Morire di carcere, la storia di Valerio

Il carcere è un amplificatore dei disturbi mentali e può alimentare una sorta di circolo vizioso della sofferenza psichica. All’ordine del giorno i tentativi di suicidio. Valerio, 22 anni e una storia assurda di mala psichiatria alle spalle, non ce l’ha fatta. Si è tolto la vita lo scorso 24 febbraio nel carcere romano di Regina Coeli. In uno dei tanti istituti di pena italiani dove i suicidi sono quasi all’ordine del giorno, oltre 20 nel nostro Paese dall’inizio dell’anno. Si è impiccato con un lenzuolo alle grate della finestra del bagno. Aveva 22 anni e si chiamava Valerio.

Valerio però in carcere “non ci doveva stare”, come ha detto “forte e chiaro” il garante del detenuti Stefano Anastasia e come hanno stigmatizzato con decisione anche due storici esponenti di Psichiatria Democratica, Emilio Lupo e Cesare Bondioli. Ma torniamo a Valerio, che in carcere “non ci doveva stare”, perché le sue condizioni psichiche lo rendevano incompatibile alla vita in cella. La sua storia, raccontata dalla madre a The Post Internazionale, è un doloroso susseguirsi di soprusi. Valerio fin dall’età di cinque anni aveva manifestato problemi psicologici: un motivo che è stato ritenuto valido perché venisse affidato a una casa famiglia per stare in un ambiente protetto e seguito da persone qualificate per la sua riabilitazione.

“A 12 anni”, racconta la mamma, Ester Moratti, a TPI, “all’ospedale Umberto I gli fu diagnosticato il disturbo borderline, poi fu mandato in un’altra casa di cura a Pescara, dove trascorse nove mesi. Lì subì abusi e maltrattamenti”. Tanto che la casa famiglia, una delle tante dove – purtroppo e sempre troppo tardi – vengono scoperte violenze sui minori, venne chiusa. “Valerio è passato da un centro all’altro”, continua la madre, “finendo anche nell’Opg di Napoli. Tutte strutture che non aiutavano nessuno, che creano degli zombie che girano in tondo. Valerio non voleva fare lo zombie e non poteva sopportare di stare in cella”. Soprattutto, non avrebbe proprio dovuto stare in una cella di un carcere: viene stabilito così dal magistrato quando Valerio, scappato per la terza volta dalla Rems di Ceccano (FR), viene riacciuffato dai Carabinieri. Ne segue – si presume – una colluttazione, in quanto il ragazzo viene accusato di resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni. Reati tutto sommato lievi. Ma Valerio non viene riportato a Ceccano, né tantomeno si dispone per lui un progetto riabilitativo diverso che coinvolga anche i Dipartimenti di Salute Mentale e le strutture territoriali. Non c’è più posto per lui nella Rems, che – ricordiamo – è una struttura sanitaria. Così il magistrato decide per il carcere e Valerio, forse per “un’esemplare punizione” viene trasportato a Roma. Destinazione: Regina Coeli.

Il giudice decide per la custodia cautelare in carcere, nonostante lo spirito della legge sia quello di favorire misure non detentive. Sono diverse le certificazioni che testimonino che Valerio non era abile al regime carcerario ed era ad alto rischio suicidio. Una settimana prima di uccidersi aveva inviato una lettera al fratello – resa pubblica dall’associazione Antigone – dove scriveva “Io qui sto impazzendo, non ce la faccio più”. Valerio diceva di essere stato lasciato “dall’unica ragazza che amavo veramente”, e aggiungeva “sono stanco di mangiare, di fare qualunque cosa, scappare, basta”. Una situazione che era già emersa chiaramente anche in sede giudiziaria nel processo del 14 febbraio 2017. “Valerio supplicava per andare a casa, prometteva di fare il bravo. Non voleva assolutamente stare in carcere. Qualunque tipologia di reato commessa in passato, Valerio è sempre stato scagionato per infermità mentale”, ricorda ancora la mamma a TPI. “Proprio in quella sede [processuale, ndr] venne predisposta la scarcerazione per Valerio, che però non fu mandato a casa, né inviato in un’altra Rems. Ma al Regina Coeli”. Si chiede ancora la madre: “Perché Valerio non era controllato, non era guardato a vista; dati i precedenti, perché non gli erano state fornite lenzuola di carta? Dato che aveva già tentato in passato di togliersi la vita perché nessuno lo sorvegliava?”.

Sono tanti gli interrogativi che non trovano risposta in questa storia che inquieta, addolora e indigna. Scrive Damiano Aliprandi su Il Dubbio: “Un fatto questo che avviene a pochi giorni dalla chiusura definitiva degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che dimostra quanto siano motivate le preoccupazioni di chi mette in discussione le misure di sicurezza”. Misure che, anche secondo i Radicali Italiani, non dovrebbero esistere e che non sono altro che “lo strumento attraverso il quale il malato psichiatrico continua a essere oggetto di segregazione ed esclusione sociale”. In maniera molto tranchant si potrebbe dire, insomma, che chiusi i manicomi, chiusi gli Opg, ora è indispensabile agire sul sistema carcerario. Il problema dei detenuti psichiatrici è enorme. Il carcere è, infatti, un amplificatore dei disturbi mentali e può alimentare una sorta di circolo vizioso della sofferenza psichica: l’isolamento e la mancanza di contatto con l’esterno, insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un disagio psichico che può essere già diagnosticato o ancora latente. La patologia psichiatrica riguarda 1 detenuto su 7, l’abuso di sostanze interessa il 10-50% dei detenuti, il suicidio resta una delle prime cause di morte in carcere. I numeri, diffusi nell’ottobre scorso dalla Società Italiana di Psichiatria, dalla Società Italiana di Psichiatria delle Dipendenze e dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, si riferiscono ad un contesto internazionale. Purtroppo l’Italia manca di dati epidemiologici propri, ma come specificano gli esperti si ritengono validi anche per il nostro Paese.

Ciononostante a intraprendere una battaglia solitaria in parlamento è la senatrice Maria Mussini, vicepresidente del Gruppo misto e membro della commissione Giustizia. È lei a dichiarare a Il Dubbio che “questa ennesima tragedia evidenzia in tutta la sua crudezza la complessità del percorso di superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari”, per loro natura contenitori spersonalizzanti di individui “scartati” dalla società. “Una vera cura potrà realizzarsi solo se e quando si terrà conto della varietà delle situazioni fatte di persone in carne e ossa, con profili clinici differenti ed esigenze specifiche… Questo episodio dimostra una volta di più come le carceri non siano attrezzate adeguatamente per la tutela della salute, né tantomeno strutturate per garantire i trattamenti terapeutico-riabilitativi necessari a chi resta escluso dalle Rems”. Potenzialmente i suicidi potrebbero essere molto di più”. L’ultimo caso è quello di un altro ragazzo nel carcere minorile di Potenza che ha tentato di togliersi la vita esattamente come Valerio. Anche lui soffre di problemi psichiatrici. Perché erano in carcere?

Foto: www.linkiesta.it | CCLicense

Paola Sarno