Dentro le sbarre. I numeri del rapporto Openpolis

stefano corso

Le condizioni delle carceri italiane rappresentato uno scorcio di realtà per cui tutti noi dovremmo essere indotti ad una seria riflessione e ad una presa di coscienza forte. Il carcere è spesso un mondo di emarginazione, di scarso rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, che produce disagio fisico e mentale, pregiudizio verso chi ha delitto e morte, se si pensa ai suicidi che costantemente avvengono in galera. Il carcere è anche luogo di bullismo e mobbing, dove, come afferma un detenuto di Rebibbia nel video “Prigioni d’Italia” di Repubblica.it, a volte “bisogna abbassare la testa”. I dati stilati da Openpolis nel minidossier pubblicato a novembre 2016 restituiscono una chiara fotografia delle condizioni di carceri e sistema giudiziario italiani.

Il sovraffollamento delle prigioni risulta essere la causa che a primo impatto incombe di più sulla dignità dei detenuti: attualmente si contano poco meno di 50.000 posti disponibili dislocati in 193 carceri che ospitano effettivamente poco più di 54.000 detenuti. Servirebbero quindi altri 4.000 posti, al momento. Le statistiche riportano, infatti, il dato per cui per ogni 100 posti esistono 108 detenuti. C’è da dire che nazioni come Belgio e Francia risultano avere un tasso di sovraffollamento più elevato rispetto a quello italiano. Il carcere più affollato d’Italia è il Nerio Fischione di Brescia con un tasso del 191,53%, con un numero di detenuti che è quasi il doppio della capienza. Le regioni con maggiore incidenza carceraria sono la Sicilia, che conta il maggior numero di carceri (23) e la Lombardia, in cui si registra il più alto numero di detenuti (8.000).

Un quarto di tutti i condannati sta scontando una pena inferiore ai tre anni, mentre l’età media dei detenuti negli ultimi dieci anni è aumentata. Si registra, infatti, un aumento dell’83% di carcerati over 70 e una diminuzione degli under 30 di più del 30%. Il dato in diminuzione degli under 30 è frutto del decreto legge 92/2014 per cui ogni minorenne che ha commesso un reato può scontare la pena nel carcere minorile fino ai 25 anni, invece che fino a 21 come prescritto dalla legge prima di questo decreto.

Sono da evidenziare i motivi più frequenti di condanna della popolazione carceraria: reati contro il patrimonio, contro la persona e reati legati agli stupefacenti sono i più commessi.

I dati anagrafici della popolazione carceraria dicono che su ogni 100 detenuti solo 4 sono di sesso femminile (4,2%). Negli ultimi 25 anni la percentuale delle detenute non ha mai superato il 5,4%. C’è da aggiungere che un terzo dei ristretti è di nazionalità straniera: a fronte del 20% di media europea, in Italia circa il 33,5% dei carcerati è costituito da stranieri di prima generazione. Questa quota di stranieri è per lo più condannata a pene  lievi e questo facilita l’attribuzione di misure di detenzione alternativa, come gli arresti domiciliari nel caso in cui le persone coinvolte abbiano un domicilio. Ciò ha fatto registrare una diminuzione della percentuale di stranieri in cella del 4% nell’ultimo decennio. Dando uno sguardo ai dati risalenti al 30 giugno 2016 sulla provenienza dei ristretti stranieri, sono i marocchini la fetta più ampia di detenuti di nazionalità straniera con il 17% del totale (3.085 reclusi); poi, col 15,6% ci sono i romeni (2.825); al terzo posto ci sono gli albanesi con 2.485 detenuti (13,7%) e infine i tunisini con 2.009 ristretti (11,1%); il resto degli altri detenuti immigrati è rappresentato da nazionalità che non contano più di mille carcerati ciascuna, composto da stati africani in maggioranza.

Dai dati emerge una mancanza di informazioni sul grado di istruzione per 25.937 detenuti. Si rilevano tuttavia 514 laureati, 3.537 aventi il diploma di scuola media superiore, 465 aventi un attestato di conseguimento del diploma di scuola professionale, 16.203 aventi il diploma di scuola media inferiore, 5.720 carcerati aventi la licenza di scuola elementare, 1.103 privi di titoli di studio e 593 analfabeti.

Come già scritto qualche riga più su, il tasso di suicidi dei detenuti è piuttosto elevato e il dato che emerge può risultare allarmante quanto angosciante: il ministero ha rilevato dal 1992 al 31 agosto 2016 un’incidenza di suicidi pari a uno ogni sette giorni. Ma tra coloro che si suicidano prende forma un altro dato relativo agli agenti penitenziari: oltre 100 agenti morti suicidati dal 2000 a oggi.

Un aspetto rilevante è il tasso di recidiva dei reati che vengono commessi dopo la scarcerazione dagli ex-detenuti, uno scorcio di quello che succede quindi “oltre le sbarre”. L’ultima fonte a riguardo sono i dati del 2007 pubblicati dal ministero della Giustizia, in quanto non esiste una rilevazione periodica riguardo al problema delle recidive degli ex-carcerati: si registrano, per i detenuti che hanno scontato la pena in carcere, ben il 68,45% di casi di recidiva con il complementare 31,55% non recidivo; per coloro i quali sono stati affidati ai servizi sociali, il tasso di recidiva è drasticamente più basso (19,02%), mentre i non recidivi si attestano all’80,98%. C’è da aggiungere che, come si legge nello stesso dossier, “il tasso di recidiva è un indicatore della capacità del sistema penitenziario di reinserire il condannato nella società”.

Le recidive, quindi, sono spesso il frutto diretto delle scelte dei giudici, allorquando, secondo legge, sia possibile comminare una pena di quelle cosiddette “alternative” e non lo si fa. Per le misure alternative di condanna, lo Stato elargisce solo il 5% di tutti i fondi destinati all’amministrazione penitenziaria. I governi degli ultimi anni hanno provato a incrementare il tasso di misure alternative al carcere e dal 2011 ad oggi gli affidi ai servizi sociali sono aumentati del 29% e la detenzione domiciliare del 20%. Sono aumentati anche i condannati ai lavori di pubblica utilità (da 239 a 6.507).

Altro aspetto che indica il grado di umanità e dignità di un sistema penitenziario è il lavoro in carcere. Risulta quasi difficile trovare chi, più dei detenuti, ha tempo per potersi cimentare in un’esperienza formativa. Tuttavia, i “lavoranti”, così come vengono chiamati in carcere, risultano essere ancora una minoranza di tutti i detenuti. Dal 1991 ad oggi la percentuale dei lavoranti è diminuita del 5,2% (dal 34,46% del 1991 al 29,76% del 2016), con un minimo registrato nel 2012 di 19,96%. L’offerta di lavoro in carcere renderebbe rieducativo e virtuoso il sistema penitenziario e la detenzione stessa. Inoltre sembra ovvio che imparando un lavoro in galera un detenuto possa sperare di condurre una vita migliore anche al di fuori della prigione. Eppure i posti di lavoro occupati sono l’81% della disponibilità totale. I ristretti sono per lo più occupati in lavori di sartoria, falegnameria e panificio. Solo il 3,64% dei detenuti, attualmente, partecipa a corsi professionali (poco meno della metà dei partecipanti del 1992). C’è da dire, però, che la percentuale di carcerati che hanno conseguito il titolo professionale è aumentata di molto rispetto ai primi anni ’90 (dal 36,60% del 1992 all’80,52% del 2016).

Dando uno sguardo ai costi per detenuto, in Italia, il 2007 risulta essere l’anno più caro con 190,21 euro al giorno. Al 2013 la cifra risulta essere più bassa (123,78 euro). Di questi soldi, solo 10 euro vengono spesi per i bisogni dei carcerati, 7 euro sono voci di spesa di investimento e 6 euro sono spesi per i beni e i servizi. Più di 100 euro (101,69) è la quota che viene invece destinata alle spese per il personale. Il costo totale medio dell’amministrazione penitenziaria dal 2001 al 2013 è stato di 2,8 miliardi di euro all’anno.

Il 90,10% del personale delle prigioni italiane è costituito da agenti di custodia, mentre in Spagna e Inghilterra il personale penitenziario è più eterogeneo, in quanto si rileva una maggior presenza di insegnanti, formatori professionali, mediatori culturali e psicologi. Un dato significativo, che spiega da solo come è gestita la detenzione di chi ha commesso reato.

A tal riguardo – e per concludere – è fondamentale ricordare la teoria sulla pena carceraria di cui la Costituzione è promulgatrice, in base a cui la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità e deve, contemporaneamente, costituire un processo virtuoso di rieducazione del condannato. Nonostante ciò in galera si registra una scarsa preservazione di umanità, riconducibile forse ad un’impostazione antica della concezione di pena, derivante dal codice penale istituito nel periodo fascista. In quest’ottica “la pena” è tesa soltanto a marginalizzare e a rendere inoffensivi coloro che si sono macchiati di una trasgressione della legge. I precetti costituzionali sono quindi resi fragili nell’applicazione, non solo per via di provvedimenti politici non sufficienti e disattesi, ma anche da un’impostazione antiquata ed errata della funzione attribuita alle galere.

 

Foto di Stefano Corso | Flickr |CCLicense