Antigone, “La storia di Valerio è un emblema: la cura non passa dalla detenzione”

Antigone

Simona Filippi è l’avvocatessa dell’associazione Antigone che segue il caso di Valerio, il ragazzo morto suicida all’interno del carcere di Regina Coeli. Con lei abbiamo parlato della condizione che si trovano a vivere in carcere le persone come Valerio, affette da un problema psichico. Il carcere, ha sottolineato Filippi, è un luogo restrittivo e punitivo ma non curativo e dunque inadatto a persone con disagi psichici. Anche le Rems, le residenze per l’esecuzione della misura restrittiva, “dovrebbero essere l’ultima spiaggia, come dice la legge”. Una tappa di un percorso, un luogo di passaggio e mai una soluzione definitiva. Soprattutto non devono essere delle strutture detentive, garantendo alle persone che le vivono una reale possibilità di cura.

D: Come sono stati gli ultimi giorni di Valerio? La carcerazione in una struttura detentiva non sanitaria dopo l’evasione dalla Rems ha peggiorato le condizioni di disagio del ragazzo?

R: La storia di Valerio che ha avuto questo tragico epilogo non è ancora chiara perché c’è un’indagine in corso. Già dall’età di 8 anni Valerio ha cominciato a manifestare una serie di problematiche che poi nel corso degli anni hanno avuto alti e bassi, non sono mai state curate né ben individuate e contenute in qualche modo. Valerio era un ragazzo con una serie di disturbi a livello psichiatrico certamente conclamati e documentati da relazioni di più medici. Quello che c’è da chiedersi è come mai un ragazzo che ha commesso dei reati legati a questo suo disagio sia poi entrato in carcere e non abbia seguito un altro tipo di percorso? Perché è evidente che il carcere non è sicuramente il luogo idoneo a curare una persona portatrice di tali disturbi. Anzi, Valerio ha sofferto questo ingresso in modo tragico e su questo ci sono delle lettere tra cui quella al fratello pubblicata da Antigone.

D: Valerio ha ricevuto delle cure nel periodo di permanenza in carcere? È stata rispettata la terapia farmacologica?

R: Non è ancora chiarissimo dato che bisogna vedere i documenti, intanto posso dire che è stata fatta l’autopsia sul corpo. Sono stati chiamati in causa diversi medici, tra cui lo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua, e in queste settimane i documenti verranno analizzati. Per ora posso dire che Valerio era un ragazzo con una serie di disturbi documentati e quindi sicuramente doveva essere seguito non soltanto dal punto di vista farmacologico. Non sono in grado di dire se le cure fossero sufficienti poiché l’indagine fondamentalmente verte su questo.

D: C’è qualcos’altro che vorrebbe dire riguardo il caso di Valerio che secondo lei è importante divulgare?

R: Quella di Valerio è una storia che racchiude purtroppo molti nodi che probabilmente non sono ancora risolti proprio per quanto riguarda la cura, l’attenzione, la presa in carico che deve essere fatta nei confronti di persone che hanno questo tipo di problemi. Valerio è un ragazzo che ha iniziato ad evidenziare una serie di problematiche dall’infanzia fino ai 21 anni ed è passato attraverso tanti medici, comunità, strutture, infine le Rems e il carcere. Non si è mai stati in grado di trovare una soluzione né un percorso reale ed effettivo per lui. Sicuramente si può fare un errore se si guarda oggi solo alle responsabilità del direttore sanitario di Regina Coeli. Non si deve guardare soltanto all’ultimo tassello. Negli ultimi anni, con la legge 81, è stato fatto un importante passo in avanti per quanto riguarda il problema delle misure di sicurezza e del trattamento delle persone che hanno disagi mentali per far sì che non vengano soltanto chiuse in un luogo di detenzione che prima si chiamava Opg. Ora si sta facendo e si è fatta una battaglia affinché le Rems siano un qualcosa di diverso e per esserlo non devono essere come gli Ops, cioè un luogo dove chi ha disagi di questo tipo viene messo lì e basta. Le Rems devono essere un’ultima spiaggia, perché è questo ciò che la legge dice e così deve essere interpretata, nel modo corretto. Devono essere l’ipotesi ultima, da scegliere solo se, dopo aver provato varie alternative, non si trova una soluzione. Deve essere fatto un programma terapeutico che preveda un progetto sulla persona e per questo la Rems deve essere comunque un luogo di passaggio. La storia tragica di Valerio (che era stato nella Rems in autunno e si era allontanato da lì più volte) ci pone in guardia da questo rischio, è sicuramente un passaggio importante, un passo in avanti, la storia di Valerio ci deve servire anche per questo.

D: Si sentono sempre più casi di suicidi nelle carceri. Secondo lei cosa si potrebbe fare per migliorare le condizioni di salute mentale dei detenuti?

R: Diciamo che il carcere rappresenta un ruolo che non è il suo, nel senso che in molti casi dimostra anche tutti gli sforzi che sono stati fatti. Da ultima una circolare dell’attuale ministro della Giustizia dello scorso anno, in cui si ripone particolare attenzione alle persone che manifestano all’ingresso in carcere una serie di problematiche. Tanti anni fa è stato istituito il Servizio Nuovi Giunti secondo cui chi entra in carcere viene sottoposto a un colloquio con l’educatore e lo psicologo che devono individuare proprio questo rischio, perché è evidente che chiunque entri in carcere subisca un grande trauma. È evidente che nelle persone che presentano già delle patologie il problema si accentua a livelli esponenziali. Questi ultimi, come Valerio, non devono proprio fare ingresso in carcere. Il carcere è un luogo in cui la persona che porta un disturbo serio non può stare.

D: C’è qualche specifica campagna di Antigone su carcere e salute mentale? Su che fronte siete impegnati in questo momento?

R: Antigone ha da sempre portato avanti la battaglia del comitato StopOpg. Abbiamo fatto un osservatorio sulle condizioni di detenzione e da sempre abbiamo avuto una lente di ingrandimento particolare su quello che erano gli Opg e sostenuto con forza e convincimento la loro chiusura. Ora la nostra attenzione è rivolta a far sì che la legge 81 trovi una reale applicazione per come è stata concepita e quindi che le persone con disagi mentali non entrino e non abbiano a che fare con il carcere. Nello stesso tempo, la storia di Valerio ne è un emblema, vogliamo cercare di fare in modo che queste persone non finiscano in carcere nell’attesa che le liste d’attesa si sblocchino, dato che le Rems sono poche e la legge viene applicata in modo distorto. Fare in modo che, in attesa di aperture di nuove Rems o di un’applicazione corretta della legge, il carcere non diventi il luogo contenitore dove portare dentro tutti indistintamente.

Foto: Associazione Antigone| CCLicense