Alberto Paolini: una storia di vita all’interno delle ex istituzioni manicomiali

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A partire dal 1962 invece ho cominciato a scrivere un diario, però non avevo modo di conservare le cose che scrivevo se non tenendole in tasca e così scrivevo in piccolo e il più conciso possibile, in modo che lo scritto non occupasse molto spazio nelle tasche. Questo accadeva perché io ho avuto sempre problemi per sistemare le cose, non sapevo dove metterle. Non è che al Santa Maria avevamo un armadio. Negli ultimi tempi avevano distribuito degli armadietti, dei comodini più che altro, però servivano a metterci i vestiti, le scarpe; io ci mettevo anche altre cose, però questi comodini non si potevano chiudere e quindi era facile che qualcuno andasse a rovistarci. Perciò, restavano solo le tasche”.

Avevo solo le mie tasche, Manoscritti dal manicomio è il libro scritto da Alberto Paolini che ha vissuto 42 anni al Santa Maria della Pietà. È la storia di un uomo che rimasto orfano fa la dura esperienza del collegio e del suo incontro con una famiglia di benefattori che però considerandolo molto taciturno, silenzioso e poco allegro lo avviano verso una vita manicomiale facendolo ricoverare inizialmente nella Clinica Neuropsichiatrica dell’Università e successivamente al Santa Maria della Pietà ex manicomio di Roma. Eppure ricorda Paolini, nel suo libro, di essere stato considerato un ragazzo modello destinato ad un futuro brillante, forse entrato in manicomio per sbaglio. Una successione di sbagli che lo portano a peregrinare da un padiglione all’altro facendogli vivere vicende angosciose e devastanti come l’elettroshock. Di questa esperienza l’autore ce ne parla in modo traumatico in quanto assolutamente consapevole di ciò che era l’elettroshock e delle sue conseguenze, infatti si sofferma a lungo sul risveglio dal coma provocato dalla terapia stessa: “Il risveglio dal coma era sempre una cosa molto penosa”.

“Rimanevo a lungo stordito e in uno stato di profonda prostrazione. […] Mi sentivo ferito dentro, nell’intimo sentivo come se qualcuno avesse violentato la mia anima, avesse voluto introdursi in un posto che apparteneva solo a me per devastarlo. E io non potevo fare nulla per sottrarmi da questa situazione! […] Dopo alcune ore di grande stordimento, e di difficoltà a tenermi in piedi, nel pomeriggio mi riprendevo. Tuttavia, mi stavo accorgendo che, anche nei giorni successivi un qualche cambiamento si stava verificando in me. Ero caduto in uno stato di apatia e di depressione e non avevo più voglia di niente e stavo perdendo ogni interesse. Avevo una sensazione di disorientamento permanente. Stavo anche perdendo la memoria, e facevo fatica, io che avevo sempre avuto grande facilità a ricordare tutto, a ripercorrere quanto mi era accaduto nel passato. Era, questa, una sensazione assai penosa”.

Grazie all’intervento dei benefattori Paolini viene trasferito dal Padiglione VI al Padiglione XX cioè quello dei lavoratori, dove era destinato sin dall’inizio. È questo il periodo migliore della sua vita trascorsa nell’Ospedale Psichiatrico, in cui ha potuto raggiungere un certo grado di autonomia e fare numerose esperienze al di fuori del Padiglione. È in questi 42 anni di manicomio che Paolini sviluppa il suo rapporto con la scrittura iniziato nel 1962 ed evolutosi nel ’68 grazie all’incontro con il movimento studentesco.

Un percorso che lo ha portato poi a raccontarci la sua storia drammatica segnata da eventi storici importanti tra cui la rivoluzione basagliana che termina la sua permanenza in manicomio e lo porta a vivere in una casa famiglia dove la sua vita viene di nuovo messa in discussione perché deve abituarsi a fare cose che al Santa Maria della Pietà erano svolte dal personale dell’ospedale; come fare la spesa, cucinare, convivere con un gruppo ristretto di persone.

Che cosa ci lascia la lettura di questo libro? Lo stupore e l’amarezza di una vita vissuta all’interno delle istituzioni che pone numerose domande circa il destino di un uomo e del contesto storico in cui si trova a vivere.

Avevo solo le mie tasche. Manoscritti da un manicomio.

Alberto Paolini

Edizioni Sensibili alle foglie, 2016

Foto di Luca Rossato (CC BY-NC-ND 2.0)