta per ottenere il buono libri del Comune di Roma. Altro passaggio importante poi è quello della mensa, dove spesso il bambino rom consuma il suo unico pasto al giorno. Ci siamo occupati quindi di attivare le domande di esenzione per la mensa scolastica, che costerebbe 80 euro se non si ha la residenza in città. Se non ci fosse l’associazione ad occuparsi di questi passaggi, anche politici sotto un certo punto di vista, loro da soli non sarebbero tutelati.

Com’è strutturato il progetto, oltre alla gestione di questi aspetti che ci hai descritto?
Prima del “piano nomadi” di Alemanno lavoravamo su tantissimi piccoli e medi insediamenti a Roma, ma con gli sgomberi il lavoro è diventato precario. Da quando iniziavamo a farci conoscere a quando riuscivamo ad iscrivere i bimbi a scuola capitava che il campo venisse sgomberato. Per dare continuità al lavoro abbiamo scelto una comunità e l’abbiamo poi seguita, pur tenendoci in contatto in maniera residuale con altre situazioni. Ci siamo concentrati a Centocelle, interagendo con una comunità di persone che nel 2009 è stata accolta nell’occupazione abitativa dell’ex fabbrica Fiorucci, quello che oggi è il Metropoliz. I minori sono una cinquantina, dalla materna fino alle superiori. Qui abbiamo attivato un progetto di doposcuola due volte a settimana, un altro pomeriggio ci spostiamo al centro culturale Michele Testa a Tor Sapienza e in più ci occupiamo di fare supporto alla didattica nelle scuole per alcune ore al mattino. In parte è un modo per alleggerire il lavoro degli insegnanti, ma in primis è per supportare i ragazzi.

Cosa fate nelle scuole?
Nel limite delle nostre possibilità, perché siamo tutti volontari, seguiamo i bambini  di elementari e medie lavorando fuori dalla classe con gruppi di due o tre di loro. Cerchiamo di soffermarci su quelle che sono le principali carenze di ognuno: dall’alfabetizzazione alla comprensione dei testi, al lessico. Considerate che la maggior parte di questi bambini viene da famiglie con genitori analfabeti, quindi non c’è proprio l’abitudine alla scrittura. Il romanes non esiste in forma scritta, quindi a differenza delle difficoltà che già si riscontrano in generale con i bambini stranieri che non conoscono bene l’italiano, in questo caso i problemi sono specifici sulla comprensione delle costruzioni scritte.

Dopo le medie ci sono ragazzi che hanno deciso di frequentare le superiori?
Ce ne sono sette attualmente iscritti, frequentano scuole professionali che durano tre anni con una prospettiva lavorativa dopo, un buon compromesso per le loro aspettative. Considerate però che è comune sposarsi verso i 15 – 16 anni, perciò continuare la scuola dopo le medie è un grande passaggio, che porta con sé equilibri nuovi anche in famiglia. Se prima i figli adolescenti mettevano su una propria famiglia, oggi restano a casa con i genitori, che non sono proprio abituati a gestire l’adolescenza.

Che ruolo hanno i genitori rispetto alla scolarizzazione dei figli?
Nella maggior parte dei casi i servizi di scolarizzazione che il Comune ha affidato alle varie cooperative e associazioni negli ultimi 30 anni non hanno favorito il rapporto tra le famiglie e la scuola. Con gli operatori e i pulmini che da dentro al campo si occupavano di portare i bambini a scuola, i genitori non avevano alcun bisogno di sapere granché della realtà scolastica dei loro figli. Il rapporto tra scuola e famiglia per noi è una leva fondamentale: trovarsi di fronte la maestra che ti parla dei tuoi figli ti mette di fronte ad una responsabilità, così come ha una valenza interagire con gli altri genitori visto che spesso le famiglie rom sono tagliate fuori dalla società. Nel bene e nel male la scuola è un ponte con quello che c’è fuori, dove vivi esperienze di inclusione o discriminazione da parte delle altre persone. È un banco di prova importante.

Quindi create un contesto protetto ma senza sostituirvi mai al ruolo dei genitori.
Manteniamo un rapporto diretto e costante con docenti e scuole, anche per organizzare il lavoro pomeridiano, ma questo non taglia in alcun modo fuori la famiglia. A volte siamo presenti ai colloqui dei genitori con gli insegnanti, se ci viene richiesto, anche per tradurre le due lingue.

I ragazzi alle superiori e i genitori responsabilizzati sono grandi risultati.
Sì, il lavoro sta funzionando. Ma il nostro primo grande risultato arriverà quando i ragazzi che stanno alle superiori finiranno questi tre anni e si inseriranno, si spera, nel mondo del lavoro. È un investimento anche da parte delle loro famiglie che saranno ripagate se questi ragazzi riusciranno ad avere un lavoro migliore di quello che fanno i loro genitori.

La scuola non li “allontana” in qualche modo dalle loro famiglie?
Nell’età adolescenziale escono fuori una serie di problematiche identitarie, perché gli anni di percorso scolastico in parte li allontanano dai percorsi che hanno fatto i lori genitori. Nello stesso tempo si confrontano con la diversità della società che gli sta intorno, specialmente alle medie e alle superiori, trovandosi spiazzati. Tutto questo è ancora più complicato per le ragazze, che hanno poco da condividere con le loro coetanee. Inoltre all’interno delle loro famiglie vengono molto responsabilizzate e coinvolte fin da piccole nelle faccende domestiche. Crescendo se una ragazza frequenta un ragazzo non ha alternative che sposarlo. Perciò sono spesso le ragazze stesse che vogliono sposarsi per avere un po’ di autonomia e sperimentare le relazioni. Così facendo però ovviamente la scuola è tagliata fuori: devi fare la sposa e poi quanto prima la mamma. Questa è una cosa che ci preoccupa molto. Speriamo di trovare nuovi finanziamenti per attivare qualche tipo di attività, come la squadra di calcio dei Birilli per i ragazzi. Creare dei momenti fuori dalla scuola e dalla loro famiglia per sperimentare e vivere l’adolescenza, fare esperienze comuni che altrimenti non vivrebbero, come fanno i Birilli durante le partite con le altre squadre e durante le trasferte.

Danilo Scaringia

Marica Sicilia

Foto di Sara Fasullo (CC BY-NC-ND 2.0)