Colle Cesarano, rinchiusi nelle camere come un tempo

Colle Cesarano

Il 13 marzo 2017 la trasmissione televisiva Presa Diretta, in onda su Rai Tre, ha trasmesso un servizio sulla Casa di cura Colle Cesarano di Tivoli, con l’obiettivo di raccogliere e ampliare le inchieste già in corso sulla clinica psichiatrica accreditata dalla Regione Lazio, dalla quale riceve un compenso annuo di quasi 9 milioni di euro. Qual è il problema? Negli anni giornalisti, politici e operatori sanitari hanno denunciato più volte le irregolarità presenti nella struttura. Irregolarità che impediscono il soddisfacimento dei requisiti minimi garantiti per l’accreditamento della struttura privata. Chi deve controllare? Chi ha il potere di verificare, accertare, vigilare sull’erogazione di denaro pubblico e sul benessere psicofisico dei malati psichici? La Regione Lazio? La Asl competente?

Vincenzo Panella, Responsabile direzione regionale Salute e Politiche Sociali del Lazio, intervistato da Giulia Bosetti, per Presa Diretta, ha dichiarato che tutta la responsabilità è della Asl (Roma G) che sia nel 2015 che nel 2016 ha attestato e confermato i requisiti minimi richiesti alla struttura di Colle Cesarano. Come è possibile? Eppure, il 23 giugno del 2015 un gruppo formato da rappresentanti del Movimento 5 Stelle (M5S) insieme ad alcuni esponenti locali e nazionali del sindacato presente nella struttura e firmatario del contratto il Si-cel (Sindacato italiano confederazione europea del lavoro) hanno fatto un’ispezione notturna a sorpresa all’interno della clinica, ed hanno riscontrato numerose irregolarità concernenti il numero dell’organico, la sua gestione nelle mansioni svolte e il servizio di assistenza ai pazienti. L’Interrogazione a risposta scritta presentata dalla Senatrice Taverna (M5S) del 18 settembre 2015 ribadisce e ufficializza ciò che l’ispezione ha messo in evidenza: “…la clinica Colle Cesarano è priva dei requisiti necessari all’accreditamento al SSN (Sistema Sanitario Nazionale); …sono state riscontrate diverse carenze: sotto organico di 33 unità rispetto alla pianta organica, compresi medici e infermieri; il personale OTA (operatori tecnici addetti all’assistenza) è obbligato a fare le pulizie tra le ore 9 e le ore 11,30, invece di stare con i pazienti psichiatrici; di notte gli utenti sono lasciati in uno stato di completo abbandono”.

Il documento sopra citato denuncia anche un altro fatto lesivo della cura e del recupero degli utenti della clinica: “…si apprende da un articolo di La Repubblica del 12 giugno 2015 che la Regione Lazio, con delibera del giugno 2014, ha riconosciuto l’edificabilità all’area su cui insiste la clinica, con lo scopo di costruire un grande centro immigrati; …i rifugiati (circa 180 unità) albergano nei locali una volta utilizzati come alternativi al regime manicomiale: la chiesa, la palestra, la sala per la didattica, il bar, il parrucchiere. Ambiti dai quali i pazienti sono stati allontanati per far posto ai nuovi arrivati; ne deriva che i disagiati psichici di Colle Cesarano sono tornati nei fatti, a un regime manicomiale, rinchiusi nelle camere come un tempo”.

Presa Diretta ha documentato che questa situazione persiste ancora oggi. Ed è proprio sull’aspetto della contemporanea pseudo-manicomializzazione che si sofferma Antonello d’Elia, Presidente di Psichiatria Democratica, in un suo commento (pubblicato su Facebook) in seguito alla trasmissione curata e diretta da Riccardo Iacona: “…Si è dato per acquisito che la Salute Mentale sia in prevalenza assistenza e posti letto e che le cliniche che questo offrono debbano essere monitorate e controllate affinché i criteri per i quali sono state accreditate siano rispettati e corrispondano a realtà. …Ma perché non dire ancora che quei posti letto … non sono la psichiatria ma la dimostrazione del suo fallimento, della sua sofferenza….Servizi di Salute Mentale territoriale dotati e non svuotati di personale … spinti ad impegnare competenze e saperi per la salute dei cittadini e dei loro familiari, non avrebbero bisogno di far ricorso ai posti letto delle cliniche. Se i fondi regionali, che attualmente transitano verso il privato e saltano la rete pubblica sempre più sguarnita, potessero essere utilizzati per implementare la qualità, per fare salute, curare nei territori, la questione non sarebbe più controllare numero di coperte e igiene di tanti ed esosi luoghi post-manicomiali ma assicurare ai cittadini e alle loro famiglie quello a cui hanno diritto”. Sono state proprio queste parole che ci hanno spinto ad approfondire questo aspetto di un così delicato argomento, e per farlo abbiamo scelto di intervistare la presidente dell’associazione dei familiari A.RE.SA.M., Marinella Cornacchia a cui abbiamo rivolto poche ma puntuali domande.

Può rilasciarci una dichiarazione dell’Associazione sulla vicenda relativa alla Casa di cura Colle Cesarano?
Il problema di Colle Cesarano si inserisce nel quadro di degrado in un certo senso che sta attraversando ormai da qualche anno il settore salute mentale si sta impoverendo il territorio con questa carenza ormai endemica di operatori e quindi l’approccio l’accoglienza e la presa in carico stanno rallentando e dequalificando. Quindi sia da parte della politica e da parte delle strutture delle asl si tende sempre più a portare tutto il sistema salute mentale in termini di posti letto, ricoveri, farmaci e quant’altro quindi la riabilitazione che si dovrebbe fare è trattata come se fosse una cosa secondaria. L’utilizzo di queste strutture private accreditate non è in sinergia con il lavoro dei servizi territoriali, la mancanza di operatori compromette anche l’applicazione della normativa vigente che in realtà prevede il controllo e la trasparenza di queste strutture. Questo rallentamento sta pesando sull’aspetto della dignità delle persone e ha portato a quello che abbiamo visto nel servizio di Rai Tre. Le cliniche fanno più un discorso affaristico, che di presa in carico e di cura delle persone, e la responsabilità è un po’ di tutte le parti soprattutto di quelle che hanno la funzione di controllo. Poi dagli ultimi decreti emanati dalla Regione Lazio la permanenza nelle strutture socio-riabilitative deve avere anche il contributo delle famiglie, allora se dobbiamo pagare pretendiamo che il servizio offerto sia efficiente.

A.RE.SA.M. è stata contattata da qualche familiare coinvolto nella vicenda?
Non direttamente perché se l’alternativa è il nulla il familiare ha una certa ritrosia a denunciare oppure lo fa per interposta persona. Noi raccogliamo delle segnalazioni e poi ci rivolgiamo agli organi competenti, ma non abbiamo il materiale probatorio per portare avanti qualche azione rivendicativa. Se si continua a finanziare le strutture private con le risorse della Regione Lazio, c’è il rischio di ripristinare un assistenzialismo pseudo-manicomiale nei confronti delle persone con disagio psichico?
E certo il rischio c’è se si indeboliscono i servizi che invece dovrebbero essere i primi ad attivarsi in modo continuo e cogente con i bisogni delle persone la cosa più semplice sta diventando oggi il ricovero senza verificarne gli effetti sulla persona e sul fatto che la degenza prolungata, almeno secondo noi familiari può portare anche ad un decadimento ulteriore e un approfondirsi del disagio che vive la persona stessa. Se si parla soltanto di posti letto e non si parla invece di presa in carico territoriale attenta, continua e collegata strettamente a quello che è il vissuto della persona e se non si prende in considerazione il suo ambiente sociale e le sue possibilità di recupero, ma si concretizza tutto in una sequenza di farmaci, ricoveri, rientri in famiglia e di nuovo ricoveri… noi andremo per forza in contro a questo assistenzialismo che può essere fatto di strutture più che decorose ma che hanno sempre dei lati d’ombra difficili da portare alla luce.

Nell’ottica di ripensare la collocazione di una persona in un percorso di cura abbiamo affrontato con Marinella Cornacchia il tema dell’inserimento eterofamiliare dei pazienti psichiatrici, IESA (Inserimento Eterofamiliare Supportato per Adulti) e le abbiamo rivolto questa domanda:

Che ne pensate di questo servizio alternativo?
Noi vorremmo capirne un po’ di più, verificare lo stato di questa esperienza nelle altre regioni e poi capire come possa essere inserita in un tessuto sociale come quello del Lazio, che diciamo non brilla per trasparenza e correttezza nel modo di fare. Se ci sono le garanzie che non portino a piccole manicomializzazioni o a prevaricazioni sulla persona, noi siamo aperti a qualsiasi esperienza e sperimentazione. Però pretendiamo di avere delle garanzie.

Foto: collecesarano.it | CCLicense