“Paesaggi Socialmente Utili”: accoglienza e assistenza per trasformare la città

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cover__id1130_w302_t1465487485Il 12 Dicembre 2016, all’interno del teatro del Santa Maria della Pietà, l’ex-manicomio di Roma, luogo simbolo di una trasformazione epocale, si è svolta la presentazione del Libro “Paesaggi Socialmente Utili” a cura di Lucina Caravaggi e Cristina Imbroglini che raccoglie i risultati di una ricerca volta all’innovazione degli spazi che ospitano servizi di supporto alla fragilità e contrasto alla marginalità sociale, con un focus particolare sulla Regione Lazio.

L’esperienza di ricerca condotta all’interno del Dipartimento di Architettura e Progetto della Sapienza, ha trovato occasione di verifica e sperimentazione sul campo tramite il progetto INSPIRE (INnovative Services for fragile People in RomE) presentato dalla stessa project manager Antonia Caruso. INSPIRE, co-finanziato dalla Commissione Europea all’interno del Programma Employment and Social Innovation (EaSI), vede come promotore ed ente capofila Roma Capitale – Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute – con la collaborazione di un partenariato misto pubblico-privato costituito da: Studio Come S.r.l, Consorzio Mipa, DIAP Sapienza, IASI-CNR, Forum del Terzo Settore del Lazio, Comunità di Capodarco, Coop. Manser e Coop. Il Grande Carro.

Inspire ha l’obiettivo di sperimentare servizi innovativi centrati sulle persone e sulla loro individualità con particolare attenzione ai contesti pratici di vita in cui si svolgono i loro percorsi terapeutico-assistenziali. L’esperienza di partnenariato misto è ritenuta qui come un modello esemplare per la gestione dei servizi sociali. Si parla di riuso delle strutture per scopi sociali, come case di accoglienza, centri d’assistenza, ma anche della progettazione di spazi che siano dei luoghi di innovazione e dei punti di riferimento che possano arginare vecchie e nuove forme di marginalità. L’idea è potenziare e implementare la rete tra realtà sociali innovative, in cui il cittadino possa accedere in modo veloce e semplificato.

All’interno del convegno, il dott. Giuseppe Ducci, Direttore DSM e UOC PIPSM dell’ASL Roma 1, ha voluto sottolineare le circostanze non casuali del luogo in cui si stava svolgendo la presentazione del libro. Ha spiegato come la salute mentale è strettamente collegata ai luoghi e alla qualità degli spazi. Alcuni  dei fattori di rischio più importanti legati alla schizofrenia sono infatti quelli di vivere in contesti urbani degradati e di fare parte di una minoranza etnica. Si potrebbe dunque dire ad oggi che è proprio la crisi della socialità il core del disturbo schizofrenico e l’architettura in questo gioca un ruolo centrale. Il libro Paesaggi Socialmente Utili non rappresenta per gli addetti ai lavori della salute mentale solo un elemento di interesse culturale ma, a tutti gli effetti, un vero e proprio strumento di lavoro.

E’ una pubblicazione che si contraddistingue per l’attualità dei temi e per la facilità di lettura degli argomenti, anche grazie alle dettagliate infografiche e agli schemi grafici. Ad ispessire la componente narrativa, un ruolo determinante è affidato al racconto fotografico Fuori Campo di Alessandro Cimmino che parla allo stesso tempo dei luoghi e delle persone in una particolare relazione tra l’architettura e i personaggi. Fuori Campo è un tentativo di raccontare il passaggio delle persone che abitano i luoghi dell’accoglienza che, da una dimensione dell’invisibilità, passano a quella della visibilità. Le coppie di immagini del racconto, accostate ma scattate in tempi diversi, vedono la scenografia degli spazi immutata: cambia solo il passaggio delle persone che da sfocate diventano perfettamente visibili. Questo gioco di fuoco rappresenta in modo nitido la condizione di bilico tra il visibile e l’invisibile, tra un dentro e un fuori, dei soggetti che abitano i luoghi dell’accoglienza.

Il dott. Ducci ha ricordato che ci trovavamo in quello che era il manicomio più grande d’Europa, con quasi 3.000 internati negli anni ’60. Un manicomio dalla struttura cosiddetta “a Padiglione”, quindi diffusa, inserita in un grande parco di circa 70 ettari.

Una città nella città; quasi del tutto autosufficiente. Oltre al parco c’era infatti anche una grande area coltivabile, degli uliveti, si produceva legna, grano e c’erano persino degli animali come bovini e maiali.

Questo sistema apparentemente molto virtuoso slegava però il dentro dal fuori ed era basato sulle conoscenze mediche dell’epoca che suddividevano i pazienti non in base alle diagnosi ma in base al comportamento. Vi erano dunque padiglioni come quelli dei cronici tranquilli, dei sudici, degli infettivi. Questa organizzazione era legata sostanzialmente alla necessità di controllare. Quello che doveva essere inizialmente l’intento di curare attraverso una cura morale, attraverso il lavoro, attraverso anche un certo tipo di atteggiamento umano ed eticamente sostenuto si era poi tradotto in controllo e segregazione. Quello era a tutti gli effetti un luogo dissociato dal resto della città.

E’ importante ricordare che il sistema dei manicomi è stato messo in crisi non dall’evoluzione delle terapie, ma dalla critica globale all’internamento e alla segregazione come metodo di cura. Quindi non è stata una critica clinica ma sociale.

Nei primi anni ’70 ci fu una grande partecipazione collettiva per la causa, anche da parte di persone non direttamente coinvolte nella salute mentale. Testimonianze sugli stessi temi sono anche produzioni cinematografiche di quegli anni come Pugni in tasca e Matti da slegare.

Con la riforma di legge del ’78, (prima la legge 180, poi la 833), i manicomi hanno cominciato a svuotarsi. Questo stava già avvenendo a seguito di ulteriori consapevolezze: in momenti di crisi economica, si arrivò all’assunto che il manicomio non cura e costa pure molto. Motivo che fu anche molto importante per la progressiva dismissione di queste strutture.

banner-donazione-2A partire dal cessato utilizzo per gli scopi originari di questi posti rimane, allora come oggi, l’interrogativo su cosa fare di molti di questi luoghi. Molto è stato detto, scritto, fatto. Ma forse non abbastanza, come sottolinea il prof. Orazio Carpenzano, direttore del Dipartimento di architettura e progetto della Sapienza, che ci ricorda come in Italia si sperimenti ancora troppo poco, rischiando di rimanere in un immobilismo che potrebbe persino far diventare questi luoghi le rovine di se stessi. Il riciclo delle strutture edilizie di questo tipo è un tema fortissimo all’interno del quale la storia di questi luoghi dovrebbe essere elevata a protagonista del processo.

Numerosi sono gli ostacoli per una reale rifunzionalizzazione e riciclo di un parco edilizio che, sebbene in alcuni casi presenti notevoli carenze tecnico-strutturali, spesso possiede parti già abitabili e che sono, nella maggior parte dei casi, strategicamente inserite nel tessuto urbano e dotate di aree verdi.

Il prof. Alfonso Giancotti sottolinea come i grandi meriti del libro siano quelli di proporre degli strumenti operativi in maniera abbastanza esplicita e di farci vedere quella tipologia di spazi da un punto di vista diverso. Anche se da molto tempo si parla di possibili azioni per la riproposizione di un modo diverso di concepire i luoghi di cura e dell’accoglienza, oggi siamo in una fase storica in cui abbiamo veramente il bisogno, la necessità che questo tipo di trasformazioni architettoniche e urbane avvengano. L’architettura deve aprirsi ad un confronto con nuove differenze, nuove utenze reali come i nuovi poveri, gli immigrati, gli anziani. In sintesi vi è la necessità di rimettere l’uomo al centro del progetto. C’è anche la necessità che chi amministri la città torni a utilizzare le risorse economiche sapientemente, in modo che non si verifichi più che in una città come Roma  si spendano cifre altissime per poche opere di tipo puntuale. La cifra, che si aggira intorno al miliardo di euro per due opere quali il centro congressi dell’EUR e l’incompiuta città dello sport di Tor Vergata, avrebbe potuto significare 100 opere da 10 milioni di euro, 1000 opere da un milione di euro. Probabilmente avrebbero potuto incidere in modo diverso sulla città.

Sempre sul tema delle risorse, Giancotti ricorda un’intervista a Gino Strada, medico fondatore di Emergency, che spiega come generalmente gli ospedali, costruiti in contesti di guerra e conflitti, non possano costare un euro in più perché vorrebbe dire sottrarre risorse ai farmaci, alle cure. Nello stesso tempo però si cerca, con vari mezzi e piccole accortezze, di preservare una certa attenzione alla bellezza, agli aspetti estetici dei luoghi della cura e dell’accoglienza. Quando qualcuno che ha perso tutto riapre gli occhi, dovrebbe apparirgli qualcosa che, in qualche modo, gli restituisca emotivamente qualcosa.

La prof.ssa Lucina Caravaggi ci parla di come ormai stiamo imparando a conoscere da vicino fenomeni come la crisi economica, la crisi dei significati. Sono condizioni con cui ci scontriamo ogni giorno, ma l’attuale situazione di crisi diventa particolarmente feroce quando si abbatte sui soggetti svantaggiati e fragili. La risposta che alcuni progetti danno a questo problema, a questa emergenza, è una risposta ancora troppo tecnicistica, settoriale.

La città ha bisogno di questi luoghi perché, se gestiti correttamente, se l’architettura riesce a supportarli in maniera degna, si può sviluppare una socialità che andrebbe a vantaggio di tutti. Bisogna far si che ci sia un vantaggio reciproco, di relazione, tra coloro che vivono temporaneamente in condizioni di difficoltà e tutti gli altri che, magari solo temporaneamente, sono al sicuro. Avere dei luoghi in cui queste realtà si confrontano, si scambiano e diventano veramente contesti di socialità, fa bene a tutti.

L’architettura deve farsi carico di favorire questo scambio appellandosi a nuove politiche innovative, favorendo in tutti i modi il recupero di proprietà pubbliche dismesse, sottoutilizzate. Esistono delle normative, degli incentivi economici, delle manovre finanziarie che permettono realisticamente di andare in questa direzione, avvicinando gli spazi ai soggetti. Questo potrebbe avvenire anche tramite attività temporanee che dimostrano di avere un’impressionante capacità di lanciare concretamente nuova vita negli spazi.

La prof.ssa Cristina Imbroglini conclude poi mettendo in evidenza come proprio in queste situazioni di crisi e difficoltà prendano piede meccanismi di social innovation, immersi in processi di “apprendimento vitale”, di autorganizzazione.

Il supporto della fragilità, il contrasto della marginalità, non rappresentano temi a sé, ma rivestono un ruolo centrale nello sviluppo e nella crescita vera di una città.

 

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arch. Alice Buzzone
PhD student / dottorato di ricerca in Paesaggio e Ambiente
Sapienza, Università di Roma