“Lost River”: l’opera prima di Ryan Gosling tra Lynch e Refn

Lost River

L’esordio alla regia dell’attore Ryan Gosling denuncia sfacciatamente le influenze di due autori contemporanei: David Lynch e Nicolas Winding Refn. La mente dello spettatore che si approccia alla visione del primo lungometraggio di Gosling, infatti, non può non associare Lost River alle opere e allo stile dei due cineasti citati, oltre che a captare che il film è un esperimento e un omaggio a quel cinema disturbante che tratta la psicoanalisi tramite i suoi incubi, ossessioni e allucinazioni.

Per quanto riguarda Refn, Gosling ha lavorato recitando come protagonista ai due film del regista danese precedenti a Lost River (2014), ovvero Drive (2011) e Solo Dio perdona (2013). È soprattutto con quest’ultimo che la pellicola di Gosling presenta diverse assonanze. Lost River è un film notturno proprio come Solo Dio perdona, la maggior parte delle scene sono infatti ambientate di notte, sia in esterni che in interni, ma lo è anche perché si tratta di una pellicola che parla dell’inconscio, cioè degli incubi, delle ossessioni e di tutto ciò che si cela nella mente dei personaggi e nei loro comportamenti e che riguarda in senso stretto il non-razionale e l’allucinatorio.

Si pensi al club gestito da Dave (Ben Mendelshon) dove si svolgono ogni notte veri e propri spettacoli teatrali dell’orrore per dei sadici assetati spettatori, difficile non pensare agli “spettacoli” altrettanto cruenti (dove però le torture si effettuano per davvero) praticati nel club di Solo Dio perdona.

Con questo film, e in realtà con quell’estetica refeniana che si sta sempre più consolidando (vedi The Neon Demon), Lost River ha in comune una fotografia caratterizzata da colori “al neon” tipici dell’ultimo Refn. Altro punto di contatto si ha nelle musiche di Jhonny Jewel che, nella fusione di elettronica, sintetizzatori, effetti carillon e cori tra l’etereo e il soprannaturale, risultano attingere qua e là tra Cliff Martinez (DriveSolo Dio perdonaThe Neon Demon) e, un po’ più indietro con gli anni, i Goblin (si pensi alle musiche da loro composte per Dario Argento).

E poi c’è David Lynch, autore influente di tutto il cinema onirico contemporaneo, di cui, tra gli altri, anche Refn attinge. Si sa, c’è del grottesco nei personaggi lynchiani, soprattutto in alcuni “cattivelli”, così come in Bully (Matt Smith) di Lost River. Si guardi anche al personaggio della nonna (Barbara Steele), difficile non pensare alla signora Coco (Ann Miller) di Mulholland Drive, così nella fisionomia come nell’atteggiamento tra il grottesco e il perturbante che il personaggio incarna.

Anche la musica, alcune canzoni dal sound anni ’60 non possono non far pensare alle scelte di Lynch per le musiche dei suoi film. Lo stesso titolo, Lost River, rimanda alle Strade perdute (Lost Highway) lynchiane, altro film notturno (ancor più di quello di Gosling) dove le strade sono percorsi (interiori) intricati e sconosciuti.

Ryan Gosling assorbe tutto, lo rielabora e lo restituisce nella sua prima opera da regista in un percorso dalla molte influenze che tocca tutto ciò che si è visto finora (e altro ancora). Lost River, girato a Detroit, assomiglia anche a quel cinema contemporaneo che parla di una certa decadenza (esterna ed interna, della città e più in generale di un contesto e del personaggio che vi abita) di cui Mulholland Drive ne è la vetta più alta.

Un po’ un esercizio di stile, un pastiche che non aggiunge molto ai film a cui Lost River si ispira e che cita e ricita, ma ne risulta anzi una sorta di “brutta copia”, non male come opera prima ma per un futuro registico si spera che Ryan Gosling trovi la sua strada.