Legalizzare la cannabis. Parla l’associazione Free Weed

Lisa Gandini è la vice presidentessa di Free Weed , associazione impegnata per la libertà di autoproduzione di cannabis per uso personale. Con lei abbiamo approfondito alcuni punti per capire meglio cosa significa legalizzare le droghe leggere.

Secondo la vostra associazione quale può essere il motivo principale alla base di una possibile legalizzazione?

Il motivo principale che porta alla necessità di una nuova normativa sulla cannabis è riscontrabile nella basilare tutela del cittadino e nel garantire le legittime libertà personali. L’obiettivo principale di una buona riforma è senza dubbio togliere il maggior profitto alle mafie e ciò dovrebbe partire dal regolamentare, prima di tutto, l’autoproduzione personale di cannabis in quanto sappiamo tutti che “non piove dal cielo” e per capire l’importanza di questo passaggio basterebbe guardare nei paesi vicini a noi come Spagna o Olanda in cui è tollerato l’uso ma non è affatto regolamentata e quindi legale la coltivazione e ova comunque spazio di azione. In Olanda, guardando i dati, emerge che i coffee shop vengono ancora riforniti anche da mercati illeciti perchè lo Stato non permette la produzione ed ugualmente avviene in Spagna nei Cannabis Social Clubs, dove la coltivazione è sempre considerata “illecita”, seppur tollerata, e va effettuata di nascosto, lasciando così terreno fertile per la criminalità organizzata. Dalle nostre analisi abbiamo riscontrato che è necessario “legalizzare”, ma questa riforma normativa deve creare situazioni che mettano il più possibile alle strette la criminalità organizzata, come appunto l’autoproduzione personale, altrimenti continueremo ad avere dinamiche borderline riguardo il consumo e l’approvvigionamento. In aggiunta a questo, non meno importante, lasciando in mano la produzione alla criminalità organizzata si mette in pericolo anche la salute del consumatore in quanto sappiamo bene quale è lo scopo principale di questi personaggi: il profitto. Essendo questo lo scopo principale, di certo, non importa la qualità della sostanza, del prodotto ma importa di più venderla a discapito, appunto, della salute del consumatore.

A che punto è la legge in parlamento? Quanto è concreta la possibilità che finalmente si decreti la legalizzazione?

La legge è allo stesso punto in cui siamo noi consumatori: “addormentati”. C’è sempre tanto inte- resse, chiaramente, nel sapere l’iter del testo di legge DDL INTERGRUPPO CANNABIS LEGALE, ma ci vorrebbe altrettanto interesse, da parte del cittadino, nell’attivarsi inizialmente e soprat- tutto individualmente ad interessarsi in prima persona della questione cannabis, perchè questo è il maggior problema che vediamo, come associazione, in Italia. Abbiamo una cultura della “delega” in tutto, come se fosse un cancro difficile da estirpare. Il disinteresse generale di certo non porta alcun tipo di pressione ai “tavoli di discussione” che ciclicamente fanno per discutere, appunto, sulla legalizzazione. Quindi se ora rivediamo muoversi qualcosa non significa affatto che ci siano dei progressi. Il motivo per cui si è voluto un Comitato Ristretto non è di certo perchè si è quasi giunti al punto, anzi, tutt’altro! E’ perché gli oltre 200 e passa firmatari del testo di legge “dormono”, nessuno che si espone pubblicamente, nessuno che lascia dichiarazione incisive ai media, nessun tipo di movimento; e la società? ne è lo specchio.

Sul sito dell’intergruppo parlamentare sulla cannabis c’è la regolamentazione in materia di consumo e guida all’autovolante, siete in disaccordo o siete favorevoli a questo ramo della legge?

Il problema non è essere in accordo o meno sul fatto di permettere di guidare o meno sotto effetto di sostanze (e ci aggiungerei qualsiasi tipo di sostanza, anche e soprattutto quelle legali come alcool e psicofarmaci). Una legge dovrebbe tutelare la società e non metterla in pericolo? Certamente. Quindi è ovvio che il buon senso porti a pensare che non bisogna guidare se lo stato psico/fisico personale è alterato (situazione che quotidianamente non accade se prendiamo in considerazione tutte quelle persone che usano psicofarmaci ma che comunque si mettono alla guida), ma bisogna anche essere sicuri se effettivamente nel momento in cui ci si mette alla guida si è sotto effetto oppure no, nonostante comunque si possa rilevare la traccia, anche minima, di sostanza nel corpo. Inoltre sarebbe buona pratica introdurre test psico attitudinali per verificare se il conducente, sul momento, è in grado di condurre un veicolo; questo può e deve essere uno strumento basilare per verificare nella pratica se la persona è “abile” o meno. Altro nodo e punto cruciale è la tipologia dei test che vengono attualmente utilizzati, che lasciano molto spazio di rilevamento, lasciando scoperto un range troppo elevato di positività (solo con il test del sangue si potrebbe rilevare se una persona, in quel preciso momento, è o non è sotto effetto di Cannabis). Altra situazione che spesso viene poco considerata nella nostra società è l’”alterazione”: effettivamente numerosi test “su strada” hanno dimostrato che la cannabis non porta difficoltà di coordinazione alla guida, non porta aumento di incidenti ma al contrario una diminuzione, e diversi studi sociali hanno svelato che l’uso di cannabis (singolo, e non combinato con altre sostanze psicotrope) porta maggiore coscienza della visione stradale. Evidentemente è una situazione che varia da persona a persona, soprattutto in base alla tipologia di uso. Generalmente gli studi sono “favorevoli” ad un uso di cannabis combinato alla guida, e noi come sempre, ci allineiamo agli studi.

L’hashish è un derivato della pianta di Marijuana, consumato in Italia da molte persone. Qual’è la prospettiva legislativa rispetto ad ipotetici consumo e produzione di questo derivato?

Regolamentare i derivati della cannabis dovrebbe essere il problema minore, ora. Una volta che si depenalizza e si regolamenta la condotta coltivativa, la produzione di derivati dovrebbe essere una conseguenza ad una liceità dell’utilizzo personale, salvo restrizioni monopolistiche.

Qual è la differenza tra i coffee-shop esteri e i Cannabis Social Club?
I Coffee Shop olandesi sono delle normalissime attività commerciali che pagano tasse alla città di Amsterdam per poter operare e che pagano tasse sulla vendita, come è giusto che sia per qualsiasi attività commerciale che effettua una transazione. L’unico fatto che manteneva i Coffee in una situazione incerta era, appunto, il mantenere illecita la condotta coltivativa costringendo i Coffee ad un rifornimento da fonti illegali, ma sembra che ultimamente le cose stiano cambiando: In Spagna, invece, le cose sono diverse: il cannabis Social Club, per definizione, è un modello no profit a circolo chiuso di persone che condividono un servizio. Perchè? Perchè il CSC è nato appunto come esigenza da parte dei consumatori di condividere il coltivo per ammortizzare le spese e riuscire a “girare” la legge che depenalizzava la condotta coltivativa, creando cosi associazioni che ne garantissero l’effettuabilità e la difesa personale tramite associazione. Quindi capiamo che, per storicità e ideali, non dovrebbe esserci vendita di cannabis nei Csc, ma appunto condivisione di tutto: dalle spese al raccolto. Il Csc non nasce con l’intenzione di “vendere” ad esterni altrimenti diverrebbe semplicemente un Coffee Shop con Partita Iva registrata. Purtroppo però in Spagna il passaggio a “negozio regolare” non è ancora autorizzato per legge e dunque i CSC navigano all’interno di una linea “grigia” dove comunque effettuano una minima vendita nei confrontdel pubblico, tesserandolo e facendolo diventare parte dell’associazione, ed aggiran- do cosi la normativa, rimanendo nel legale. Certamente sarebbe opportuna una effettiva regolamentazione della situazione anche in Spagna, ma comunque riteniamo che questo “spazio associativo” sia comunque migliore rispetto all’e- sposizione totale del cittadino alla criminalità organizzata.