Basta che c’è la salute?

Secondo il Bes 2016 migliora la salute dei cittadini italiani, meno bene per il lavoro il reddito e l’economia

Rispetto al 2013 gli Italiani sono più soddisfatti della loro qualità di vita, della loro occupazione, dell’istruzione, della salute e dell’ambiente; mentre una sostanziale stabilità si rileva per le condizioni economiche minime, qualità del lavoro, relazioni sociali e reddito. Questa in estrema sintesi la fotografia scattata dal quarto Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) elaborato dall’ISTAT e presentato a Roma il 14 dicembre scorso.

Le misure del BES sono state sviluppate dall’Istat a partire dal 2010, a valle di un ampio e articolato dibattito che ha coinvolto istituzioni, mondo della ricerca e organismi della società civile sul tema della misurazione del benessere individuale e sociale. Gli indicatori del Bes, in tutto 130, sono articolati come di consueto in 12 domini: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi.

Dal confronto con la situazione del 2010 emergono trend positivi per salute, ambiente, istruzione e un recupero completo per l’occupazione; livelli lievemente inferiori si registrano per reddito, relazioni sociali e soddisfazione per la vita. I divari sono invece ancora rilevanti per condizioni economiche minime e qualità del lavoro. Il quadro che emerge rispetto al 2013 è quindi di miglioramento o stabilità per tutte le componenti del benessere; il recupero è invece ancora parziale se il termine di confronto è il 2010.

A livello territoriale gli indicatori compositi hanno avuto evoluzioni in linea con quelle nazionali ma l’intensità è stata diversa. Il Nord e il Centro hanno fatto registrare un miglioramento per ambiente, salute e istruzione nell’ultimo anno mentre negli altri domini si è tornati vicini ai livelli del 2010, eccezion fatta per quanto concerne la qualità del lavoro. Nel Mezzogiorno permangono forti divari rispetto al 2010 per condizioni economiche minime, qualità del lavoro e soddisfazione per la vita, mentre si rilevano miglioramenti in tutti i domini nel confronto con il 2013.

Ma andiamo a osservare i dettagli della fotografia scattata dall’ISTAT in alcuni dei 12 diversi ambiti che concorrono al benessere dei cittadini.

SALUTE: si arresta l’aumento della vita media, ma cala la mortalità infantile

L’Italia si conferma uno tra i paesi più longevi d’Europa, anche se la qualità della sopravvivenza (misurata con la speranza di vita senza limitazioni a 65 anni), seppure in miglioramento, resta sotto la media europea. Nel 2015 la vita media alla nascita è scesa leggermente, da 82,6 a 82,3 anni. Le cause vanno ricondotte a una combinazione di elementi: oscillazioni demografiche e fattori congiunturali di natura epidemiologica e ambientale che hanno comportato un aumento dei decessi nella popolazione più anziana, peraltro osservato in diversi paesi europei. L’incremento della mortalità non ha avuto conseguenze sulla qualità degli anni da vivere. Se rimane stabile la speranza di vita in buona salute alla nascita (58,3 anni) migliora sensibilmente la speranza di vita priva di limitazioni nelle attività a 65 anni (da 9,2 del 2013 a 9,7 del 2015).

La mortalità infantile continua a diminuire (da 30 decessi ogni 10mila nati vivi del 2012 a 29,6 del 2013), soprattutto tra i bambini di genitori stranieri. La riduzione è sintesi di andamenti diversi a livello territoriale: il tasso si riduce nel Mezzogiorno mentre aumenta nel Centro e, in particolare, nel Lazio e nelle Marche. Diminuiscono anche la mortalità dei giovani per incidenti da mezzi di trasporto (da 0,8 ogni 10mila residenti di 15-34 anni del 2012 a 0,7 del 2013) e la mortalità per tumore nelle fasce centrali d’età (da 8,9 a 8,6 ogni 10mila residenti tra i 20 e i 64 anni), in particolare tra gli uomini. Infine, il tasso di mortalità per demenza e malattie del sistema nervoso delle persone anziane, molto più alto al Nord che nel resto d’Italia, cala per la prima volta (da 27,3 a 25,8 per 10mila persone di 65 anni e più).

I segnali provenienti dagli indicatori sugli stili di vita rimangono ambivalenti. Se da un lato si riduce la quota di adulti in sovrappeso (da 44,6% del 2014 a 43,2% del 2015) e aumenta lievemente il consumo adeguato di frutta e verdura. Dall’altro rimangono stabili le quote di sedentari (39,7%) e di fumatori (20,2%) e aumentano i casi di binge drinking tra i giovani (da 6,9% nel 2014 a 7,8% nel 2015). A parità delle altre caratteristiche, sono le donne, le persone con un elevato titolo di studio e quelle residenti al Centro e al Nord ad adottare stili di vita più salutari. Si segnalano tuttavia alcune eccezioni, in particolare la sedentarietà è un’abitudine più diffusa tra le donne, mentre il fumo e il consumo a rischio di alcol caratterizzano maggiormente i residenti nel Centro-Nord.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE: livelli di istruzione e formazione sempre più alti 

Prosegue il miglioramento dei livelli di istruzione della popolazione e della partecipazione al processo formativo, fatta eccezione per la formazione continua che invece registra un calo. Tra il 2004 e il 2015 sono cresciute sia la quota di persone tra i 25 e i 64 anni in possesso almeno di un diploma superiore (al 59,9%, oltre 11 punti percentuali in più) sia quella delle persone tra i 30 e i 34 anni con un titolo universitario (al 25,3%, quasi 10 punti percentuali in più), mentre è calato di circa 8 punti percentuali il tasso di abbandono del sistema formativo (stimato al 14,7% nel 2015), anche se rimane alto per gli studenti nati all’estero (31,3 %). Dopo anni di intensa crescita nel 2015 si registra una lieve diminuzione del numero di Neet, che passano dal 26,2% del 2014 al 25,7% del 2015. Il divario territoriale rimane ampio e non accenna a ridursi. Il tasso di abbandono si attesta all’11,6% nel Centro-Nord e al 19,2% nel Mezzogiorno, dove, d’altro canto, la quota di Neet (35,3%) è quasi doppia rispetto a quella del Nord (18,4%).  Tra i risultati positivi sono da rilevare la partecipazione alla scuola di infanzia, che supera il 92% per i bambini tra i 4 e i 5 anni confermandosi tra le più alte in Europa, e la partecipazione culturale che, dopo la notevole diminuzione nel 2012 e nel 2013 e una lieve ripresa registrata nel 2014, aumenta in misura significativa: la quota di persone che hanno svolto almeno tre attività culturali sale dal 26,7 al 27,9%. Nel complesso, l’Italia è riuscita a ridurre, ma non a colmare, il divario accumulato nei decenni precedenti nei confronti degli altri paesi europei. La quota di 25-64enni con almeno il diploma è di oltre 16 punti inferiore alle media europea così come il tasso d’istruzione terziaria dei giovani 30-34enni è inferiore di oltre 13 punti e ancora molto lontano dall’obiettivo nazionale previsto da Europa 2020 (25-26%). Anche il tasso di abbandono scolastico (14,7% nel 2015) è al di sopra della media europea (11%) ma dal 2015 è inferiore all’obiettivo nazionale di Europa 2020 (16%).

QUALITÀ DEI SERVIZI: ancora differenze territoriali nell’erogazione dei servizi

Accessibilità, equità, efficacia sono le chiavi di lettura utilizzate per analizzare la qualità dei servizi pubblici. Fra il 2012 e il 2013 è in leggero miglioramento la percentuale di anziani cui sono stati erogati servizi di assistenza domiciliare integrata (Adi), in linea con la tendenza osservata negli ultimi anni (tra il 2004 e il 2013 si passa da 3 a 5 anziani ogni 100). È, invece, in lieve diminuzione la dotazione di posti letto in strutture residenziali, che si attesta nel 2013 a 387mila unità (384mila nel 2011) ossia 6,3 posti per mille abitanti (6,5 nel 2011). Nonostante svolgano un ruolo fondamentale nella conciliazione famiglia-lavoro, dal 2011 l’offerta di servizi socio-educativi per la prima infanzia e la spesa impegnata dai comuni sono in diminuzione. A fronte dell’obiettivo del 33% sono disponibili 22,5 posti ogni 100 bambini in età 0-2 anni. Per tutti gli indicatori considerati il divario fra le regioni del Centro e del Nord e quelle del Mezzogiorno è rilevante.

Riguardo i servizi di pubblica utilità, nel 2015 è in aumento il numero di interruzioni accidentali lunghe del servizio elettrico, in media 2,4 per utente (erano 2 nel 2014): il massimo per questo indicatore si registra in Sicilia (5,2). Sostanzialmente stabili nel triennio 2013-2015 le quote di famiglie che denunciano irregolarità nell’erogazione dell’acqua (9,3%) e che dichiarano di avere l’allaccio al gas metano nella propria abitazione (78,0%).

Gli spostamenti occupano il 5,3% di una giornata della popolazione di 15 anni e più: in un giorno feriale medio sono dedicati alla mobilità 76 minuti, valore sostanzialmente immutato rispetto al periodo 2008-2009. Si riduce l’offerta di trasporto pubblico locale, espressa in posti-Km per abitante: -3,4% nel 2014 sull’anno precedente, -7,6% rispetto al 2011).

Continua, anche se meno marcato che nei tre anni precedenti, il miglioramento dell’indicatore che misura l’affollamento nelle carceri italiane: nel 2015 è pari a 105 detenuti ogni 100 posti, erano 151 nel 2010. In questo caso, è nel Mezzogiorno che si registrano i segnali più positivi. Dopo anni di intensa crescita nel 2015 si registra una lieve diminuzione del numero di Neet, che passano dal 26,2% del 2014 al 25,7% del 2015. Il divario territoriale rimane ampio e non accenna a ridursi. Il tasso di abbandono si attesta all’11,6% nel Centro-Nord e al 19,2% nel Mezzogiorno, dove, d’altro canto, la quota di Neet (35,3%) è quasi doppia rispetto a quella del Nord (18,4%).

Tra i risultati positivi sono da rilevare la partecipazione alla scuola di infanzia, che supera il 92% per i bambini tra i 4 e i 5 anni confermandosi tra le più alte in Europa, e la partecipazione culturale che, dopo la notevole diminuzione nel 2012 e nel 2013 e una lieve ripresa registrata nel 2014, aumenta in misura significativa: la quota di persone che hanno svolto almeno tre attività culturali sale dal 26,7 al 27,9%.

Nel complesso, l’Italia è riuscita a ridurre, ma non a colmare, il divario accumulato nei decenni precedenti nei confronti degli altri paesi europei. La quota di 25-64enni con almeno il diploma è di oltre 16 punti inferiore alle media europea così come il tasso d’istruzione terziaria dei giovani 30-34enni è inferiore di oltre 13 punti e ancora molto lontano dall’obiettivo nazionale previsto da Europa 2020 (25-26%). Anche il tasso di abbandono scolastico (14,7% nel 2015) è al di sopra della media europea (11%) ma dal 2015 è inferiore all’obiettivo nazionale di Europa 2020 (16%).

RELAZIONI SOCIALI: diminuiscono soddisfazione per la rete familiare e amicale e partecipazione politica 

La soddisfazione per le relazioni interpersonali è molto bassa nel nostro Paese. Solo due persone di 16 anni e più su dieci esprimono un’elevata soddisfazione (tra 9 e 10) per i rapporti personali con parenti, amici e colleghi (17 punti percentuali in meno della media europea). È invece molto diffusa la possibilità di ricevere sostegno o aiuto dalla rete parentale e amicale, così ha dichiarato l’85,6% della popolazione; questo valore, pur alto, è ancora una volta inferiore alla media europea pari al 93,3%. La fiducia negli altri, in linea con la media europea, è piuttosto contenuta, pari a 5,7 su una scala da 0 a 10.

Tra il 2015 e il 2016 si conferma stabile al 24,1% la quota di persone che dichiarano di aver svolto attività di partecipazione sociale come pure altri indicatori relativi al sistema delle reti informali; ad esempio la quota di popolazione che dichiara di poter contare sulla propria rete potenziale di aiuto (81,7%), di avere finanziato associazioni (14,8%), di avere svolto attività di volontariato (10,7%). La partecipazione politica e civica scende invece da 66,4% a 63,1%, proseguendo l’andamento negativo iniziato nel 2014. La flessione è generalizzata e interessa tutte le ripartizioni geografiche, uomini e donne e tutte le fasce di età, soprattutto quella tra i 35 e i 59 anni.

Nel Mezzogiorno tutte le forme di reti sociali risultano più deboli rispetto al resto del Paese. Il divario territoriale si è però mitigato nell’ultimo anno, almeno per quel che riguarda la soddisfazione degli individui per le relazioni familiari e amicali, grazie al calo più marcato di soddisfatti nel Centro-Nord, dove la soddisfazione è storicamente più alta.

BENESSERE ECONOMICO: va meglio ma ancora non per tutti 

La moderata crescita del reddito disponibile pro-capite (+1% rispetto al 2014) e del potere d’acquisto (+0,9%), cui ha contribuito la frenata della dinamica inflazionistica, ha favorito, nel biennio 2014-15, un blando recupero della spesa pro-capite per consumi (+1,6%), mentre la propensione al risparmio è rimasta inferiore a quella del periodo pre-crisi. Il recupero di fiducia delle famiglie si associa alla diminuzione delle persone che vivono in famiglie che arrivano a fine mese con grandi difficoltà (da 17,9% nel 2014 a 15,4% nel 2015). Si riduce anche la quota di famiglie in condizioni di vulnerabilità finanziaria (da 4,8% nel 2012 a 3,6% nel 2014): tra quelle con minori livelli di ricchezza è diminuito sia il numero degli indebitati sia la loro esposizione media. La crescita del reddito disponibile non ha modificato la disuguaglianza – nel 2015 il valore è identico a quello del 2013, il più alto dell’ultimo decennio – che si conferma saldamente sopra la media europea: il rapporto tra il reddito percepito dal 20% della popolazione con i redditi più alti e il 20% con i redditi più bassi è pari nel 2015 a 5,8 in Italia, contro una media europea di 5,2.

I segnali positivi, purtroppo, sembrano non coinvolgere quanti vivono in condizioni di forte disagio economico. Nel 2015 la quota di persone a rischio di povertà sale al 19,9% dal 19,4% del 2014, e la povertà assoluta cresce raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 milioni e 598 mila persone, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle famiglie più ampie, in particolare le coppie con due figli e le famiglie di stranieri. In Italia il disagio economico è legato alla difficoltà per famiglie e individui a entrare e restare nel mercato del lavoro: l’11,7% delle persone vive in famiglie con intensità lavorativa molto bassa, valore che sale al 20,3% nelle regioni del Mezzogiorno. Tuttavia nel 2015 si interrompe la tendenza all’aumento protrattasi per tutto il periodo 2009-2014. Permangono forti nel Paese le differenze territoriali nei livelli di benessere economico. Nel Mezzogiorno il reddito medio disponibile (pro-capite) delle famiglie consumatrici è il 63% di quello delle famiglie residenti nel Nord ed è maggiore la disuguaglianza del reddito. Il Mezzogiorno è anche l’area del Paese con i livelli di povertà più elevati: il rischio di povertà coinvolge il 34% dei residenti, una quota tripla rispetto al Nord. Le differenze territoriali si attenuano se si considera l’indicatore di povertà assoluta che tiene conto delle differenze nei prezzi praticati sul territorio e si attesta intorno al 10% nel Mezzogiorno e al 6,7% nel Nord.

In questo quadro, è da segnalare una riduzione di quasi 5 punti percentuali dell’indice di asimmetria all’interno della coppia riguardo alla divisione dei carichi domestici, pur rimanendo più elevato il carico di lavoro retribuito e/o familiare per le donne. Questo riequilibrio si è verificato in maniera più intensa al Centro (-7,0 punti percentuali) e al Nord (-5,1 punti percentuali) e solo in misura marginale nel Mezzogiorno (-1,1 punti percentuali). Seppure in misura meno intensa rispetto al recente passato, le differenze intergenerazionali continuano ad ampliarsi. Il tasso di occupazione aumenta in modo sostenuto soltanto per gli ultracinquantacinquenni (+2 punti percentuali), che tardano a uscire dal mercato del lavoro a seguito delle riforme previdenziali. Tuttavia, l’indicatore torna a crescere sia per i giovani 20-34enni (+0,2 punti) sia per gli adulti under55 (+0,3 punti). Permangono forti nel Paese le differenze territoriali nei livelli di benessere economico. Nel Mezzogiorno il reddito medio disponibile (pro-capite) delle famiglie consumatrici è il 63% di quello delle famiglie residenti nel Nord ed è maggiore la disuguaglianza del reddito. Il Mezzogiorno è anche l’area del Paese con i livelli di povertà più elevati: il rischio di povertà coinvolge il 34% dei residenti, una quota tripla rispetto al Nord. Le differenze territoriali si attenuano se si considera l’indicatore di povertà assoluta che tiene conto delle differenze nei prezzi praticati sul territorio e si attesta intorno al 10% nel Mezzogiorno e al 6,7% nel Nord. In questo quadro, è da segnalare una riduzione di quasi 5 punti percentuali dell’indice di asimmetria all’interno della coppia riguardo alla divisione dei carichi domestici, pur rimanendo più elevato il carico di lavoro retribuito e/o familiare per le donne. Questo riequilibrio si è verificato in maniera più intensa al Centro (-7,0 punti percentuali) e al Nord (-5,1 punti percentuali) e solo in misura marginale nel Mezzogiorno (-1,1 punti percentuali).

 

Foto di Luca Biscardi CC License/Flickr