La storia esemplare di Giovanni Doz

La storia è tratta dal libro “Non ho l’arma che uccide il leone – Storie del manicomio di Trieste.” di Giuseppe Dell’Acqua (Ed. Libraria 1980 – Trieste).
Il libro attraverso il racconto delle storie degli internati dell’allora manicomio di Trieste fa emergere il senso e la fatica del recupero di una propria storia e di una relazione ora possibile, e da costruire, tra paziente e terapeuta negli anni in cui si stava superando l’organizzazione manicomiale della psichiatria.
Foto di Daniele: Flickr/CC License
Tratto da: triestesalutementale.it

Ho conosciuto Giovanni al reparto “P”, nel camerone, mentre, come al solito, negli ultimi vent’anni, era occupato a rifare i letti. Con poche parole dette sottovoce si è presentato e si è mostrato ossequioso nei miei confronti, perché ero il medico. Nei mesi successivi rivedevo sempre raramente Giovanni, perché occupato al suo lavoro e dovevo essere io, quando me ne ricordavo, ad andare a salutarlo e trovarlo. La sua cartella clinica, come tutte, riduceva a poche parole, ad una definizione – schizofrenia – tutto il travaglio che Giovanni aveva vissuto dal 1945 al 1949, anno in cui era stato ricoverato per la prima volta in ospedale psichiatrico.

In quegli anni, come tanti istriani, Giovanni aveva seguito l’illusione di trovare a Trieste, o meglio nel Territorio Libero di Trieste, la soluzione ai suoi problemi di vita.

Giovanni periodicamente mi scriveva una lettera con allegate lire 500 dove, con linguaggio frammentario e a tratti “incomprensibile”, mi chiedeva un pezzo di terra in ospedale; se era il tempo della semina per seminare il grano, se era il tempo delle patate per zappare le patate. Le 500 lire erano il prezzo che voleva pagare perché io mi interessassi al suo caso. Gli infermieri del reparto mi raccontavano come oramai da anni, non ricordavano più quanti, Giovanni scriveva lettere in tal senso e, a loro dire e dei medici che mi avevano preceduto, quello scrivere così strampalato, incomprensibile ed il voler pagare la terra con 500 lire era il segno inconfutabile della sua malattia.

Giovanni era e sarebbe rimasto “schizofrenico”.

Aveva circa cinquant’anni quando l’ho conosciuto; metà della sua vita l’aveva passata in manicomio.

Tentavo a volte di capire di più discutendo con lui, ma i miei tentativi rimanevano frustrati; il racconto di Giovanni si perdeva in una quantità di nomi di parenti, amici, di gente che prima del suo ricovero in manicomio doveva essere stata importante per lui.

E rimanevano vani i miei sforzi, perché Giovanni continuava a parlare sottovoce, alitando le parole, dimostrando in questa maniera, secondo me, tutto il rispetto ed il terrore che egli aveva del medico e di tutti coloro che avevano potere su di lui. L’istituzione era riuscita a “guarire” Giovanni Doz: era diventato un oggetto che riusciva ad avere un buon rapporto solo con altri oggetti, i letti che tutte le mattine ricomponeva. Avevo capito che Giovanni mi esprimeva dei desideri, esprimeva tutta la sua giovinezza, probabilmente felice, trascorsa nei campi dell’Istria, ma non riuscivano ad arrivare ad un minimo progetto comune.

Siamo usciti una volta insieme in macchina e, per fare questo, ho dovuto insistere una settimana. Dopo quella passeggiata e dopo esserci fermati in un bar, Giovanni, che non riusciva a rendersi conto di come un medico ed un infermiere potessero andare fuori con lui e con altri degenti, parlare insieme, stare seduti allo stesso tavolo, voleva ricompensarmi come al solito con una lettera con allegate le 500 lire.

Sono venuti gli “artisti”; e, dopo altre insistenze, perché Giovanni non voleva venire, Giovanni ed io, insieme a tanti altri, siamo andati al “laboratorio P”. Davanti ad un grande foglio ho cercato con lui di raffigurare la storia frammentaria che mi raccontava. Questa volta eravamo io e Giovanni e tanti altri che ci guardavano e partecipavano alle nostre azioni, a dover insieme comprendere e tentare di ricostruire un pezzo di vita passata. Abbiamo disegnato una barca e finalmente ho capito che Messina, nome tante volte ripetuto, era il nome della barca e il capobarca si chiamava Giovanni ed era suo padre. Ed in barca a pescare c’erano Giovanni, Antonio e Guerrino, Antonio e Guerrino erano i suoi fratelli.

Quel giorno abbiamo pescato e abbiamo disegnato dei pesci: pesci larghi, lunghi, grandi e piccoli e Giovanni li ha nominati tutti.

Lo stimolo che ho ricevuto da questa esperienza è stato quello di poter rendere immediatamente reali i desideri che andavano prendendo corpo sul foglio. Nei giorni successivi, al laboratorio, in una situazione in cui più immediato era il contatto fra le persone, Giovanni mi ha parlato dei fratelli che erano a Trieste. Ho ritrovato i fratelli e, per la prima volta dopo vent’anni, Giovanni è stato in visita dal fratello. Da questo primo incontro ne sono scaturiti altri ed abbiamo progettato una rimpatriata a San Giovanni di Umago (oggi territorio jugoslavo). Abbiamo chiesto al Comune il certificato di residenza e di nascita e subito dopo il lasciapassare (anche l’identità giuridica di Giovanni si andava ricostruendo). A metà febbraio siamo andati a Umago.

Giovanni ha incontrato fratelli, cugini, compari, amici, nipoti conosciuti in fasce e sconosciuti. Tutti hanno avuto con lui un rapporto “immediato”: l’immediatezza di chi vive in paese. Giovanni continuava a parlare sottovoce, ma comunque a parlare con tutti e a salutare tutti. Siamo stati in paese, tra le case dei vari conoscenti, parenti ed amici dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio; in queste sei ore già altre facce dell’identità di Giovanni andavano ricomponendosi. I parenti mi chiamavano in disparte e, un po’ colpevoli, mi chiedevano se era “pericoloso”, come avevano sempre saputo, come quando lo vedevano fuggire in campagna, passare le notti insonni seduto sulla barca del padre, come quando lo videro fuggire risoluto e impressionante a Trieste, ma anche se era stato giusto tenerlo in manicomio per tanti anni.

Il fratello Antonio e sua moglie, dopo un paio d’ore di dialogo sempre chiamandomi in disparte, mi hanno chieste se era possibile che, “per prova”, Giovanni rimanesse a casa per qualche giorno durante la prossima primavera. Siamo ripartiti con la promessa che saremmo ritornati di lì a poco e con la sicurezza che Giovanni cominciava finalmente a concretizzare i suoi desideri “incomprensibili” che tante volte aveva cercato di esprimere.

Appena giunti in ospedale – erano le cinque del pomeriggio – siamo andati al laboratorio “P”. C’erano tutti. Dalla pedana che in quei giorni era stata costruita abbiamo raccontato la nostra esperienza. Giovanni ed io. E credo che la gioia degli altri nel sentire quelle cose abbia dato a Giovanni il senso, la consapevolezza che quel ritorno, il ritorno al paese poteva significare questa volta il principio della sua liberazione.

Giovanni, il 22 marzo del 1973, con la primavera, è tornato a San Giovanni di Umago. Lavora nella terra rossa, la terra di cui parlava nelle lettere, va a pescare di notte con il fratello Antonio e con i nipoti. Al pomeriggio ripara le reti. Ha un suo posto e una sua dignità. Ogni domenica, dopo il pranzo, gioca a tressette e briscola ed è il campione da sfidare.

Giovanni, dal marzo ‘73, è stato sempre ad Umago e, a poco a poco, ha recuperato sempre più spazio nella sua casa tra suo fratello e sua cognata. E’ accaduta anche una cosa un po’ strana, paradossale, un capovolgimento delle parti. Antonio, da buon contadino istriano, fa un ottimo vino bianco e ne beve anche abbastanza. Nel giugno ‘75 Antonio ha cominciato a star male, le gambe si sono fermate, la memoria lo aiutava poco e dormiva male. I parenti, e Giovanni stesso, hanno detto, pensando che il manicomio aveva guarito Giovanni, che venisse anche lui. E così Antonio è venuto a ricoverarsi nel reparto dove era stato Giovanni per tanti anni e, mentre Antonio era ricoverato a Trieste, Giovanni svolgeva tutte le funzioni proprie di Antonio nella casa del paese. Settimanalmente Giovanni tornava in manicomio a trovare suo fratello, che questa volta era ricoverato.

Il 22 novembre 1977 Giovanni è morto di infarto mentre era in barca a pescare col nipote. Lo stesso nipote è venuto a Trieste a darmi la notizia: “Zio Giovanni è morto”

 

Peppe Dell’Acqua, salernitano, classe 1947, psichiatra, che ha avuto la fortuna di iniziare a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni triestini, partecipando all’esperienza di trasformazione e chiusura dell’Ospedale Psichiatrico. Tuttora vive a Trieste ed è il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale.
Insegna psichiatria sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Ateneo di Trieste.
Nel 1988 pubblica per Edizioni Sapere 2000, insieme a Roberto Mezzina “Il folle gesto” che raccoglie l’esperienza sulla questione della perizia psichiatrica e del lavoro presso il carcere e nell’ospedale psichiatrico giudiziario. Il testo, che raccoglie 15 perizie psichiatriche , pone particolare attenzione alla narrazione.
Nel corso dell’attività lavorativa ha svolto e organizzato molteplici attività di consulenza scientifica ed organizzativa in varie sedi in Italia, in Europa e nelle Americhe tenendo cicli di conferenze, seminari, verifiche tecniche. Segue con particolare attenzione l’aspetto della comunicazione e della formazione, sia degli operatori che delle famiglie di persone con disturbo mentale. Ha pubblicato un manuale, “Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia”, rieditato nella III edizione da Feltrinelli Editore (2010), che completa e riassume il percorso di ricerca nel campo del sostegno alle famiglie con persone con disturbo mentale.
E’ tra i promotori del Forum Salute Mentale, avamposto per la tutela dei diritti delle persone con disturbo mentale.
Nel 2007 ha pubblicato il libro-testimonianza “Non ho l’arma che uccide il leone. Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni”, con una inedita prefazione di Basaglia (Stampa Alternativa, Viterbo).